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Escursionismo e Alpinismo nell'Appennino Ligure e nelle Alpi Occidentali

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Oggi è dom set 20, 2020 3:08

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 Oggetto del messaggio: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 2:40 
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Quotazerino doc
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Domenica scorsa, reduci da un paio di domeniche in terra straniera, torniamo a camminare in Patria e per farlo scegliamo questa Cima della media val Varaita che, a dispetto della quota non eccelsa di 2531 m, fornisce tuttavia un panorama di prim’ordine al prezzo modico di una salita non troppo lunga e faticosa.
Come si dice in gergo: un’escursione altamente remunerativa.

Raggiunto il piccolo parcheggio sopra la frazione di Becetto di Sampeyre a 1536 m da cui comincia il sentiero, dopo aver percorso con un po’ di apprensione la stradina impervia e strettissima ma incrociando fortunatamente solo un paio di altre vetture, spegniamo il motore e scendiamo.

Il posto ci piace già: aria fresca e profumata, un bosco misto di larici e betulle, e sopra il tutto belle montagne incombenti ammantate di verdi pascoli verticali. Ancora più sopra un bel cielo blu smalto. Andiamo bene!

Partiamo, oggi metto da subito gli scarponi e porto solo la scarpa destra allacciata sul lato dello zaino, tipo ruota di scorta del PX che avevo quando ero un giovanotto. :risata:
Per fortuna non servirà. :D


Cima_di_Crosa
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Il sentiero segue una sterrata che sale senza troppi complimenti per bosco e pascoli puntando dritta con svelti tornantini ad un evidente colle che la carta dice chiamarsi di Cervetto e trovarsi a 2251 m. Dal colle si deve poi traversare verso ovest per giunge ai piedi dell’ultimo erto tratto che conduce alla vetta.
Per il ritorno la guida suggerisce di ridiscendere per il medesimo crinale e proseguire dritti fino ad una graziosa cappelletta, da dove seguendo un bel sentiero si ritorna nella valletta, dove si ritrova la sterrata che riporta al piccolo parcheggio.

Tutto chiaro: i segnavia sono abbondanti e la direzione è evidente.
Però sul terreno le tracce sono molteplici, e tutte segnate.
E a un certo punto appare un bel cartello che perentoriamente indica che per la Cima di Crosa si va di là.
Va bene: andiamo.
E dopo poco ci rendiamo conto che stiamo facendo il giro al contrario: prima la Cappelletta e poi la Cima.

Cappelletta_Madonna_Alpina
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Poco male, come noi anche altri si confondono e salgono al contrario.
Accettiamo la rivoluzione copernicana e facciamo di necessità virtù riservandoci il colle e le fortificazioni settecentesche per il ritorno.

Già salendo ammiriamo increduli il vasto panorama che comprende le Marittime (Matto, Argentera ecc.) e le Cozie (Pelvo Marchisa Chersogno Maniglia nonché Oronaye).

Pelvo_Marchisa_Chersogno
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Alpi Marittime
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Arrivati in cima sbattiamo il naso contro la parete sud del Monviso che ci appare in tutto lo splendore.

Monviso
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Madonnina_di_vetta
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Testa_di_Cervetto_e_Testa_di_Garitta_nuova
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Si sta proprio bene, siamo soli e una piacevole brezza tiepida ci tiene compagnia mentre divoriamo i meritati panozzi.

Dopo un breve sonnellino ripartiamo percorrendo la cresta verso ovest, calpestando prati fioriti che strapiombano verso Sampeyre.

Vallone_di_Bellino
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Immagine

Immagine

Immagine


Dopo un paio di rilievi irrilevanti arriviamo ad un lastrone leggermente più alto dove incontriamo un signore che sta attrezzandone la vetta. Una vetta per dirsi tale se non ha una croce deve perlomeno avere un segnale di pietre, e se non c’è lo si fa al momento, perbacco!!


Monte_Rocceniè
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Scambio reciproco di foto e si riparte alla conquista di altre due vette insignificanti: ma quanto sono panoramiche.


Cima_delle_Lobbie_e_Monviso
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Croce_Sambua
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Cima_delle_Lobbie
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Cima_delle_Lobbie_e_Monviso
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Lobbie_Monviso_Rasciassa
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La cima delle Lobbie è bellissima, mentre la Rasciassa non invita per nulla: sembra una discarica di zetto rosso. Il Monviso serafico controlla la situazione.
Le nuvole intanto hanno invaso completamente le valli est del Monviso, mentre sul versante della Varaita resta un bel sole. Noi sulla cresta ce ne torniamo indietro camminando in mezzo a fioriture coloratissime, in bilico tra nebbia e azzurro.

Troviamo una penna enorme, è sicuramente di un’aquila, che poi la sera vedremo veleggiare maestosa nel cielo.


