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Escursionismo e Alpinismo nell'Appennino Ligure e nelle Alpi Occidentali

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 Oggetto del messaggio: Valle Varaita Trekking
MessaggioInviato: gio ott 24, 2019 10:46 
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Iscritto il: mer gen 04, 2017 21:35
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Località: Torino
Il Valle Varaita Trekking è un percorso di media montagna ideato in anni recenti, sulla falsariga dei più consolidati Percorsi Occitani della val Maira e Lou Viage della valle Stura di Demonte. Consente di attraversare molte zone al di fuori dei percorsi escursionistici più frequentati, che si concentrano nell'alta valle e intorno al Monviso.
Nel mese di giugno 2019 ne ho percorso una versione ridotta a una settimana, insieme a due amici. La stagione scelta ci ha consentito di cogliere in pieno il periodo della fioritura e di evitare l'affollamento estivo, anche se nella tappa più bella ci ha presentato il conto con una giornata instabile di luce fosca.

Melle-Frassino

Breve tappa di accesso al trek, che abbiamo nostro malgrado parzialmente condiviso con il turismo motorizzato domenicale, che si insinua in ogni anfratto non serrato da lucchetti a doppia mandata. La tappa si svolge tra i boschi e attraversa alcune borgate di un certo interesse architettonico, oltre a costeggiare diversi edifici sacri, anche antichi; lungo il percorso si incontrano inoltre numerosi piloni votivi affrescati con immagini della Madonna e dei santi. Mentre le chiese furono opera collettiva del clero e delle comunità, questi ultimi furono edificati per iniziativa delle singole famiglie, che commissionavano direttamente le opere ai pittori di montagna. Di solito non hanno perciò lasciato documenti scritti negli archivi ecclesiastici e non è quindi possibile risalire alle ragioni che ispirarono ciascuno di essi. Spesso queste erano un ringraziamento per un lieto evento o una richiesta di aiuto alle divinità in periodi difficili. Tra le ragioni, non si può poi tralasciare il prestigio sociale legato al superfluo e agli staus-symbol, ben documentato in tutte le società con un minimo di stratificazione sociale. I piloni nascono come forma cristianizzata di precedenti culti animisti. I celto-liguri, che colonizzarono queste montagne prima della dominazione romana, avevano l'usanza di erigere pile di pietre (poi chiamate mons Iovis dai latini) alle divinità, spesso in luoghi significativi, come punti panoramici, bivi o passaggi impegnativi, come forma di invocazione della loro protezione dalle forze della natura, in un legittimo e sempre attuale desiderio di controllo sull'imponderabile, in un ambiente ostile e imprevedibile. Le popolazioni contadine, infatti, temevano la natura selvaggia e le davano una connotazione complessivamente negativa: basti pensare al ruolo degli dèi romani della natura selvaggia, come il dio silvano Pan, simbolo degli istinti incontrollabili. I cristiani ereditarono queste concezioni e le adattarono alle nuove credenze, passando ad attribuire queste forze all'influsso diabolico.

Lasciamo l'automobile ai margini di Melle e attraversiamo l'abitato, dove spiccano una grande casa con loggiato e una gelateria nella piazza, dove tra una settimana termineremo gloriosamente il nostro viaggio, sperimentando il fiordilatte aromatizzato alle erbe di montagna. Dalla piazza scendiamo verso la provinciale, percorsa da un intenso traffico di auto e moto rombanti. La attraversiamo al semaforo, dove c'è il primo pilone votivo della giornata, che per noi merita il significato contemporaneo di ex-voto di scampati all'investimento. Seguendo le paline (la cartina è imprecisa), prendiamo verso valle lungo una sterrata, da cui si distacca un sentiero lastricato, delimitato a monte da un muro a secco a sostengo del pendio. Prende a salire nel fitto bosco misto collinare e ci porta in una zona aperta, con vista sul verdeggiante monte Birrone, frequentata meta dell'escursionismo invernale. Qui è stato edificato un pilone ancora in tempi recenti, negli anni Cinquanta del Novecento, quando ormai i montanari stavano già fuggendo in massa verso le neonate industrie della vicina pianura. Attraversiamo il piccolo gruppo di case di Cianal, dove in un cortile spicca un grande ciliegio. Dopo le intense piogge del mese precedente, che hanno rattoppato un inverno secco e mite, i roseti sono al massimo dello splendore e l'erba lungo i sentieri è alta e fitta, oltre che fiorita. Ci immergiamo nuovamente nel bosco, costeggiamo una casa con roseto in una radura e a un bivio imbocchiamo la via più lunga per Sant'Eusebio. Seguono anche dei tratti in piano, fino a quando ci troviamo subito a valle della radura in cui sorge la frazione dominata dal campanile, a cui risaliamo.
Ci fermiamo a bere al lavatoio, provocando un fuggi fuggi di lucertole, mentre poco lontano tre vecchie stanno conversando a proposito degli intingoli, che si apprestano a cucinare per il pranzo della domenica. La frazione ha molte case vissute, ma sembrano quasi tutte sprangate e non vediamo nessun altro in giro, nonostante la festività estiva. Torniamo a sentire il rombo delle moto sulla provinciale, da cui le ovattanti foglie del bosco ci avevano isolato in precedenza. Passiamo accanto alla medievale chiesa che dà il nome alla frazione, costruita lungo la via di transito dell'epoca. Allora si evitavano i fondovalle oggi adatti ai mezzi motorizzati e si preferivano invece le zone sulle dorsali e a mezza costa, anche per edificare gli insediamenti. Infatti qui il clima è meno umido e le alluvioni meno probabili. A ricordo di ciò, sulla facciata meridionale è dipinto un san Cristoforo, protettore dei viandanti.
Ci immettiamo sul percorso del trek, proveniente da Brossasco, che prosegue lungo la strada asfaltata diretta alla Madonna della Betulla, attraversando delle zone prative aperte, con vista sull'alta valle di Bellino, dove mi sembra di riconoscere il Pelvo d'Elva e il Mongioia. Attraversiamo altre frazioni con belle case e rose fiorite, superati da un certo traffico di auto dirette al santuario. Vediamo poi dal basso la bianca chiesetta di san Michele, in cima a un cocuzzolo boscoso. È intanto terminato l'asfalto e il fondo diventa sterrato. Troviamo il vecchio sentiero, che taglia un tornante, passando in una vegetazione termofila di querce e ginepri (abbiamo sperato invano nell'ombra e nel fresco del bosco). Al rientro sulla sterrata, incontriamo un ragazzo che sta appendendo ai rami le banderuole di plastica, che fungono da segnavia per il trail di domenica prossima. Passiamo da Meire Pantoisa, molto ben ristrutturata, dove apprezziamo l'acqua fresca di una fontana, una stalla con volta a botte e l'architettura in pietra quasi da fortilizio cinto da mura.
La strada pianeggia e un pilone votivo annuncia il santuario, costruito a ricordo di un'apparizione con un messaggio più inutile e desolante di quelli dei contattisti odierni, e rifatto tra Otto e Novecento. Incontriamo le auto che ci hanno superato, oltre a diverse altre, parcheggiate sui piccoli fazzoletti erbosi intorno alla chiesa. Parte degli occupanti sta prendendo il sole, mentre altri stanno pranzando a dei tavolini pieghevoli, montati all'ombra del portico che copre il sagrato. Un signore sta mangiando un panino seduto dentro il bagagliaio della sua Multipla. Non ci curiamo di loro, ma fotografiamo e passiamo, sulla stradina ora più stretta. Individuiamo quindi il sentiero, che vi resta un poco più sotto, e corre in piano bordeggiando una casetta diroccata invasa dalle ortiche, prima di giungere al pilone votivo datato 1861 delle Meire di Nivo, presso cui ci fermiamo a pranzare, anche per via della sorgente con vasca, che doveva servire ad abbeverare il bestiame.

