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Escursionismo e Alpinismo nell'Appennino Ligure e nelle Alpi Occidentali

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Herbert Tichy (1921-1987), austriaco, non si considerava certo un alpinista puro, quando decise di tentare il Cho Oyu, allora inviolato. Avvenne durante una sera in tenda, verso la fine di un viaggio esplorativo nel Nepal, in compagnia dei suoi amici e guide sherpa. Tichy, sebbene avesse alle spalle la salita di qualche seimila inviolato, si considerava piuttosto un amante della montagna e un viaggiatore: Scrive: «Le montagne, che mi hanno sempre attratto, non sono per quanto mi riguarda obiettivi di per sé o motivo di esibizione di tecnica o frzra fisica, ma soltanto parte di quel mondo in cui mi sento profondamente a casa. Amo le vette delle montagne come amo le persone perché sono parte di un insieme più grande». Non era infatti certo un ascetico atleta, ma non disdegnava affatto bere e fumare. Era stato autore di peregrinazioni in motocicletta per l’Asia Centrale negli Anni ’30 del XX secolo e ne avrebbe compiute di analoghe nei decenni a venire. Purtroppo solo il diario di un viaggio in India fu tradotto in italiano nel secondo dopoguerra ed è reperibile nell’usato. Gli alpinisti esperti della spedizione, e suoi compagni sulla vetta, furono lo sherpa Pasang Dawa Lama, collaudato scalatore himalayano successivamente autore di altre imprese, che ottenne la seconda moglie come premio per il successo, e Joseph “Sepp” Jöchler, con all’attivo di scalate sulle pareti nord di Cervino e Eiger, che al tempo erano state superate da pochissimi.
L’aspetto più innovativo della spedizione fu la sua leggerezza: il carico passò inosservato tra i giornalisti di stanza in India, perché la spedizione fece molto affidamento sul cibo reperito in loco. Ad un certo punto gli Sherpa dovettero scendere dal campo base a valle per integrare le provviste e gli alpinisti dovevano spostare le poche tende tra i vari campi. L’attrezzatura era di buona qualità ma normale, con grande scorno degli indiani che li intervistarono al ritorno e si aspettavano che il successo fosse dovuto a qualche nuova mirabolante tecnologia, e non era previsto l’ossigeno: le uniche due bombole, portate per curare eventuali polmoniti da alta quota, tornarono a casa intonse. Fu talmente leggera che non arruolarono nemmeno un medico, ma si fecero dare delle istruzioni e delle medicine prima della partenza. Helmut Heuberger, geografo e naturalista della spedizione, mostrò un’attitudine alla cura, che si rivelò utile quando Tichy ebbe un congelamento alle mani, che mise in dubbio la sua possibilità di salire in vetta. Leggerezza anche emotiva: fu condotta in maniera quasi scanzonata da un gruppetto di amici, come traspare dal tono del libro, affatto diverso dall’impronta militaresca del filmato della spedizione italiana sul K2. Un’altro aspetto interessante, visibile nella copertina del libro italiano, fu la fotografia: furono scelte pellicole a colori, allora poco diffuse, e per questo furono adottate divise dai colori sgargianti.
Nel racconto degli eventi l’aspetto alpinistico o delle peripezie dei protagonisti non riveste un ruolo preponderante, come capita di solito nei racconti degli alpinisti. Oltre a molte liriche descrizioni dei paesaggi e delle riflessioni suscitate, occupano molto spazio anche i rapporti umani maschili tra i vari membri della spedizione, oltre che quelli con i portatori e le popolazioni che li ospitano. Con essi i sahib si integrano volentieri, venendo meno alle precauzioni igieniche raccomandate dai medici. Come emerge pure la descrizione della vita di villaggi attraversati. L’autore narra da alieno, non conoscendone né le usanze né la lingua né i loro pensieri, ma da ammiratore partecipe, come traspare dalla lunga descrizione delle bandiere di preghiera. Il sottotitolo originale del libro si può tradurre infatti “Il favore degli dei”: anche da certe pagine traspare il suo affidamento alla benevolenza di una natura superiore per affrontare l’imponderabile e i propri limiti. Scrive: «Dipendere da forze superiori, chiamiamole, fortuna, caso o Dio, dà a queste imprese una strana trepidazione, un sentimento di aspettativa e umiltà. Anche se si fa tutto ciò che è in nostro potere, l’esito dell’impresa è deciso “altrove”». Oppure: «Il vento era l’unico elemento, non era il semplice movimento dell’aria, ma una forza terrificante e minacciosa, sospinta da un demone».

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MessaggioInviato: lun apr 20, 2020 13:53 
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Interessante questo titolo, e anche l'autore H.Tichy, che pur avendolo sentito nominare non conoscevo: grazie per la segnalazione. : Thumbup :

Ho visto che l'edizione italiana pubblicata dalla Monterosa Edizioni di Gignese è disponibile nelle librerie specializzate (che qui a Genova scarseggiano e al momento non sono raggiungibili). Però vedo che contattandoli via mail forse spediscono a casa: proverò.

Su Amazon ho trovato solo queste due edizioni, in spagnolo e tedesco: belle le copertine ma preferisco la traduzione italiana (peccato non saper leggere il tedesco).
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MessaggioInviato: lun apr 20, 2020 13:58 
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Littletino ha scritto:
Ho visto che l'edizione italiana pubblicata dalla Monterosa Edizioni di Gignese è disponibile nelle librerie specializzate (che qui a Genova scarseggiano e al momento non sono raggiungibili). Però vedo che contattandoli via mail forse spediscono a casa: proverò.