Penna_di_Aquila
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Monviso_e_Lobbie
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Rinunciamo al colle di Cervetto, che tanto, avvolto nella nebbia com’è, non ci direbbe nulla, e ci sediamo invece sulle comode panche della Cappelletta della Madonna Alpina a guardare le nuvole formarsi e dissolversi. Che bello.


interno_Cappelletta
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Becetto
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Ripreso il cammino scendiamo lungo il sentiero percorso al mattino, ed in breve guadagniamo il parcheggio, dalla cara e comoda Holly, un po’ stanchi ma felici per la bella giornata trascorsa.

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 7:00 
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Titano di Quotazero
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Sempre belle gite! Bellissimo luogo che non conoscevo :wink:

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 7:11 
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Sempre belle gite ...e stupende foto!!

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Sono un viandante, un valicatore di monti.
Non amo le pianure e sembra che non possa stare a lungo in un luogo.
Qualunque cosa mi riservi il fato o l'esperienza,sempre dovrò camminare ed ascendere monti.
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F. NIETZSCHE


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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 8:28 
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Che bello! Questa vetta è particolarmente panoramica, mi ricorda però la Rocca Comunetta, salita quando ero in Alpeggio al Tibert (è proprio lì sopra). Silenziosa, rocciosetta e piena di stelle alpine! Vale a dire, anche le piccole vette danno grandi soddisfazioni! :feliceModerato:

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 8:30 
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Fotomodello delle vette
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Ammetto che non conoscevo minimamente questa cima , terrò presente ,anche perchè mi sembra molto panoramica :strizzaOcchio::

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 13:29 
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Littletino ha scritto:
La cima delle Lobbie è bellissima, mentre la Rasciassa non invita per nulla: sembra una discarica di zetto rosso.


:ahah: Povera Rasciassa, era stata una bella sciata :lol:

Il Rocceniè mi pare sia più alto della Cima di Crosa :mrgreen:

Bella gita e belle foto.

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Io credetti e credo la lotta con l'Alpe utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede.

Meglio un fesso felice che un granitico scontento.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 13:43 
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Titano di Quotazero
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scinty ha scritto:
anche le piccole vette danno grandi soddisfazioni! :feliceModerato:


Quoto! :)

Caro Little, sarò ripetitivo ma amo leggere le gite, i racconti e le tue foto. Quelle scattate durante la discesa sono davvero splendide! E' proprio un piacere osservarle.. :o Non conoscevo la cima di Crosa (il mio interesse al momento è concentrato su vette maggiori) ma stai pur certo, ora che ce l'hai presentata, che un giorno farò in modo di visitare anche questi rilasanti e panoramici rilievi. :wink:

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 14:49 
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Sherpani di Quotazero
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..anche tu come fotografo : Thumbup : : Thumbup : : Thumbup :
...sono i posti che aiutano!!!! :D : Thumbup :

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Namaste
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Tenzin Gyatso (Dalai Lama)

Tibet libero!!!
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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 15:53 
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Quotazerino doc
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Grazie a tutti voi, amici. : Thanks :
Troppo buoni davvero. :imbarazzo:

E' che non riesco a trattenere il mio entusiasmo per essere riuscito ancora una volta a tornare in montagna come piace a me.
Quindi probabilmente esagero nei toni, ma sono assolutamente sincero: mi sento davvero felice lassù. Ogni volta di più.

E allora faccio mia la bellissima sintesi di Scinty: "piccole vette, grandi soddisfazioni". : Thumbup :

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 17:13 
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Quotazerino doc
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Alec ha scritto:
Il Rocceniè mi pare sia più alto della Cima di Crosa :mrgreen:


Caro Alec a te proprio non la si fà ... :strizzaOcchio::

E' verissimo, il Rocceniè con i suoi 2592 m surclassa di ben 61 m la Cima di Crosa che si ferma a soli 2531 m e viene superato di misura perfino dal Croce Sambùa che arriva a 2536 m. :risataGrassa:

Tuttavia la Cima di Crosa esibisce sul suo cocuzzolo ben due manufatti di vetta: una croce metallica alta circa 3 metri ed una piccola edicola religiosa in pietra a secco.

I suoi più alti rivali niente: il ridicolo l'ometto che vedete nella foto del Rocceniè è un fake costruito da un signore che abbiamo sopreso sulla vetta mentre lo assemblava con materiali reperiti in loco.

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mer ago 01, 2012 17:20 
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Ramingo ha scritto:
Caro Little, sarò ripetitivo ma amo leggere le gite, i racconti e le tue foto. Quelle scattate durante la discesa sono davvero splendide! E' proprio un piacere osservarle.. :o Non conoscevo la cima di Crosa (il mio interesse al momento è concentrato su vette maggiori) ma stai pur certo, ora che ce l'hai presentata, che un giorno farò in modo di visitare anche questi rilasanti e panoramici rilievi. :wink:


Carissimo Ramingo,
scusami ma il piacere di leggerti è tutto mio.
Come già detto le vostre avventure in alta quota mi fanno davvero sognare :pensoso: e sono ormai diventate per me un vero cult.