Durante la sosta, andiamo a visitare i ruderi delle residenze stagionali (meire deriva dal latino migrare), dove i montanari trascorrevano l'estate coltivando e pascolando il bestiame. Il breve sentiero che le unisce alla fonte era delimitato da lose disposte di taglio nel terreno, dette teluire. Purtroppo per loro la montagna finiva poco sopra, per cui non avevano a disposizione gli ampi pascoli estivi del piano alpino ed erano perciò più poveri dei colleghi dell'alta valle. L'agricoltura montana di sussistenza era più stentata della pastorizia, e infatti andò in crisi ben prima, scomparendo dopo l'ultimo dopoguerra, mentre l'allevamento transumante a fini commerciali perdura tutt'oggi, seppure su scala più ridotta di un tempo e principalmente devoluto alle bestie da carne. Tra le case ce n'è una ristrutturata in pietre e cemento e abbandonata non da molti anni, in cui i villeggianti si erano anche costruiti una cantinetta arredata con legno dipinto di rosso e si erano addirittura piastrellati il bagno e la cucina, come suggeriscono alcune piastrelle ancora integre abbandonate sull'uscio (nessuno di noi si fa venire in mente un giro esplorativo all'interno, nonostante la porta spalancata). Più in basso c'è un'altra casetta ristrutturata e dimenticata, con una recinzione in metallo.
Durante la nostra permanenza alla fonte, arrivano dalla Madonna della Betulla tre vecchie, di cui una cammina aiutandosi con due bastoni. Sono salite dal vallone di Gilba, hanno lasciato gli uomini a San Bernardo delle Sottole, poco più avanti lungo il nostro cammino, per una puntata al santuario, da cui ora stanno tornando. Proseguendo lungo il sentiero, che confluisce nella strada, ben presto le raggiungiamo, nel piazzale accanto alla piccola cappella con un porticato in scala a mo' di riparo, chiuso da due colonne tonde. Dal vallone di Gilba arriva il rombo delle moto.
Imbocchiamo la strada sterrata in discesa diretta verso Frassino, al cui margine una coppia si è sdraiata accanto al tubo di scappamento della propria automobile. Varie altre automobili salgono in verso opposto, tutte con un singolo passeggero a bordo. Giunti all'asfalto, continuiamo a scendere e al tornante arriviamo alla chiesa di San Claudio, in perfetto stato di conservazione, con un porticato chiuso da una cancellata, per tenere all'esterno il bestiame. Al suo lato si diparte una mulattiera bordata anch'essa di teluire, che secondo la cartina si dovrebbe smarrire ben presto, ma è marcata dalle banderuole del trail e ha l'erba rasata, segno che è invece stata recuperata di recente, dopo che sono stati segnalati i sentieri, ed è percorribile. Facciamo una pausa pennichella (a Meire Nivo non c'era il posto per sdraiarsi). Una poiana che volteggia giustifica sin dal primo giorno il binocolo che ho scelto di portare nello zaino. Scendiamo su mulattiera a Campo Soprano, dove vediamo un gigantesco fienile. Un aspetto dell'architettura delle Alpi Occidentali che colpisce molto è senz'altro la grandezza di certe abitazioni. È un retaggio del diritto napoleonico, che prevedeva la suddivisione in parti uguali dell'eredità. Dato che i montanari generavano molti figli per avere aiuto nei campi (i lavori agricoli erano tutti a conduzione familiare), le case dovevano prevedere stanze per ciascuno degli eredi. Dato che spesso molti dovevano emigrare in via definitiva in Francia, in quanto il territorio non era in grado di sostentare tutte queste bocche, spesso gli eredi diventavano irreperibili e non c'era modo di gestire questi beni.
A Campo Soprano lasciamo il percorso del trail, che prosegue in piano lungo una mulattiera non riportata sulla carta, mentre noi scendiamo a valle del paese, dove troviamo l'imbocco del sentiero che scende nel bosco; vi vediamo degli escrementi di equini e poi degli asini in carne ed ossa. Finiamo nuovamente sulla strada nei pressi di un pilone e manchiamo un secondo imbocco, proseguendo invece sull'asfalto, costeggiando diversi chalet quasi tutti abbandonati. Lasciamo la strada principale, prendendo la diramazione per Meira Paseri, dove contiamo di ritrovare la mulattiera. Un sosia dell'ex presidente Giovanni Leone, intento a rasare il prato di casa a torso nudo, ci conferma che la traccia individuata è la strada giusta, che tiene ammirevolmente pulita, per quanto le piogge di questa primavera gli consentono. Seguendola, rasentiamo il muro che delimita il pianoro su cui sorgono queste meire, fino a raggiungere dopo degli infrascamenti la mulattiera principale in corrispondenza di un pilone con raffigurato san Chiaffredo. Proseguiamo la discesa in una zona dove arriva nuovamente il rumore delle moto, ora in fase di rientro a valle. Raggiungiamo un recinto con due capre socievoli, la strada e infine Frassino.
Dato che è presto, facciamo una merenda alla locanda dove alloggeremo, prima di andare a svolgere le incombenze vagabonde della doccia pomeridiana e del bucato. Provo un succo di lamponi che producono loro, naturalmente zuccheroso, ma molto apprezzabile se accompagnato dal ghiaccio. La nostra stanza è su due piani, uniti da una ripida scaletta in legno con i gradini così accavallati da avere una scansione predeterminata per i piedi destro e sinistro, tramite slarghi indispensabili. Abbiamo anche un balcone dove stendere. La cena sarà una delle migliori del viaggio. Dopo le incombenze gironzoliamo per la parte vecchia di Frassino, ridotta all'osso, sostanzialmente una sola breve via parallela all'attuale carrozzabile, dove c'è qualche casa con minime vestigia medievali, come un portone megalitico e una bifora murata, con una delle caratteristiche teste mozze di derivazione celtica su un pilastro. Dall'altro lato della provinciale c'è poi una grande chiesa più moderna con facciata neogotica, purtroppo chiusa. Il suo campanile suona tutte le ore due volte, anche di notte, oltre al tocco della mezz'ora, una sgradita tortura per chi ha difficoltà a prendere sonno. Quest'usanza ci accompagnerà per buona parte dei pernottamenti. Fino quasi all'ora di cena il serpentone del rientro domenicale è ininterrotto.

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Madonna della Betulla

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Madonna della Betulla

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Frassino-Becetto

Tappa decisamente più gradevole della precedente, formata da due traversi ondulati separati da una salita abbastanza secca, in cui si supera la maggior parte del dislivello di giornata. L'architettura delle meire, oggi circondate dal bosco formatosi dopo la fine dell'era agricola, resta il principale centro d'interesse del percorso, ma al salire della quota comincia a esserci spazio per gli alpeggi e le fioriture, che caratterizzeranno la tappa di domani.