Io l'ho comprato qui: http://www.librerialamontagna.it/ e adesso spediscono

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MessaggioInviato: lun apr 20, 2020 14:00 
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Il libro in spagnolo mi sembra dedicato al suo viaggio in moto nell'Asia Centrale e non al Cho Oyu

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Grazie per le informazioni. : Thumbup :

Da quanto ho letto dalla tua recensione e su altre fonti sul web la narrazione di Tichy riguarda meno l'aspetto tecnico alpinistico - avventuroso ma dedica adeguato spazio alla descrizione dei paesaggi e ai caratteri delle popolazioni incontrate.

Questo lo trovo per me molto interessante.
Infatti uno dei libri di montagna che più mi sono piaciuti è stato "Gasherbrun IV" di Fosco Maraini, studioso di culture orientali oltre che alpinista, etnologo, fotografo nonché padre della più famosa scrittrice Dacia.
Personaggio di cui l'Italia dovrebbe meglio coltivare e valorizzare l'enorme lavoro svolto e l'eredità culturale lasciata.

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awretus ha scritto:
Il libro in spagnolo mi sembra dedicato al suo viaggio in moto nell'Asia Centrale e non al Cho Oyu

Ho provato a tradurre la recensione in spagnolo e in effetti sembra più il racconto del suo viaggio in moto del Kashmir e dell'Hindu Kush, a cavallo del "diavolo puzzolente", come gli afghani chiamavano la sua moto. :risata:

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awretus ha scritto:
Littletino ha scritto:
Ho visto che l'edizione italiana pubblicata dalla Monterosa Edizioni di Gignese è disponibile nelle librerie specializzate (che qui a Genova scarseggiano e al momento non sono raggiungibili). Però vedo che contattandoli via mail forse spediscono a casa: proverò.


Io l'ho comprato qui: http://www.librerialamontagna.it/ e adesso spediscono

Molto bene, a suo tempo (2005) avevo fatto acquisti on-line con questa libreria di Torino (è stata tra le primissime) e mi ero trovato bene.

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MessaggioInviato: mar apr 21, 2020 11:58 
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Littletino ha scritto:
"diavolo puzzolente", come gli afghani chiamavano la sua moto. :risata:


Questa la rubo

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viene proprio voglia di leggerlo,
anche a me che non amo molto i "resoconti di imprese"


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MessaggioInviato: ven lug 17, 2020 13:04 
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Spinto dalla curiosità, mi sono procurato la traduzione inglese del suo libro sul viaggio giovanile in moto. Se parlate il tedesco, si trova a pochi euro una ristampa degli anni '50, altrimenti la traduzione in spagnolo citata da Littletino, o sui 50-100 € una traduzione inglese del 1938.

Tichy trascorse oltre un anno in Asia, nell'ambito della preparazione della tesi di laurea in geologia. Arrivò a Bombay in nave e compì un primo viaggio in moto in Afghanistan, fece quindi un viaggio in Birmania con i mezzi pubblici, un viaggio a piedi nel Tibet lungo il percorso di pellegrinaggio del Kailas, che occupa la maggior parte del libro, e infine un viaggio di ritorno in moto in Austria, di cui è narrata la parte fino alla frontiera persiana. Nei capitoli non ci sono date, ma di ritorno dal Tibet apprese dell'invasione italiana dell'Etiopia da un cacciatore inglese in cerca di leopardi delle nevi, cosa che aiuta a collocare gli eventi.

Rispetto al libro sul Cho Oyu, è più esteso l'aspetto avventuroso delle sue peripezie, che a volte erano davvero pericolose: il Tibet, ad esempio, era vietato agli occidentali e un suo predecessore era stato scoperto e torturato. Si dissimulò come pellegrino indiano, cosa che a me pare del tutto inverosimile, visto che era un biondo con gli occhi azzurri, ma le popolazioni del posto erano all'oscuro delle realtà anche dei paesi vicini, ed erano anche abbastanza ingenue, come si apprende in vari punti. Un altra cosa pericolosissima che tentò fu l'ascensione di un Settemila tibetano in stile alpino, con scarsa attrezzatura. A questo proposito scrive:<<Sacrifichiamo i nostri soldi e le nostre vite per raggiungere obiettivi che non porteranno all'umanità un grammo di gioia o conoscenza. Dovremmo essere condannati per tali tentativi? Mai; noi che possiamo uscire nei grandi spazi dovremmo ringraziare Dio di essere pronti a combattere per cose che non poteranno guadagno a noi o altri, ma che ciononostante ci donano gioia.>>.

Ci sono tuttavia anche molti momenti di descrizione dei paesaggi attraversati e delle sensazioni da essi suscitate, oltre che delle persone con cui condivide il viaggio o che incontra per la strada, e che non poche volte lo traggono fuori dagli impicci senza chiedere nulla in cambio. Ci sono anche molte annotazioni sulle realtà sociali, non sempre piacevoli. La forma è un po' più acerba che nel libro sul Cho Oyu, ma rivelano già la sua sensibilità e il suo interesse per l'altro.

Il libro è inoltre corredato di numerose foto in bianco e nero, di ottima qualità tecnica grazie alla sua Leica, sia di paesaggi che di ritratti.

Complessivamente un libro di viaggio ben scritto e molto interessante.

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MessaggioInviato: ven lug 17, 2020 20:18 
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Interessante : Thumbup :

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