Ci mancherebbe che il tuo interesse non fosse per ben altre vette che la Crosa e la Rasciassa: per queste c'è sempre tempo! :risata:

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: gio ago 02, 2012 7:55 
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Bellissimi i panorami e la fioritura. Con la neve la zona ha tutto un'altro aspetto.
Siete stati abbastanza fortunati a riuscire ad evitare quasi completamente le nebbie della Val Po.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: gio ago 02, 2012 11:20 
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em ha scritto:
Bellissimi i panorami e la fioritura. Con la neve la zona ha tutto un'altro aspetto.
Siete stati abbastanza fortunati a riuscire ad evitare quasi completamente le nebbie della Val Po.


Sì in effetti sono state due sorprese.

La prima le fioriture: per essere il 29 luglio erano molto rigogliose, e per la quota media di oltre 2.500 m direi anche piuttosto consistenti. Sicuramente l'ottima esposizione solare in pieno sud aiuta.

La seconda le nuvole: hanno riempito nel giro di mezz'ora tutte le valli secondarie che diramano dalla principale valle Po (da Sanfront e da Oncino per capirci) rimanendo però confinate dal Monviso a ovest e dalla cresta dove eravamo noi a sud.
Tutto intorno Cozie e Marittime libere e belle.
Una sorta di Gaigo come si forma sopra Arenzano per capirci.

Pensare che avevamo come opzione di gita proprio la salita al rifugio Alpetto dalle Meire Dacant ... meno male che abbiamo preferito la val Varaita. :razz1:

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: gio ago 02, 2012 13:05 
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E` tipico della zona ma spesso le nuvole sconfinano anche sul versante della Val Varaita.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: gio ago 02, 2012 13:46 
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em ha scritto:
E` tipico della zona ma spesso le nuvole sconfinano anche sul versante della Val Varaita.


a noi era successo sulla cresta del Pelvo d'Elva, la cresta tagliava letteralmente a metà le due vallate, in Val Maira il nebbione e in Varaita il sole, se non ricordo male.

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: gio ago 02, 2012 15:48 
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: Thumbup : Complimenti. Mi fa piacere rileggere le tue relazioni ed ammirare le tue foto, come sempre di alto livello : Ok : (Che macchina usi ???)

Saluti :strizzaOcchio::

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"Perché con uno (occhio) tu guardi il mondo, con l'altro guardi in te stesso".

Amedeo Modigliani


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MessaggioInviato: ven ago 03, 2012 1:24 
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Iscritto il: mar gen 29, 2008 15:41
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FRANKIE@ ha scritto:
: Thumbup : Complimenti. Mi fa piacere rileggere le tue relazioni ed ammirare le tue foto, come sempre di alto livello : Ok : (Che macchina usi ???)

Saluti :strizzaOcchio::


Ciao Grande Frankie! : Thanks :

Grazie per i complimenti, sai che anche io seguo attentamente le vostre salite.
Avete esattamente il mio target di gita: cioè quello che vorrei fare, ma ancora non posso.

(la macchina è una ormai vecchia Panasonic Lumix LX3: ha quattro anni e 20.000 foto, quindi la vorrei cambiare, ma in effetti lavora ancora bene, e allora finchè non si rompe.... :risata: )

Attendo vostre nuove imprese ragazzi!! : Thumbup :

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MessaggioInviato: ven ago 03, 2012 11:34 
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Titano di Quotazero
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OTBelan... una volta anch'io avevo la Lumix... poi è rimasta ostaggio della mia ex, effettivamente faceva delle belle foto, ora con la Sony non mi trovo male anche se la disposizione di certi tasti può risultare un pò scomoda e poco manovrabile con i guanti

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MessaggioInviato: lun ago 06, 2012 13:18 
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Iscritto il: ven set 14, 2007 14:29
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Littletino ha scritto:
FRANKIE@ ha scritto:
: Thumbup : Complimenti. Mi fa piacere rileggere le tue relazioni ed ammirare le tue foto, come sempre di alto livello : Ok : (Che macchina usi ???)

Saluti :strizzaOcchio::




(la macchina è una ormai vecchia Panasonic Lumix LX3: ha quattro anni e 20.000 foto, quindi la vorrei cambiare, ma in effetti lavora ancora bene, e allora finchè non si rompe.... :risata: )
:


Sarà anche vecchia :pensoso: ma le foto le fà benissimo : Thumbup :

Anche io ho una Lumix (DMC FZ-8) che però uso solo per turismo; in montagna porto una vecchia Sanyo che è molto più compatta e maneggevole e posso tenerla in tasca senza preoccupazioni. Certo i risultati sono molto diversi, al di là del problema pile :triste: .