Il percorso segue dapprima la strada che corre parallela alla provinciale, restando un poco a monte, e attraversa le moderne casette residenziali o di villeggiatura. La parte più emotiva del gruppo, che nutre scarsa fiducia sul buon segno di chi traccia i sentieri, entra subito in fibrillazione, figurandosi che resti così per un bel tratto, e comincia allora a elaborare ardite vie di fuga. Per fortuna, giunti a borgata Peyrassa, troviamo edifici tradizionali e la vecchia mulattiera, qui preservata. Proseguiamo così nel bosco su un tracciato dal fondo erboso, delimitato a monte da un muro di contenimento in pietre a secco.
Ci ricongiungiamo alla strada a Torre, dove la cappella dedicata a san Sebastiano offre riparo al viandante col suo portico. Sul muro laterale è affissa una targa lapidea a ricordo di una terribile valanga, staccatasi dal soprastante monte Ricordone, che colpì Meira Fasi e Meira Martin e altre borgate in misura minore il 19 gennaio 1885, al culmine di un'intensa ondata di nevicate, causando 70 vittime umane, oltre a decimare gran parte del bestiame custodito nelle stalle. Il monte è ben riconoscibile dal qui per la croce bianca eretta in occasione del centenario della tragedia. Oggi il versante è boscoso, ma allora doveva presentarsi spoglio perché adibito a pascolo e coltivazioni. Così descrive la valanga la Sentienlla delle Alpi, giornale di Cuneo, che nei giorni successivi mandò un inviato sul posto: «La valanga precipitò dalle creste del Ricordone domenica a mezzogiorno in punto. Si estendeva per parecchi chilometri con circa 30 metri d’altezza e 50 di larghezza. Si divise in cinque parti, ognuna delle quali rovinò sopra una borgata.» A causa della fitta nevicata, il rumore della valanga non fu udito a Frassino e la notizia si diffuse solo molte ore dopo, quando sei giovani, che erano scesi al capoluogo, al ritorno furono presi di striscio dalla valanga, riuscirono a liberarsi dalla neve e tornarono al capoluogo per dare la notizia. I soccorsi si attivarono subito e i volontari si trovarono di fronte scene drammatiche: «La neve era alta due metri, molle per la pioggia che veniva giù commista alla neve[…] Si posero tosto al lavoro pel salvataggio; da ogni parte udivasi grida e lamenti, ma, la neve avendo tutto ricoperto, non potevasi bene discernere donde venivano le voci. […] Il primo ad essere estratto fuori dalle macerie fu il Conciliatore con i suoi quattro figli; poscia una famiglia di sette, tutti vivi; quindi un'altra di 9 parimenti illesi. Ma dopo si cominciò ad estrarre i cadaveri che venivano trasportati nella vicina cappella di S. Sebastiano a Torre.» «Ho visto i cadaveri: sono tutti informi, coperti di terra, in stato da far orrore.», testimonia l'inviato. La situazione peggiore era a Meire Martin: «Grida disperate partivano da quella parte ma nulla si poteva scorgere […] la traversata era fatalmente impossibile. I pochi scampati a Meire Martin devono la vita al coraggio di quattro nerboruti giovani: Garneri Matteo di Domenico, Garneri Pietro, Garneri Matteo del fu Chiaffredo, Garneri Battista, i cui nomi qui riporto a pubblica testimonianza dell'abnegazione e del valore spiegato.» Essi si trovavano in un luogo parzialmente risparmiato e riuscirono a salvarsi. «[Garneri Pietro] [a]ccorse, e dopo ore di fatiche poteva togliere dalla rovinata stalla prima la madre morta, poscia la moglie che s'era fratturato il femore della gamba destra. Intanto il figlio con alte grida chimavalo, e il padre, senza ferri, delle mani solo servendosi, andava scavando cercandolo, ma quando dopo due ore di simile disperato lavoro lo rinvenne, l'abbracciò morto. […] Garneri Chiaffredo stette ben 28 ore chiuso nella stalla; i figli, affinché non soffrissero per l'acqua che cadeva, li nascose sotta le mucche del cui latte tutti si sostentarono. […] Un ragazzo di 17 anni restò 24 ore capofitto, quando fu liberato chiese da mangiare; gli diedero del pane, ma appena assaggiatolo lo rigettò. Aveva tutte e due le gambe fratturate in modo orribile e fu portato su una slitta presso il tabaccaio, suo parente, più morto che vivo. L‘ho visto ieri col medico ma c’è ben poca speranza che guarisca.» Nei giorni successivi altre forze si unirono ai soccorsi. Mi colpisce il fatto che gli Alpini arrivarono in ritardo, perché dovettero essere avvisati con un telegramma portato a mano fino a Piasco, che impiegò un giorno intero ad arrivare. Quanto era diversa la percezione dello spazio allora! Una volta in un mercato di Torino vidi dei prodotti «a km 0» della val Varaita: evidentemente quel venditore non era venuto a piedi, altrimenti li avrebbe decantati come di una regione remota e inaccessibile. La valanga arrivò fino alla carrozzabile, che ostruì con un muro di neve alto 30 metri e largo 100. Una donna, che perse il marito e i figli, tra le rovine della casa trovò un tesoretto in napoleoni d'oro e scudi d'argento nascosto nel muro, di un paio di ordini di grandezza superiore agli interi stanziamenti governativi per i superstiti. Del destino della signora si perdono le tracce sulla stampa locale, ma una guida della valle afferma che si comprò una cascina in pianura e una casa in paese, dove morì ultranovantenne. Scorrendo i nomi e le età delle vittime, balza subito all'occhio di quanto pochi siano gli uomini adulti in rapporto alle altre categorie: i contadini erano soliti migrare stagionalmente in Francia, durante la stagione del riposo invernale, perché i magri proventi dell'agricoltura estiva erano insufficienti a mantenere le numerose famiglie. L'evento scosse l'opinione pubblica al punto che furono aperte sottoscrizioni per aiutare i superstiti, non solo nella valle, ma anche a Torino.
Proseguiamo lungo la stretta strada fino a borgata Bruna, dove riprendiamo la mulattiera, salutati da una vecchia con due cani. Attraversiamo un prato dove sorgono dei castagni secolari e, sempre in piano, arriviamo al santuario della Madonna degli Angeli, molto curato, così chiamato perché sul timpano è raffigurata la scena dell'Assunzione, con la Madonna issata in cielo da alcuni angioletti. Beviamo abbondantemente alla fontana. Una lapide sul bordo dello spiazzo erboso attorno all'edificio ricorda i morti di un bombardamento aereo tedesco, che erano sfollati da Venasca, in cerca di un luogo più sicuro.

Tra l'edificio e la fontana si diparte un sentiero erboso, che salirà ripido e senza pietà fino al Culet, consentendoci di superare in un sol boccone quasi tutto il dislivello di giornata. Saliamo per molto bosco e piccoli prati, dove pascolano due vitelli. Scende un pastore alto e magro, timido e taciturno, che ha ristrutturato e dotato di corrente elettrica un edificio della soprastante borgata di Borgione, altrimenti in rovina e invasa dalla vegetazione arborea. Una casa sembra essere stata usata fno a tempi più recenti, per via di una trave in acciaio del tetto (in procinto di crollare) e di alcune decorazioni blu. La salita procede sempre ripida in quello che mi sembra essere stato un pascolo arborato di castagni, o forse una coltura mista con i cereali, come mostra la distanza tra gli alberi e la presenza di mucchi di spietramento. Arriviamo alla strada asfaltata e la attraversiamo, per poi ritrovarla poco sopra, dove transita sotto il portico di una chiesa. All'esterno erano affrescati dei dipinti indecifrabili, perché troppo consunti, e inciso un bassorilievo dall'aspetto di un crocifisso. L'orologio del campanile è fermo.
Entriamo nella borgata Chiaronto, che presenta delle belle case con ballatoi, la maggior parte abbandonate. Vista la posizione più solatia rispetto alle borgate di fondovalle viste finora, doveva avere un certo benessere, ma la lontananza dalle vie di comunicazione motorizzata l'ha consegnata all'oblio nella nuova era. Ad ogni modo, anche qui come altrove, per integrare i redditi i paesani dovettero inventarsi un mestiere girovago, in questo caso quello di muratore. Era una strategia assai comune nella Alpi e in alcuni casi ha lasciato un ricordo fino ad oggi, come nel caso dei celebri caviè di Elva della valle accanto, ma gli esempi sono innumerevoli. Beviamo abbondantemente alla fontana alla base di una casa ancora tenuta, presso cui ci sono un pilone votivo e un roseto fiorito. A monte della case, lasciamo sulla destra il sentiero diretto al percorso avventura e proseguiamo nella nostra salita senza tregua, nella prima parte tra muri a secco, più in alto su una traccia che non sembra ripercorrere alcun sentiero storico. Giunti su una dorsale, finiamo su una traccia ben marcata finalmente più pianeggiante; ci conduce in graduale salita a un pilone votivo ai margini dei prati di Culet, un insediamento pastorale, costruito in una conca della dorsale diretta al monte Ricordone, come suggerisce il nome. Un gran bel posto. La salita continua è finalmente terminata e di qui a Becetto saranno saliscendi.
Con una giravolta a U, imbocchiamo un sentiero in lieve discesa, che, con qualche tratto fangoso, ci conduce agli edifici di Meira Paola, dove sorge l'omonimo rifugio. Con tempismo perfetto, ci arriviamo esattamente all'ora a cui abbiamo prenotato il pranzo. Il rifugio è molto curato, con il prato rasato e molte aiuole, e così i dintorni. Vi pascolano dei cavalli neri di razza Merens, appartenenti al proprietario dell'edificio e dei terreni, che li alleva per farne commercio. Più avanti nella stagione saliranno ai pascoli superiori. Oltre a noi, l'unica altra cliente è una signora che ha pernottato qui e si prende un tavolo al sole, mentre noi optiamo per l'ombra. Più tardi arriva un ciclista che ordina un misero panino, perdendosi le prelibatezze della cucina (io resto soddisfatto dal tagliere vegetariano).

