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Escursionismo e Alpinismo nell'Appennino Ligure e nelle Alpi Occidentali

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MessaggioInviato: mar nov 26, 2019 17:39 
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Gaston Rébuffat è stato un forte alpinista francese del secondo dopoguerra; per le sue qualità fu arruolato neanche trentenne nella prima spedizione che riuscì a salire un 8000 (l'Annapurna, nel 1950). In questo libro sono liricamente descritte alcune sue ascensioni a difficili pareti nord dell'arco alpino, compiute negli anni precedenti all'impresa himalayana (allora solo pochi avevano salito queste vie). Emerge senz'altro il suo amore per la natura che sfugge al nostro controllo e ci mette alla prova, condensato nei due poli del titolo: i precari bivacchi notturni appeso alle pareti e le improvvise tempeste che potevano cogliere gli alpinisti, quando le previsioni del tempo erano poco più che aruspici, e le protezioni dall'umido molto più rudimentali di quelle che compro con pochi euro da Decathlon. Anche se vado in montagna in ambienti più accoglienti e con motivazioni ben diverse, ricordo anch'io con piacere l'unica circostanza in cui mi è capitato di improvvisare un bivacco, al riparo Fasciun: i disagi di una sistemazione respingente sono passati in secondo piano, rispetto al piacere della sera sopra le nuvole e tra i richiami dei caprioli. Lo stesso potrei dire delle volte in cui sono stato sorpreso dai temporali estivi.
Traspare poi evidente l'altra faccia dell'alpinismo: il cameratismo dell'ambiente rigidamente maschile della cordata, dinnanzi agli ostacoli da vincere, che è riferito anche dai reduci del fronte come l'aspetto positivo della loro esperienza. Leggendo queste pagine, appare perciò chiaro perché il CAI fosse finanziato dal Ministero della Guerra e scrivesse sui propri bollettini che erano soldi ben spesi.
La filosofia dell'autore si rispecchia in questa citazione: «L'ascensione, la neve, la tempesta ci hanno procurato sino al fondo di noi stessi una indicibile sensazione di pienezza: un godimento esaltante nell'unione con gli elementi, un gran senso di amicizia, un sapore di cose che da quel momento diventano irrinunciabili» (trad. R. Donvito Gossi).
Mi sono poi divertito nel constatare che i resoconti finiscono con l'arrivo in cima, con la discesa che al massimo scivola via in una frase. In questo caso la ragione è che gli alpinisti scendevano lungo vie per loro banali o in corda doppia. Tuttavia lo stesso atteggiamento è molto diffuso anche tra chi si cimenta in vie alpinistiche più accessibili e persino tra gli escursionisti da sentiero: quante volte i gitanti che ho accompagnato si sono stupiti del fatto che il rientro scelto poteva essere anche più lungo dell'ascesa, o che mi portavo oltre al pranzo una merenda, da consumare durante una pausa della discesa, per loro inconcepibile.

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«[Le montagne] sembrano mancare dei contrassegni tipici dell'italianità» (M. Armiero, Le montagne della patria)

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