Ciao :strizzaOcchio::

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Amedeo Modigliani


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MessaggioInviato: gio ott 11, 2012 21:00 
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Gita sociale del CAI sezione Ligure effettuata domenica 23/9/2012.
Capogita maurizioweb con una ventina di partecipanti tra cui ALDO51 .
Partiti sotto una coltre di nuvole siamo sbucati al sole verso quota 2000 per goderci uno splendido panorama

link alle foto della gita https://picasaweb.google.com/1126209560 ... imaDiCrosa


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Hai le mie stesse bacchette!! :))
Bella marca la Loki. Van divinamente.


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MessaggioInviato: ven ott 12, 2012 15:46 
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Claudio1982 ha scritto:
Hai le mie stesse bacchette!! :))
Bella marca la Loki. Van divinamente.


OTOttimi sì: li ho da quasi due anni e ne sono molto soddisfatto. : Thumbup :

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Iscritto il: mer gen 04, 2017 21:35
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Località: Torino
Le due dorsali che delimitano la media valle Po, a nord e a sud, sono accessibili a qualunque escursionista, in quanto sono percorribili semplicemente camminando, senza passaggi alpinistici né angusti passaggi esposti o difficoltosi. Richiedono però giornate limpide, in quanto mancano di segnalazioni. Entrambe, essendo affacciate sulla pianura, offrono panorami incomparabili a lunga gittata, dalle Alpi Liguri al Rosa, con naturalmente il Monviso a dominare la scena e lo spazio visivo.

La dorsale meridionale, al confine con la val Varaita, può essere comodamente raggiunta con un anello da Becetto, frazione di Sampeyre sull'adret. Gran parte del percorso si svolge tra sterminate distese prative, ampiamente sfruttate per il pascolo estivo delle vacche. Ho avuto la fortuna di trovare una giornata di inizio estate con scarsa risalita di nebbie, un evento raro in questa stagione e soprattutto in questa valle, dalle cui falde è più probabile scorgere il Rosa che il Monviso.

L'ampio anello (sarebbe più appropriato definirlo una collana) qui descritto si propone di percorrerne il tratto tra la Testa di Garitta Nuova, dove la dorsale si sdoppia generando il vallone di Gilba, fino alla Cima di Crosa. Tuttavia un escursionista molto allenato potrebbe tentare di percorrerla fino al colle di Luca, portandosi dietro una tenda e una tanica d'acqua.

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Becetto

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Serre Inferiore

Becetto non ha una vera fisionomia da borgo, ma sembra piuttosto un aggregato informe di casette ai piedi di un santuario mariano, in passato molto importante, prima che le apparizioni di Valmala gli sottraessero i follower. Ad ogni modo, oltre alla chiesa c'è un centro aggregativo nel bar di un albergo-ristorante, dove l'anno scorso mangiai molto bene durante il Valle Varaita Trekking e assistetti alla dimostrazione di una pentola miracolosa dotata di Bluetooth®. Probabilmente la borgata ha conosciuto giorni migliori quando si usava trascorrere lunghe villeggiature in montagna, ma ad ogni modo non ci sono neanche oggi segni di abbandono, ma tutte le case, seppure rustiche, appaiono curate. Le lancette del campanile sono anomiche, ma le campane suonano l'ora corretta. Nella piazza della fontana, da cui si dipartono i sentieri per Dragoniere e Meira Ruà, c'è un certo viavai di cani a zonzo libero e di escursionisti in partenza, alcuni a piedi, altri in auto. Transita anche una famigliola con cappelli di cowboy, che condensa quasi tutte queste sfaccettature in un unico aggregato.

Imbocco la pista con indicazioni per Dragoniere. Per fortuna sono passato di qui giusto un anno fa, per cui ricordo di non doverla seguire quando entra nel prato, ma di dover invece infilarmi in una selva oscura. Vi trovo quasi subito una comoda mulattiera ombrosa e moderatamente fangosa, bordata da filari di grandi frassini, aceri di monte e così via. Prosegue quasi in piano, toccando un'edicola votiva dedicata alla Madonna della Misericordia, di cui si è conservato solo il lato nobile. Sento dei campanacci di vacche e vedo dei gigli di san Giovanni in procinto di sbocciare. Scendo a un impluvio, dove il rio scorre in un fitto bosco, che non lascia passare neanche qualche chiazza di luce. Il sentiero è molto bello dove passava sotto dei roccioni, ma non è molto battuto, a giudicare da quanto è folta la vegetazione del sottobosco. Invece verso Dragoniere qualcuno ha falciato l'erba, probabilmente il pastore delle vacche di cui odo i campanacci e odoro il letame, intente a pascolare su un prato a monte del sentiero. Trovo una seconda edicola votiva, meglio conservata, dedicata alla Sacra Famiglia, dove riesco anche a leggere i nomi dei santi, tra cui sant'Anna con il libro per istruire la Madonna e l'immancabile sant'Antonio Abate, protettore del bestiame.