Proseguiamo lungo la pista forestale nel bosco misto di betulle e faggi, presumo uno stato di transizione dopo l'abbandono di pratiche forestali o di pascolo, in quanto le due specie prediligono in genere habitat diversi. Dato che la pista è gradevole, continuiamo a seguirla, anziché imboccare il sentiero nel bosco e descriviamo pertanto un ampio semicerchio tra i boschi e qualche piccolo appezzamento prativo, dove pascola qualche vacca bianca. Arriviamo alla sbarra, dove la pista si innesta sulla viabilità pubblica, in concomitanza con la Panda di due pastori, cosicché vediamo dove nascondono la chiave del lucchetto. La strada asfaltata scende con dei tornanti, dove incontriamo una coppia di corpulenti francesi, intenti a passeggiare insieme al loro cane. Questi, stanco, si fa prendere in braccio dal papà. Ritroviamo lo sbocco del sentiero evitato e proseguiamo lungo la strada, lungo cui sono segnalati come parcheggio del Meira Paula tutti gli spiazzi a bordo strada. Anche questo tratto di viaggio non deve essere percorso di domenica, come la strada di Madonna della Betulla. Per prati e boschi, sempre su asfalto, giungiamo a Ricchiardi, nei cui prati stanno pascolando delle pecore tosate.
Beviamo alla fontana e attraversiamo il borgo di pietra, che nel lunedì di giugno è deserto, ma sembra vissuto e animato, per la presenza di una rustica osteria e di un piccolo palchetto per il liscio. Il nostro passaggio disturba vari gatti bianchi pezzati di nero e arancio e attiva un cane legato. Risaliti alla strada che aggira le case, proseguiamo transitando accanto alla povera chiesa di Santo Stefano, un po' in disarmo nonostante l'orologio funzionante, pur con generoso margine di errore, e arriviamo al fondo della strada. Qui sorge, o sarebbe meglio dire giace, la spettrale frazione di Rostagno: all'ingresso c'è un pilone dai dipinti così consunti da essere ombre più angoscianti dell'Urlo di Munch, quindi tra gli edifici solo una casetta è ristrutturata e porta una data di trent'anni fa, mentre le altre, che pure presentano architetture pregevoli, sono in rovina. Su una di esse è anche dipinta una crocifissione.
A proposito di quest'ultima, come del resto di tutti i piloni votivi visti, mi colpisce il fatto che i suoi abitanti, nella loro povertà avessero voluto lasciare dal basso un segno permanente della loro cultura, a beneficio delle generazioni future. Oggi invece sulle nostre case non si dipinge nulla: i residenti non hanno nulla da dire al mondo. I graffiti dipinti da estranei sono subito cancellati dai proprietari dei muri e peraltro sono quasi sempre solo firme, come il cane che piscia per lasciare il suo odore, mentre i dipinti con messaggi culturali o sociali sono rari. Gli unici messaggi pervasisi sono i cartelloni pubblicitari del consumismo a bordo strada, che ha sostituto le credenze metafisiche come ideologia condivisa della società. Tuttavia essi sono transeunti come le merci, che devono essere allocate per poi sparire quanto prima dallo spazio-tempo e dalla memoria, per lasciare posto alla mirabolante generazione successiva di prodotti. Mentre i codici contenuti in questi dipinti ci sono ancora comprensibili, anche se i bisogni che li ispiravano non sono più attuali, i prodotti promossi nelle vecchie pubblicità e i messaggi in esse contenuti si sono volatilizzati nell'aria.
Usciti dalla borgata, attraversiamo un prato falciato, dove ci sono delle arnie. Entriamo quindi in una zona di erba alta, dove il sentiero è ben evidente, perché ieri è stato calpestato da un serpentone di cinquanta escursionisti, saliti da Rore a Becetto. Eravamo leggermente in ansia per questo tratto, perché la nostra cartina lo riportava tratteggiato, ma dalla sua redazione sono stati fatti lavori di miglioramento. Entrati nel bosco, scendiamo all'impluvio, dove il torrente scorre su un piano di pietrisco fermato da una brglia. Lo superiamo su una passerella di tre tronchi, subito a valle di una piccola cascata. Riprendiamo a salire, su un breve e ripido sentiero, che si arrampica a una pista erbosa falciata da poco: non si sente più il caratteristico odore dell'erba tagliata, ma la ricrescita non è ancora cominciata. Arriviamo al pilone della Gradetta, un nome che di solito indica un luogo panoramico, ma in questo caso deve essere un ricordo di quando non c'era il bosco. Accanto al pilone, oltre un filo, stanno pascolando delle vacche e un toro; l'erba della pista è stata falciata per permettere a loro di andare a bere al torrente.
Per prati in via di rimboschimento spontaneo arriviamo a Dragoniere, una frazione formata da case in buono stato, anche di costruzione novecentesca, e dove c'è un circolo ARCI ora chiuso. Sotto un porticato una grande stele commemora i caduti in guerra, i sacerdoti che vi hanno servito, le tappe della costruzione della chiesa e l'irresistibile avanzata del progresso. Proseguiamo in piano sulla strada, tra le case che si diradano e vari piloni, con il campanile di Becetto in vista. Il primo tratto di mulattiera è evitato dai segnavia, e la imbocchiamo invece al cimitero. Qui nessuno ha tagliato l'erba, che occupa folta il fondo, tranne in una zona in cui i cinghiali ci hanno fatto il favore di sterminarla arando il terreno. Superiamo un torrente su una passerella e poi incrociamo una donna in MTB, che sta penando non poco per l'erba alta, anche per via dei pantaloni corti. Superiamo un recinto con un aveliniese e un asino, che si lanciano prontamente verso di noi, speranzosi di un boccone che prontamente ricevono, per poi arrivare in breve a Becetto. Il primo impatto è con un edificio comunitario in costruzione, che ci mostra il suo lato poco etnico di mattoni rossi, in attesa di essere rivestito di pietra come già lo è la facciata.

Per prima cosa andiamo verso la chiesa, che nel medioevo, prima che le apparizioni di Valmala la facessero passare in secondo piano, era un importante centro di pellegrinaggio mariano. Davanti c'è un porticato dentro cui è affissa una stele analoga a quella di Dragoniere. Per il resto la borgata ha un aspetto un po' sciatto anche se senza segni non di abbandono. All'albergo cogliamo di sorpresa il personale, perché la titolare è devuta scendere in pianura per un'emergenza da pronto soccorso e non ha lasciato disposizioni. Ci tocca perciò attendere che preparino la stanza e fare tutto di corsa prima di cena. Tra l'altro il bucato non asciugherà di certo, perché il cielo si è velato e l'atmosfera è parecchio umida.
Cena accanto a noi un signore francese con il vecchio padre corso, che fa mostra di parlare solo francese, nonostante di solito i corsi capiscano bene la nostra lingua, in quanto il loro dialetto è una variante del toscano. La madre, originaria di qui, è morta recentemente e sono a Becetto, dove hanno una casa, per sistemare le questioni burocratiche. Il signore, terminato il suo pasto, viene al nostro tavolo a spazzolare tutti i nostri avanzi del cinghiale.
Dopo cena un'anziana signora viene a tenere una dimostrazione di pentole miracolose con bluetooth a beneficio di alcune donne. La signora si muove con consumata esperienza da imbonitrice e adopera con disinvoltura le migliori tecniche dell'informazione distorta e sensazionalistica, per convincere le astanti a abbandonare i prodotti della concorrenza e passare ai suoi. Il mio spirito mefistofelico mi fa sognare ardentemente di essere un esperto informatico, per bucare il sistema di comunicazione di questi prodotti cosiddetti smart o dell'Internet delle cose, notoriamente pieni di falle o del tutto privi di protezioni contro le intrusioni, per far bruciare le pietanze in preparazione.

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Borgata Peyrassa

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Chiaronto

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Meira Paola

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Ricchiardi

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Dragoniere

Becetto-Casteldelfino

Probabilmente la tappa più bella del viaggio: il percorso si snoda come una lunga serie di saliscendi in una stretta fascia altitudinale, ampia circa 300 m, tra pascoli e insediamenti stagionali, che percorriamo nel pieno della fioritura, quando offre il meglio di sé. Purtroppo abbiamo abbiamo trovato una luce tutt'altro che ottimale: al mattino molta afa, quindi il cielo si è coperto e a metà pomeriggio si è scatenato un temporale. Ci siamo così inzuppati quanto basta, soprattutto i piedi per via dell'erba alta, rimasta fradicia anche dopo, oltre a essere privati del piacere di quasi un'ora di cammino.
Il tracciato previsto dagli ideatori del trek proponeva di puntare sul lago Bagnour con una tappa di otto ore, ma, visto il nostro piglio contemplativo, rischiava di trascinarsi troppo per le lunghe. Dalla cartina ho valutato, per fortuna correttamente, che il tragitto fino a Casteldelfino richiedesse circa un'ora in meno e così abbiamo puntato lì.

Partiamo con il bucato ancora umido appeso allo zaino. I segnavia ci condurrebbero a Civalleri, dove parte il sentiero, lungo la strada asfaltata che attraversa Becetto, ma la cartina segnala anche la presenza di un sentiero poco a valle delle case. Imbocchiamo perciò la pista sterrata che scende a Sampeyre e, dopo un tentativo a vuoto alle spalle di una catasta di rumenta edile, troviamo una traccia che resta in piano. È in realtà una traccia di bestiame, ma poco prima delle case ci imbattiamo in un pilone votivo, chiara prova che il sentiero passava efftettivamente di qui, anche se oggi è andato perduto. Passiamo accanto a una casa di emigrati o loro discendenti, che hanno una bella gattina, e poi ci inoltriamo in un bosco fresco e umido, lungo un sentiero bordato di frassini, ogni tanto invaso e impaludato dai vari rii che lo attraversano. Scendiamo verso l'impluvio e passiamo accanto a un vecchio mulino, detto dei Tumalin Pagò dal nome dei proprietari, dove sono ancora visibili le macine. In zona ce n'era una decina, ma furono quasi tutti distrutti da un'alluvione. Passiamo il ruscello a valle di una cascata contenuta in una fenditura della roccia, su un ponte in legno a schiena d'asino, presso cui una volpe ha lasciato una fatta. Poco più avanti vediamo delle aquilegie fiorite. Risaliamo sulla sponda opposta, dove la vegetazione cambia repentinamente e presenta essenze di ambienti più aridi, come i pini silvestri, e moltissimi fiori. Il sentiero prosegue a mo' di cengia aerea tagliando lo scosceso pendio e offrendo una vista su Becetto, purtroppo offuscata dal controluce, ma soprattutto dalla foschia untuosa. Una catena in un tratto esposto si rivela ridondante con l'asciutto, ma come scopriremo tra qualche giorno, è soprattutto con il fondo umido che si apprezzano questi ausili. Raggiunto il costone a confine della valletta, tocchiamo le abbandonate Meire Roina, così chiamate per la vicinanza con il dirupato impluvio, più apprezzato dagli escursionisti che dai pastori, visto che noi non dobbiamo andarci a recuperare le capre. Per loro fortuna oltre l'espluvio c'era un terreno decisamente più adatto al pascolo, dove erano stati ricavati dei prati e un pascolo arborato di larici.
Terminati i pascoli, incontriamo un terreno terrazzato dove grandi abeti rossi sono disposti in file ordinate: è il vivaio forestale del Preit, istituito ai primi del Novecento, periodo di grandi tentativi di rimboschimento, e abbandonato poco dopo l'ultima guerra. Come altre opere analoghe fu anche concepito come ammortizzatore sociale in periodi di grave crisi economica e di avvio della fase di spopolamento delle montagne. È ancora in buone condizioni, ma inaccessibile, la casa del custode. Guardando per terra si capisce perché gli alpigiani piantassero i larici nei pascoli e non gli abeti: gli aghi morti creano una coltre sul terreno che non lascia crescere nulla. Il sentiero guadagna successivamente quota nel bosco con dei tornanti e sbuca in un ambiente prativo, dove confluiamo su una pista erbosa. La seguiamo mentre guadagna quota con un paio di tornanti, fino a raggiungere le meire Bellocchio, grandi costruzioni ai margini del bosco, con una fonte da cui fuoriesce un rivolo d'acqua. Seguendo i segnavia, costeggiamo alcuni faggi imponenti e sbuchiamo nuovamente fra radure cespugliose fiorite, dove incontriamo altre baite, abbandonate anch'esse. Attraversiamo poi un bel pendio erboso con radi alberi delimitato da balze rocciose, molto panoramico. Vediamo due farfalle che si accoppiano. Il sentiero scende quindi su una pista sterrata, che seguiamo mantenendo la direzione di marcia, transitando tra balze rocciose e grandi faggi.

La pista termina a Serre di Raie, un consistente gruppo di meire poste su una dorsale, come suggerisce il nome. Probabilmente era la stazione intermedia dei pastori che d'estate salivano sugli estesi pascoli sovrastanti. In passato i prati nei dintorni erano falciati per produrre fieno. Gli edifici sembrano essere quasi tutti abbandonati, ma ancora in buono stato. La chiesetta è stata ristrutturata di recente. Su una casa è affrescato un dipinto che raffigura la Madonna con alcuni santi, firmato da Giuseppe Gautieri, pittore ottocentesco autore di numerosi piloni in questa e nella valli limitrofe, tra cui quello edificato a Valmala sul luogo dell'apparizione. Mangio metà dell'enorme panino che mi hanno dato all'albergo e rabbocco l'acqua alla fontana, oltre a cospargermi di crema solare.
La mulattiera erbosa prosegue restando ai margini della grande conca prativa a monte di Serre di Raie, nell'esplosione della fioritura. Raggiungiamo la gola del primo ramo del rio Milanesio, che la mia cartina chiama Cassart. Questa sponda erbosa scende dolcemente verso il rio, mentre sull'altro lato c'è un salto roccioso. Superiamo il corso d'acqua su ponticelli di pietra e ci arrampichiamo per un passaggio erboso sulla sponda opposta, sempre tra lussureggianti fioriture, con la Gentiana lutea a vincere la palma di fiore più appariscente, data la dimensione. Da qui fino a Colletto di Sopra la traccia si fa labile o del tutto assente, forse anche a causa dell'erba alta, per cui dobbiamo seguire con attenzione i segnavia, che con buona visibilità si riescono a seguire senza vagabondaggi. Superato un altro ruscello sempre su un ponte di pietra, procediamo con sei occhi a caccia di tacche e nei prati privi di traccia saliamo faticosamente a un gruppo di baite, le meire Seguret; la vista sul poggio di Serre di Raie e sui grandi pascoli soprastanti compensa ampiamente lo sforzo. Proseguiamo in piano tra molte tracce di bestie, che ci consentono di scegliere quella più adatta a non disturbare dei vitelli al pascolo. Arriviamo a una successione di passerelle di legno su vari torrenti, che ci conducono infine su un sentiero più evidente diretto a Colletto di Sopra. Saliamo tra le case, dove abitano poco socievoli maremmani, per cui ci dileguiamo e andiamo a fare una pausa a monte del paese alla Madonna delle Neve, semplice chiesa con qualche ex-voto all'interno.