Raggiunta la strada, fa capolino il monte Ricordone, di cui intravedo il Piantamento, il bosco di conifere messo a dimora dopo la disastrosa valanga del 1885, che seminò morte e distruzione tra alcune meire di Frassino. Sull'altro lato della valle c'è invece un monte verde e aguzzo, forse il Birrone, frequentata meta invernale. Alle mie spalle il campanile di Becetto sbuca al di sopra del fitto bosco. Sia le poche case di Serre Inferiore che il nucleo più consistente di Dragoniere sono anticipati da un pilone votivo. Sul secondo, con affreschi di fattura recente più realistici della media, è raffigurato san Chiaffredo, martire della legione Tebea patrono di Saluzzo; era molto popolare attorno al Monviso, dove molte persone portavano il suo nome. Non compare nella prima fonte su questo evento, un'agiografia scritta oltre un secolo dopo, ma è stato aggiunto a oltre un millennio dagli eventi dagli autori successivi. Essi crearono varie storie di scampati al massacro, che avrebbero predicato la nuova religione in giro per le Alpi Occidentali, dove sarebbero stati successivamente martirizzati, e dove hanno dato origine a popolari culti. Oltre a lui c'è santa Margherita di Antiochia, patrona di Casteldefino; è raffigurata con un drago ai suoi piedi, perché secondo la passio il diavolo le apparve in quella forma e la inghiottì, ma lei le squarciò il ventre con la croce (grazie a qualche salto logico per questo è protettrice delle partorienti, patronato molto sentito in un'epoca in cui il parto era un rischio mortale per la donna).

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Dragoniere

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Dragoniere, Becetto e Pelvo d'Elva

A Dragoniere, sulla facciata della chiesa, un gruppo di steli oltre ai caduti nelle guerre ricorda i parroci e le tappe del progresso nella frazione. In assenza di cartelli, trovo il sentiero diretto al colle del Prete grazie all'intuito e a una scolorita tacca biancorossa. Salgo a monte delle case, da cui godo di un bella vista sui due campanili con il Pelvo d'Elva a fare da sfondo. Il primo tratto della mulattiera è pulito, perché dei vitelli stanno pascolando in un prato, mentre più in alto è un po' infrascato, specie prima di un gruppo di baite, dove intercetto un sentiero proveniente da sinistra, sempre da Dragoniere. Arrivo quindi a un pilone votivo dedicato alla Mater Amabilis, di fattura molto ingenua, costruito a marcare un incrocio. Prendo a destra verso la Meira del Pian, ma anche diritto in salita andrebbe bene, perché finirei sulla sterrata tra Ruà e il colle del Prete, che però è aperta al traffico.

Mi inoltro in un bosco molto fitto e con esuberante sottobosco di piantine ed erbe alte, in cui resterò a lungo. Non scatto nessuna foto, perché trovo ostico questo genere di paesaggio, ma il luogo mi affascina come una casa fantasma abbandonata, con la cucina ancora apparecchiata, divenuta ora il rifugio di una volpe: anche qui è così, in un certo senso, con le balze terrazzate ancora intatte ma riprese dal bosco. La natura caotica ed esuberante si è ripresa questi luoghi, abbandonati all'improvviso dopo alcuni secoli di laboriosa colonizzazione stabile, non appena c'è stata la promessa di condizioni di vita meno precarie. Attraverso un nucleo di semplici case in rovina, una sola delle quali è intonacata, e varco un paio di rii. Trovo un bivio, dove una tacca mi fa proseguire dritto; anche il ramo di sinistra sembra un sentiero e secondo la carta dovrebbe raggiungere anch'esso la sterrata. Trovo del paciugo e poi un rio più copioso, che ha anche scambiato il sentiero per il suo letto. Per fortuna i miei scarponi tengono bene l'acqua, perché devo mettere i piedi a mollo per varcarlo, visto che le pietre al di sopra dell'acqua sono scivolosissime.