Mangiato qualche prodotto energetico, scendiamo per prati alla strada, ancora accompagnati dai latrati dei maremmani, che ci hanno nuovamente individuato. Alcuni cartelli danno dei tempi da trail runner, sia per le mete da cui arriviamo, sia per quelle a cui siamo diretti. Nel frattempo il cielo si è coperto e, insieme all'afa, ciò crea una cappa opprimente, nonostante le nuvole siano alte. La strada perde quota e ci porta a un grande prato con vista su Serre di Raie, dove ci sono dei cartelli di avviso per i maremmani, rivolti a chi sale. Arriviamo quindi a Pui, dove due bambini stanno giocando e dei cani da pastore più amichevoli vengono a salutarci da una casa isolata. Cominciamo a sentire dei tuoni provenire dal colle di Sampeyre e ci auguriamo che restino lì. Sarà una speranza vana. Poco a monte di Ciampanesio imbocchiamo il sentiero diretto al bosco dell'Alevè, aggiriamo una coltura di erbe e riprendiamo a salire. Sempre accompagnati dai tuoni, passiamo accanto a una galleria di servizio a una cava di amianto, costruita per saggiare la bontà del minerale. La cava fu attiva fino agli Anni Sessanta del Novecento ed ebbe la stessa proprietà della famigerata amiantifera di Balangero. Il paese qui a valle a cui faceva riferimento si chiama ancora Confine, perché, fino all'inglobamento dell'alta valle nel Ducato di Savoia, era appunto il confine con il Delfinato. Risaliamo fino alla croce d'Alie, posta su un poggio panoramico. Avremmo voluto fare una pausa qui per finire il panino, ma proprio ora comincia a gocciolare e continua insistentemente a tuonare, anche se per fortuna non vediamo fulmini. Indossiamo giacca e coprizaino e proseguiamo verso un più sicuro bosco, mentre prende il via una pioggia moderata che durerà quasi un'ora.
Il tratto che segue lo passiamo un po' in carriera, preoccupati per la situazione e poco inclini alla contemplazione: ad un certo punto cade anche un fulmine a un chilometro circa da noi. È un vero peccato, perché il traverso in quest'alternanza di bosco e ripidi valloncelli scabri, delimitati da dorsali rocciose, non è per nulla sgradevole. Nei tratti più aperti sono poi fiorite le ginestre. C'è anche qualche bel tratto aereo, che con buona visibilità sarebbe panoramico; invece vediamo solo le spesse nuvole scaricare pioggia e li attraversiamo inquieti sotto la minaccia dei lampi. Passiamo alcuni gruppi di baite, dove non scorgiamo anfratti dove trovare riparo, perché è tutto in rovina e invaso dalla vegetazione, fino a quando la pioggia cessa in vista delle grange Auriol (da notare che, entrati in zona francofona, ora gli alpeggi si chiamano grange e non più meire). Per qualche minuto filtra anche una bella luce tra le nuvole, ma il cielo non si sgombra e poco dopo il sole scompare nuovamente e definitivamente.
Alle grange facciamo la pausa forzosamente rimandata in precedenza, con le coperture impermeabili stese nella vana speranza che asciughino. Nell'erba alta e zuppa che segue ci infradiciamo i calzoni e gli scarponi, al punto che l'acqua oltrepassa le loro protezioni e ci arriva ai piedi. Superiamo il bivio per il lago Bagnour, tralasciando il sentiero lì diretto, e rimaniamo invece sulla medesima mulattiera, diretta a Casteldelfino. Una di noi, vedendo i piedi ormai persi, indossa i sandali e mi offro di portarle il sacchetto degli scarponi appeso al mio zaino. Più avanti l'erba è stata rasata, per far salire delle vacche di cui vediamo le fatte; in compenso alcuni rii si sono ingrossati per la pioggia e hanno invaso la mulattiera con la loro acqua limacciosa. Sul fondo della mulattiera crescono un bel po' di orchidee rosa di più specie. Giunti a Serre, decidiamo di proseguire per la strada asfaltata, anziché di seguire la mulattiera più diretta che vi resta poco sotto. A Casteldelfino telefoniamo all'agriturismo per farci spiegare dove sono e li raggiungiamo senza prestare particolare attenzione al paese.
Per prima cosa ci facciamo dare della carta da giornale da appallottolare dentro gli scarponi, per farli asciugare quanto possibile. Che asciughi il bucato è invece del tutto fuori discussione, perché il clima resta umido (riprenderà pure a tuonare) e la struttura è costruita nei pressi di un mulino di un avo dell'attuale proprietario, quindi vicino al torrente. Ci preparano una cena molto raffinata. A pensione ci sono anche due cinesi che non parlano l'italiano e hanno difficoltà a intersecare il loro minimo inglese con quello altrettanto risicato degli albergatori. In cucina c'è molta allegria, perché le figlie adolescenti hanno terminato da poco il faticoso pendolarismo scolastico con Saluzzo, che le costringe a levate antelucane. D'altronde anche il proprietario che ci serve a tavola ha l'aria molto allegra e deve farne una filosofia di vita, tanto da aver dipinto su un muro una strofa della celebre Canzona di Bacco di Lorenzo il Magnifico, che invita i giovani alla letizia.

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Becetto

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Mulino del Turnalin Pagò

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Serre di Raie

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Grange Auriol

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Bertines

Casteldelfino-Chianale

Tappa che attraversa il bosco di pini cembri dell'Alevè, senz'altro la maggior celebrità naturalistica del viaggio. Molto bello anche il sentiero tra Maddalena e Chianale.

La carta da giornale negli scarponi ha fatto il suo sporco lavoro: si è inzuppata ben bene e ha sottratto un bel po' di acqua alle tomaie e alle solette, che restano comunque umide, ma calzabili senza pena. Anche la colazione è molto buona, a parte lo yogurt di Becetto con l'aroma di banana… una combinazione azzeccata come il gelato al ketchup. Alla partenza la moglie del proprietario, a cui dobbiamo la gustosa cena di ieri sera, col cellulare ci scatta una foto zaini in spalla, a imperitura memoria del nostro passaggio lungo il Valle Varaita Trekking. Risaliamo diretti al centro del paese, dove contiamo di trovare l'imbocco della mulattiera per Bertines. Passiamo ai piedi di un grande edificio nobiliare con loggiato, Casa Ronchail. Risalendo ripidamente la parte vecchia, molto ben tenuta, raggiungiamo l'imbocco della mulattiera, che si presenta erbosa e intrisa di rugiada, grazie a cui recuperiamo celermente l'umidità ceduta alla carta. Saliamo nel bosco, per poi trovare dei prati e delle stalle poco prima di Bertines. Nella frazione mi faccio incuriosire da uno strano aggeggio montato nell'orto di un vecchio: sopra bastoni di legno infissi nel terreno, sono infilate delle bottiglie di plastica, a cui sono fissati dei fondi di bottiglia, sempre in PET, come se fossero pale a cucchiaio di una turbina Pelton ad asse verticale, che fanno ruotare la bottiglia quando spinte dal vento. Il signore mi spiega che servono a creare vibrazioni nel terreno, per tenere lontane le talpe dal suo orto.
Passiamo sotto un arco e giungiamo a un vecchio fienile, dove nutriamo un timidissimo cane da guardia con i resti dei giganteschi panini di ieri (c'era chi ne aveva presi due e non era riuscito a finirli). Anche un gatto randagio apprezza.
Saliamo per un ripido sentiero lastricato, che una volta serviva a far scivolare a valle i prodotti dell'alpeggio e del bosco su slitte. Attraversiamo un ambiente solatio tra cespuglieti di noccioli e radi larici, con vista sul Pelvo d'Elva che va sparendo dietro una nuvola già a metà mattina. Il potere colatorio della salita è rimarchevole, anche se per fortuna l'aria è più secca che ieri, per cui una sosta all'ombra è sufficiente a regolarizzare la temperatura corporea. Ci fermiamo anche noi un attimo al masso che fungeva da segnaposto per le soste delle slitte, per poi riprendere la salita. Compaiono i primi cembri in mezzo al pascolo a lariceto. Qui sono piccoli, segno che sono recenti: in passatto, come già osservato, i larici avevano ampliato il proprio areale per l'intervento umano, a discapito delle altre specie, che con l'abbandono della montagna stanno guadagnando nuovamente spazio. Il pino cembro si diffonde grazie alla simbiosi con un corvide, la nocciolaia, che si nutre dei suoi semi e ne fa scorte nel terreno, che a volte dimentica, consentendo loro di germogliare. È per questo che nelle zone rocciose capita di osservare dei cembri nati in anfratti delle rocce, come ad esempio tra le guglie rocciose, lungo il sentiero che sale dal gias delle Mosche ai laghi di Fremamorta, in valle Gesso. Mi ero portato il binocolo anche per poterla scorgere nel bosco, ma non capiterà l'occasione.
Facciamo una sosta refrigerante all'ombra nei pressi del bivio, a cui saremmo arrivati dalle grange Auriol, se avessimo seguito il percorso previsto dagli ideatori del trek. Poco dopo arriviamo all'ampia radura delle grange Pralambert Sottano, da cui ammiriamo alcune cime dell'alta valle, dove arriveremo nel pomeriggio. Le segnalazioni latitano, ma il percorso è evidente. I cembri diventano sempre più fitti e grandi; sui pendii a monte del bosco compaiono delle formazioni rocciose. Arriviamo a un pianoro, certamente un lago interrato, ricoperto di fiorellini indaco. Subito oltre c'è il lago Secco, che tiene degnamente fede al suo nome: è infatti un piccolo specchio d'acqua, quasi interrato, che per buona parte lascia allo scoperto le rocce del fondo. Al suo interno prolificano i girini. Notiamo che, soprattutto alle quote inferiori, molti pini hanno tanti aghi secchi e ci chiediamo se sia ancora l'effetto delle siccità degli scorsi anni e ancora di quest'inverno o se sia un ricambio abituale. Mi faccio affascinare dagli intrecci delle radici a fior di terreno, ma per scattare qualche buona foto dovrei venirci con più calma e dedicarmi solo a questo, meglio se in una giornata autunnale di nebbia, senza i contrasti estremi del solstizio.
Guadagnando gradualmente quota arriviamo sulle sponde del lago Bagnour, moderatamente affollate di persone che prendono il sole. Guadiamo l'emissario e andiamo al rifugio, dove abbiamo prenotato il pranzo. Siamo arrivati all'ora giusta. Il gestore sta facendo dei lavori che consentiranno di a fare ombra con un telo ai tavoli all'aperto, camminando avanti e indietro sullo stretto mancorrente della staccionata, che delimita il dehor. Insieme a lui gironzola per il tavolato esterno la cagnetta Dido, il cui muso ha la fisionomia di una persona triste. Per non cuocere, scegliamo di sistemarci all'interno, nonostante i tentativi della gestrice di scoraggiarci, in quanto ha appena pulito. Lasciamo gli scarponi ancora umidi ad asciugare al caldo del tavolato esterno e indossiamo i sandali. La polenta e il suo condimento sono quanto mai consistenti e ci chiediamo come facciano i gestori ad essere così magri, se cucinano questa roba; provo anche una birra di segale chiamata 3841, come l'altezza del Monviso. «Cervogia [birra, n.d.r.] è una maniera di beveraggio che l'uomo fa di fromento, di vena e di orzo… ma la Cervogia fatta di segale, è sopra tutte le altre la migliore», scriveva un accademico della Crusca nel 1685: in effetti tutte le birre di segale che ho provato mi sono piaciute.