Dopo tanto bosco, bordeggio un grande prato con segni di vacche e un filo del bestiame, fino a sbucare all'aperto nei pressi della diruta Meira del Piano, tra fioriture. Intercetto il sentiero proveniente da Rostagno, che sembra ampio, e svolto a sinistra. Anche questo avrebbe potuto essere una via di accesso, proseguendo da Dragoniere lungo il valle Varaita Trekking e quindi svoltando a sinistra nella borgata abbandonata e abbastanza spettrale di Rostagno, passando per le omonime meire. Da qui per un lungo tratto il sentiero sarà una striscia sottile di erba meno fitta tra le megaforbie. Raggiungo Meira Bianca, il cui tetto è stato taconà con teloni e dove sento dei versi di caprioli provenire dal bosco, ma senza vedere animali, che mi regaleranno però quattro zecche. Trovo alberi caduti, ma con un passaggio più o meno sbozzato. Credo sia in questa ginnastica che mi cade dalla tasca laterale la custodia con gli occhiali da vista, che devolvo agli archeologi del Tremila, perché dubito che a breve passi qualcun altro da questo sentiero che possa raccoglierli. Mi dirigo quindi verso un impluvio boscoso, dove pascolano dei vitelli. Scendo al guado e scavalco i fili elettrificati, mentre i vitelli si danno alla fuga precipitosa. Raggiungo i margini di un grande prato brucato, dove resto sul sentiero un po' cercando di intuire dove possa esserci una mano umana negli avvallamenti, un po' aiutandomi con il GPS. All'ingresso del bosco trovo qualche tacca e un sentiero più marcato che sale dolcemente al colle del Prete, dove non c'è nessun cartello né alcuna tacca che lo indica.

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Meira Garduilot

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Meira Garduilot

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Testa di Garitta Nuova

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Testa di Garitta Nuova


Al colle c'è un certo affollamento di gruppi familiari. Oltre a un'edicola votiva, c'è anche una specie di altare di fronte a una nicchia con una statuetta, sormontato da un muro di due metri in cemento in cima al quale c'è una piccola campana. Mi spalmo la crema solare, perché sono ormai le 11 e non vedrò un albero fino a sera, e mangio della roba energetica. Il colle è una porta sul vallone di Gilba e offre un bel panorama sulla pianura fino al Rosa.

Da qui mi incammino su un'ampia dorsale erbosa, tra erba bassa e spettacolari fioriture, dove il panorama si ampia a mano a mano che la quota aumenta. Ora non sono più solo, ma condivido parti della salita con alcune persone, con cui però scambio solo il buongiorno. Non c'è molto da raccontare per la verità sull'ora e mezza che mi separa dalla prima cima, Testa di Garitta Nuova. Noto un larice nano cresciuto al riparo di un dosso: questi alberi possono anche essere molto vecchi, con anelli di accrescimento meno che millimetrici, e non possono elevarsi al di sopra del riparo, perché verrebbero seccati dal vento e dal gelo. Passo quindi dalla Meira Gardiulot, giusto un muro perimetrale. Questi toponimi indicano un luogo con una gran vista e questo tiene fede alle aspettative: si vedono bene le Marittime, seppure un po' nascoste dalle nuvole e offuscate dalla foschia. Non fa però troppo caldo: in salita non sudo e i due litri abbondanti di acqua mi dureranno fino alle 17.

Tra le fioriture, ai gigli di monte visti poco sopra il colle, si aggiungono gli anemoni, i tre colori delle viole, le più numerose, un'orchidea e qualche rododendro. Questi ultimi sono pochi, segno che qui il territorio è molto curato dai pastori, per cui questi cespugli tanto amati dai fotografi sono come la gramigna, perché sottraggono pascolo e pertanto li combattono: ancora un paio di anni fa li ho visti bruciati in un alpeggio. Naturalmente però la maggior parte delle fioriture sono specie a me sconosciute, di cui non mi rimangono i nomi ma solo le forme e i colori dei fiori, come le distese gialle o certi petali a punta.

Dapprima salgo per una pista appena accennata, poi questa scompare e seguo tracce di escursionisti sempre più labili. Mi rendo finalmente conto che il ripetitore che vedo da un po' è proprio sulla mia prima cima, una marcatura contemporanea tra un ometto di pietre nel punto più alto e una croce metallica affacciata verso Meire Bigoire, in valle Po. In fondo anche gli ometti di vetta e le croci non sono sempre esistiti, ma sono stati nati in ben precise circostanze storiche con ben precisi propositi, in culture esterne alla montagna, che le vedevano come un teatro per l'autorealizzazione; forse un giorno i nostri discendenti vedranno i ripetitori come noi percepiamo gli altri due.

La cima è abbastanza affollata, ma sufficientemente ampia da accogliere tutti. Vado a sistemarmi oltre la vetta, al principio della dorsale che dovrò percorrere e da cui finalmente ammiro il Monviso, eccezionalmente ancora sgombro alle 13. I suoi canaloni sono ancora abbondantemente coperti di neve. Vedo anche la ancora lontana Cima di Crosa, al termine della dorsale che mi accingo a percorrere.


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Monviso


Sulla dorsale non c'è sempre una traccia, men che meno segnavia, ma con buona visibilità non ci si può sbagliare. Tra sfolgoranti fioriture, aggirando nevaietti residui (curiosamente tutti a sud) e qualche roccia, raggiungo la Cima Riba del Gias. Come vetta vale poco, dal momento che ha giusto un piccolo ometto, ma tutt'intorno ci sono degli interessanti muri a secco, non so se di confine o con quale altro scopo. Stando un po' a sinistra della dorsale, per evitare una pietraia che vedo più in basso, mi imbatto in un sentiero più marcato, che mi condurrà al colle di Cervetto. Sul suo margine ci vedo piantata una penna scura di qualcosa di grosso. Poche descrizioni per un tratto straordinario, con le valli ai miei piedi e il Monviso di fronte che va coprendosi. Per la verità mi sembra di galleggiare su un mare e non faccio molta attenzione ai fondali.