Scarponi e bucato si sono intanto asciugati completamente. La discesa avviene per un ampio sentiero, certamente molto frequentato la domenica, dato che è la via più breve per arrivare al rifugio. Il cielo intanto si va coprendo di nuvoloni. Le previsioni meteorologiche restano analoghe a quelle di ieri, ma oggi e domani non si genererà alcun temporale. Passiamo accanto all'incantevole rifugio Grongios Martre, una baita con un prato all'inglese, aperto solo per chi pernotta. Nelle recensioni su internet si legge che vale la pena sobbarcarsi ben venti minuti a piedi per trascorrere la notte qui. Poco più avanti c'è un poggio panoramico sul lago artificiale di Pontechianale. Siamo intanto usciti dal bosco di cembri. Facciamo una sosta al rifugio Alevè, sul margine della provinciale, per terminare di digerire la sostanziosa polenta. Ai tavolini esterni sono seduti dei francesi ubriachi, che abbrancano il biondo del gruppo e gli chiedono se è tedesco.
Seguiamo la pista erbosa che va a Castello restando sotto la provinciale, sui cui margini pascolano delle pecore. Tra le case beviamo alla fontana e poi ci dirigiamo verso la diga, passando accanto ai tavoli di un bar con musica per motociclisti. Attraversiamo quindi lo sbarramento, sul cui muro a valle hanno i nidi le rondini, che vediamo volteggiare. Proseguiamo lungo la passeggiata del lago, che la sera è illuminata da lampioni in uno stile da modernismo sgualfo. In compenso la fioritura sui prati, evidentemente ancora sfalciati perché cintati, è all'apice. Verso il fondo del lago incrociamo degli anziani a spasso. Lasciamo sulla sinistra l'imbocco del sentiero diretto alla Battagliola, che percorreremo domani, e facciamo una merenda frugale nel bar del campeggio. Non entriamo a Maddalena, che è una frazione in larga parte moderna, costruita a beneficio degli sciatori. Anche la chiesa parrocchiale è recente, perché l'originale fu sommersa nel lago insieme alla sua borgata, dopo la costruzione della diga, ultimata nel 1942.
Proseguendo lungo il torrente, restiamo in un bosco rado, ai piedi di una ripida scarpata. Allo sbocco di una gola, guadiamo il torrente proveniente dal vallone di Fiutrusa tramite una rudimentale ma provvidenziale passerella di assi, in parte sommerse dall'acqua. Il torrente è ingrossato per lo scioglimento pomeridiano della neve: domani mattina il livello sarà palesemente inferiore. Ci ricongiungiamo così al sentiero principale proveniente dall'abitato, che sale ampio e ripido verso il vallone di Fiutrusa, fino a quando lo lasciamo in favore di un sentiero più pianeggiante, che risale la valle principale diretto a Chianale. Incontriamo un pastore magro con il suo gregge di pecore e due cani affettuosi; mentre lo salutiamo sta maneggiando un cellulare GSM. Attraversiamo lariceti radi e prati di erba alta con copiose fioriture; la testa del gruppo vede due caprioli che si dileguano prima che sopraggiunga la coda. Poco prima della meta, sbuchiamo in un anfiteatro terrazzato, occupato da prati nel fulgore della fioritura, magnifici nonostante il sole sia quasi sempre celato da nuvoloni innocui. In alto, tra una cascata e la Cima di Pienansea il sole illumina a raso dei vapori generando scene turneriane. Giungiamo infine a Chianale, che ci si presenta con lo sfondo di Rocca Bianca e Roc de la Niera colorate dal blu dell'ombra, avvolte da nuvoloni da litografia settecentesca. Il torrente, in piena perché in quota c'è ancora molta neve in fase di fusione, come traspare anche dal colore lattiginoso, forma gorghi e romba sotto il ponte di pietra che unisce le due chiese della frazione. Dopo la doccia, mi apposterò per scattare una foto a questa scena, ma il sole resterà nascosto dietro i nuvoloni alla testata della valle, vanificando la mia attesa. La frazione è molto ben tenuta, con l'architettura tradzionale preservata lungo la via principale e poche case moderne intonate. Ci abitano stabilmente solo 8 persone, tutte appartenenti alla medesima famiglia. La chiesa, che ho tentato invano di fotografare, presentava dei bassorilievi di origine precristiana, come le già citate teste mozze, che furono distrutte dagli ugonotti, la cui religione si era diffusa qui durante il lungo periodo francese. A loro proposito, il Casalis descrive una tecnica ingegnosa messa a punto da alcuni chianalesi rimasti sempre cattolici per integrare i magri redditi della montagna: alcuni di essi scendevano nella pianura piemontese raccontando di essere ex-protestanti che avevano riabbracciato la vera fede cattolica, anche fabbricandosi falsi attestati. Costoro ricevevano infatti abbondanti elargizioni in denaro, perché evidentemente i piemontesi ritenevano Mammona più convincente delle prediche dei cappuccini appositamente inviati a convertirli. Tuttavia non furono abbastanza accorti da farla franca, per cui alcuni si aggiudicarono anche una crociera sulle triremi.
Stasera siamo nell'agriturismo della signora Brigitte, una vulcanica francese andata in moglie a un locale. Si era erroneamente segnata che non avremmo cenato ed è costretta a rimediare con quello che ha pronto, perché in questa sera ancora fuori stagione non c'è nessun locale aperto. La sera Brigitte ci parla come un fiume in piena, raccontandoci un sacco di fatti personali fino alla settima generazione e suonandoci dei motivetti occitani con la fisarmonica diatonica. Io odio queste musiche, come del resto il liscio, ma non voglio deluderla e soffro pertanto in silenzio. Mi era andata meglio quella volta che avevo sentito una flautista suonare la Syrinx di Debussy alla luce del crepuscolo. Tra due giorni ci sarà un concerto di cori polifonici, che mi avrebbe interessato maggiormente, ma mi è andata male. A dormire qui c'è una coppia di tedeschi quarantenni, che stanno percorrendo un breve trek in valle. Hanno con sé la guida Rother della GTA, quella dove si dice che gli italiani vanno in montagna solo per un picnic accanto all'auto, o al massimo brevi passeggiate, come del resto noi e loro abbiamo potuto constatare di persona nei giorni precedenti. Lui è completamente ubriaco di vino (d'altronde hanno appena trascorso una settimana di vacanza tra Nizza Monferrato e Alba, che la dice lunga sui suoi interessi). Diamo loro un po' di informazioni sui dintorni e sui rifugi del Monviso. La sera è fresca e umida, cosicché apprezziamo i termosifoni tiepidi, che ci consentono di asciugare buona parte del bucato. La notte una volpe viene a rovistare tra i bagagli di un gruppo di francesi, che avrebbero dovuto venire qui a piedi, ma hanno rinunciato per la troppa neve ancora sui passi.