Al colle resto un po' meditabondo, rimuginando se sia il caso di proseguire verso Cima di Crosa o scendere: cammino da cinque ore e non sono in perfetto allenamento, a causa dei lunghi mesi di fermo da pandemia. Mi faccio un po' di coraggio da solo e provo a continuare, pentendomi subito, perché la salita sostenuta mi fa immediatamente sentire la stanchezza accumulata. Persisto tuttavia, sperando che il bivio con la traccia in quota che taglia via i Fortini di Crosa sia ben segnalata. Si tratta di rudimentali fortificazioni settecentesche, di quanto l'alta val Varaita era francese fino a Casteldelfino (esiste tutt'ora una frazione chiamata Confine, un poco a valle del paese, e oltrepassandola gli alpeggi non si chiamano più meire bensì grange).

Per fortuna è ben segnalata da una tacca biancorossa a V, che indica di girare e lasciare la traccia che prosegue in cresta. Percorro quindi uno spettacolare traverso, solo un po' timoroso che la stanchezza mi faccia porre un piede in fallo. Il pendio precipita sotto di me e corre fino ai boschi che circondano Becetto, con il suo campanile da qui foruncolo, sempre tra fioriture. Oltrepassata una dorsale, mi appare la mole scura della cima, immersa nell'ombra di un nuvolone, che ora mi sembra imponente per la fatica, anche se è appena 150 m più alta di me. Mi trovo tra tantissime genziane a campanula in procinto di fiorire: dovrebbe essere quella di Koch, perché le rocce mi sembrano gli gneiss acidi. In salita, raggiungo il colletto tra i Fortini e la Cima, dopo aver incrociato non poca gente in discesa.

Dal colle vedo un bel laghetto in valle Po, dove c'è della gente rumorosa che sento fin da qui. Trovo un bivio e prendo a sinistra il ramo più evidente, dove trovo una tacca poco oltre (ma secondo la carta anche l'altro porta in cima). Intanto la vista del pendio sotto di me è ancora più strepitosa che prima, ora che sono più in alto. Raggiungo la dorsale che scende verso la Madonna Alpina, che percorrerò in discesa, e con un ultimo ansimante strappo ripido come il Muur sono in cima, dove mi fermerò più di un'ora.


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Cima di Crosa

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Testa di Garitta Nuova da Cima di Crosa

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Dorsale sud di Cima di Crosa


Ci trovo tre uomini anziani con una donna di mezza età intenti a chiacchierare a ruota libera in piemontese. Mi accomodo e rifocillo. Il Monviso nel frattempo è scomparso dietro le nuvole, ma in compenso le Marittime e la val Maira sono ora più limpide di stamattina. Più tardi mi ricorderò di aver portato tutto il giorno il pesante binocolo da cacciatore in fondo allo zaino e lo userò per riconoscere il Cervino, il Castore, il Polluce e, al capo opposto, Cima della Saline. Resto in dubbio sul Beigua, non potendo distinguere le antenne. Riconosco Superga e il grattacielo Sanpaolo nella mia città, oltre che il lungo viale nel bosco di Stupinigi; tento anche di individuare il camino dell'inceneritore che mi hanno costruito sottocasa, ma la risoluzione non lo consente o non sono abbastanza determinato, ma è chiaro che da casa mia a Torino si vede questa cima.

Mentre le nuvole vanno a zonzo, portandomi il sole a sprazzi, sale un trentenne senza zaino, che mi chiede come si chiama questo posto. Gli dò una risposta pacata e materiale, come se la sua non fosse una domanda più insensata di quella posta a Pensiero Profondo, e gli indico anche la vera cima, poco più alta, verso cui si precipita prima di sparire in un baleno. Intanto i quattro scendono e mi lasciano solo per una ventina di minuti, prima che salga un ragazzo taciturno insieme a un border collie, che tiene sempre ben legato al guinzaglio. Annoto due righe sul libro di vetta e scatto qualche foto alla croce.


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Madonna Alpina

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Madonna Alpina

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Madonna Alpina

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Becetto


Seguendo la dorsale diretta a sud, per prati senza una traccia definita arrivo alla cappella dedicata alla Madonna Alpina, un nido d'aquila che domina la montagna di Becetto. Un signore francese, figlio di una donna del posto e di un corso, l'anno scorso mi raccontò di quando qui consumava le esperienze di socializzazione giovanile, durante le vacanze estive. L'interno è molto curato e perciò inaccessibile. Peccato, mi piacerebbe leggere le dediche delle foto appese alle pareti. Il mio atto devozionale è scattarvi una foto.

Proseguo quindi sul sentiero che taglia in piano il pendio, cercando il punto di vista adatto una foto, anche se il migliore era prima di arrivarci, in cui la si vede vegliare dall'alto il panorama, sul confine tra dei ripidi pascoli e una zona più dirupata. Queste zone di natura selvaggia ostili alla colonizzazione erano percepite come diaboliche e forse la posizione della chiesa non è casuale, ma non credo proprio che esistano documenti che attestano le ragioni della scelta. Giunto in vista di un grande nevaio di accumulo, in una conca ai piedi di ripidi pendii erbosi, al bivio imbocco il sentiero segnato sulla destra, che lo aggira dal basso, pur tra qualche infrascamento di ontani. A valle della conca nivale, arrivo a una baita diroccata, con abbondante vegetazione nitrofila, da cui mi affaccio su Becetto. La temperatura intanto è salita quanto basta a costringermi a stare in maglietta, togliendo l'ultimo strato rimasto dalla cima.

Tra bellisimi prati ripidi aperti sulla valle, trovo i primi larici nani. Alla mia destra, oltre un rio, faccio caso a una bellissima zona di dirupi prativi, colonizzati da larici e cembri, illuminati da una luce radente da dietro il dosso soprastante. Non so se i pastori sarebbero d'accordo con questo mio giudizio estetico, frutto della cultura romantica di origine industriale e alieno alle loro necessità. Sento fischi di marmotte.

Raggiungo il margine superiore degli alberi d'alto fusto, dove qualche cembro è in sofferenza. Altri piccoli sembrano piegati da qualche slavina. Mi imbatto negli ultimi narcisi. Raggiungo la confluenza con il sentiero che scende dal colle di Cervetto, per cui non ci sono indicazioni, perché i cartelli indicano solo la Cima di Crosa via Madonna Alpina. Il sentiero entra quindi in una specie di strettoia tra cembri e larici di dimensioni ridotte, variamente piegati dalle slavine, da cui la zona di dirupi appare ancora più affascinante.

Passo quindi a valle di una baracca metallica, presso cui ci sono delle sorgenti, dove confluisco in una pista, entrando nel bosco continuo, qui di larici. I segnavia si fanno rari e pellegrini, ma la cartina indica chiaramente che devo seguire la pista. Quando mi fermo a terminare l'acqua, mi sorpassa il ragazzo con il cane, che sfreccia a velocità almeno doppia della mia. Da uno scorcio il campanile di Becetto sembra a un tiro di schioppo, ma l'altimetro è di un altro avviso. Supero un bel prato di megaforbie fiorite, dove trovo lo sbocco di una pista per MTB, partita a monte di Meira Gardiulot, e dove c'è una baita. A una curva, noto una tacca all'imbocco di una traccia e deduco che è il sentiero che taglia un paio di tornanti. Provo a imboccarlo e noto con piacere che doveva essere il vecchio sentiero graduale e non una traccia di escursionisti che taglia per la massima pendenza. Ci trovo anche una bella fioritura di maggiociondoli. Confluisco sulla pista poco prima del parcheggio di Meira Ruà.

Come d'altronde già da Cima di Crosa, le indicazioni sono solo per chi sale, perché evidentemente non considerano chi fa giri ad anello, ma qualche tacca e l'evidenza mi aiutano a trovare la mulattiera che evita la strada asfaltata. Aggiro Meira Ruà, dove c'è della gente che sta trascorrendo il pomeriggio della domenica sul prato della propria baita, finisco sull'asfalto, ma individuo quasi subito la pista erbosa alternativa che scende a Becetto. Sbucato dal bosco, vedo il campanile che sta suonando le 18 e in breve sono alla piazza dove ho lasciato l'auto.

Ho la mezza idea di fare una visita al santuario, prima di andare e cena dai Chimi a Frassino, quando mi accorgo della mancanza degli occhiali. Avendo solo quelli scuri, devo perciò essere a casa prima del buio, come un alter ego di un vampiro, e sono costretto a rinunciare. Mi fermo almeno a Melle a gustare un gelato al latte di montagna e al gusto fieno, la loro specialità.

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«[Le montagne] sembrano mancare dei contrassegni tipici dell'italianità» (M. Armiero, Le montagne della patria)

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 Oggetto del messaggio: Re: Cima di Crosa 2531 m
MessaggioInviato: mar giu 30, 2020 22:50 
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Quotazerino doc
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Iscritto il: mar gen 29, 2008 15:41
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Località: Arenzano
Bel percorso, sono zone aperte, di ampio respiro ma circondate da giganti.

Peccato per i Chimi, :( ma comunque un bel gelato di Melle è pur sempre un bel modo per dire arrivederci a quella valle, dove si torna sempre volentieri. :strizzaOcchio::

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