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Bertines

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Grange Pralambert Sottano

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Lago Bagnour

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Lungolago

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Pontechianale

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Rocca Bianca

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Chianale

Chianale-Chiesa di Bellino

Dopo il piacevole rientro a Maddalena, la tappa si presenta come double-face, perché mentre la salita al colle dela Battagliola è una purga, per contro la discesa è assai gradevole. Anche oggi era prevista la possibilità di temporali, ma fortunatamente il primo pomeriggio il cielo è schiarito rapidamente senza precipitazioni.

La mattina i tedeschi, diretti anch'essi a Chiesa, fanno colazione molto prima di noi e partono quando ci stiamo appena recando a tavola. Questo era l'unico posto in tutto il viaggio dove avrebbe avuto senso scattare qualche foto all'aurora e pertanto avevo rinunciato al cavalletto compatto, perché portare mezzo chilo in più per otto giorni da usare in una singola occasione mi sembrava uno sforzo inutile. Sto proprio diventando vecchio: cinque anni fa mi ero sobbarcato con entusiasmo quello da due chili per un'intera settimana per impiegarlo una sola notte. Inoltre in paese è stata montata una grande gru, che contamina di modernità l'idillio campestre della borgata, per cui rinuncio del tutto ai propositi bellicosi e mi sveglio con comodo a sole già alto. A colazione Brigitte, che dà in appalto i prati qui intorno per produrre miele millefiori, ci racconta dei suoi problemi con i pastori transumanti. Questi sono soliti arrangiarsi come meglio possono e approfittano di ogni distrazione per arrangiarsi, senza tanti riguardi per le proprietà altrui. D'altronde i loro rapporti con gli stanziali non sono mai stati idilliaci e sono anzi sempre stati considerati da costoro delle specie di profittatori, sempre pronti ad arraffare tutto ciò che capitava loro a tiro. Anche molti di loro sono d'accordo su questo punto e ne fanno motivo d'orgoglio, perché consente loro di cavarsela in una vita errabonda in casa altrui.
Tornati a Maddalena, passiamo per il borgo, triste come solo può esserlo una stazione sciistica fuori stagione o via Montenapoleone con le serrande abbassate. Per gli appassionati di stramberie, ci sarebbe da vedere una chiesa dove gli evangelisti sono raffigurati con sei dita, ma noi puntiamo invece al bazar, dove conto finalmente di trovare qualche cartolina. Altri si fanno conquistare da un camoscio di peluche con zampottoni da cucciolo di gatto davvero irresistibili (e che dire del mammuth, disgraziatamente troppo grosso per i risicati spazi dello zaino?), i più materialisti invece dai croissant della vicina panetteria. Oltrepassiamo il ponte sul Varaita, passiamo dal campeggio per andare a imboccare il sentiero, che per prati fioriti punta verso un gola che scende dal monte Pietralunga, oltrepassa il rio e entra nel bosco. Da qui fin quasi al colletto della Battagliola non c'è molto da raccontare, ma in compenso molto da ansimare e sudare, in quanto la salita si svolge su un sentiero sempre ripido, senza pausa alcuna: i suoi 600 m di dislivello ci sembrano 1500, anche per altissimo tasso di umidità. Non si presenta proprio come un sentiero storico di montanari. Degne di nota le tantissime formiche operaie, alcune radunate attorno a ricchezze misteriose, una con un piccolo scarabeo sulle spalle, varie volte più grosso di lei. Per la maggior parte del dislivello restiamo nel lariceto, per sbucare infine in un alneto sulle ultime rampe. Qui prolificano innumerevoli piantine di veratro, credo perché gli ontani fissano l'azoto nel terreno e il veratro prolifica bene nei terreni azotati, come ad esempio gli scarichi degli alpeggi. In passato questa proprietà era sfruttata nell'Appennino genovese, dove era praticato un ciclo colturale che prevedeva una fase di alneto, poi destinato a essere bruciato per essere sostituito dalle coltivazioni, che per qualche anno avrebbero beneficiato dell'azoto così fissato nel terreno. Il panorama è caratterizzato dalla lunga fascia rocciosa del monte Pietralunga sopra le nostre teste, mentre oltre la valle c'è la catena del Viso in buona parte fagocitata dalle nuvole. Raggiunta una dorsale, troviamo uno spiazzo erboso molto panoramico, dove ci fermiamo finalmente per un po' di contemplazione. Nel prato è ammucchiato qualche osso scarnificato. Segue un traverso tra rododendri, alcuni fioriti, e raggiungiamo infine il colle con un'ultima ripida rampa fangosa.
Il colle prende il nome da una sanguinosa battaglia combattuta a metà Settecento tra piemontesi e franco-ispani, nell'ambito della Guerra di Successione Austriaca. La battaglia fu tanto cruenta quanto inutile, perché il fronte decisivo era un altro, in valle Stura di Demonte, ma qui si combatté lo stesso all'ultimo sangue per carenze di comunicazione e comando dell'esercito francese.

Quando ci affacciamo sulla valle di Bellino, un nuvolone sta risalendo il pendio erboso sotto di noi e il Pelvo d'Elva ne sbuca fuori come sospeso per aria, aggrappato alla nebbia. Quando si dirada, vediamo Chiesa in fondo alla valle, su un conoide di deiezione mantenuto a prato. Al mattino il cielo si era rannuvolato di grossi cumulonembi già alle 10, ma ora si va schiarendo e rimangono solo cumuli alti sopra le cime. Ci cerchiamo un posto più a valle riparato dalla brezza e pranziamo, tra nuvole che vanno e vengono. Sale un signore in MTB in compagnia di un cane e poi scendono due anziani che hanno fatto un percorso selvaggio e avventuroso, salendo da Pleyne. Udiamo i richiami di un corvide, quasi certamente una nocciolaia che sta girando sui cembri dell'altro versante.
Scendiamo lungo la pista militare. Dapprima l'erba è appena spuntata, ma ben presto finiamo circondati da un mare di fiori. Gli anemoni sono i più comuni, ma in un prato vediamo anche della rara fritillaria, qui di colore viola. La strada scende ad ampi tornanti nei prati, dove ci fermiamo continuamente a fotografare. Gli spazi di sereno sono sempre più ampi: pessimisticamente ho rinunciato alla crema solare e la sera la pagherò con un arrossamento generale. Prudentemente porto anche sempre la crema idratante, di cui farò ampio uso. Prima di arrivare a un impluvio, lasciamo la pista e imbocchiamo il sentiero diretto a Chiesa, che scende più ripidamente nell'erba alta. Alternando prati a bosco, perdiamo quota rapidamente in un ambiente molto gradevole. Peccato solo che questi prati non sembrano più pascolati né falciati e sono perciò destinati a sparire. Sono ancora del tutto privi di vegetazione invasiva, per cui l'abbandono sembra recente; magari una pista in costruzione poco sotto di loro permetterà di recuperarne l'uso. Arriviamo a un gruppo di grange, dove funziona ancora un'apprezzata fontana (stavamo per terminare le scorte di acqua, dopo la sudata in salita).
Proseguiamo nell'erba così alta e folta che persino io, di solito immune, mi troverò una zecca aggrappata alla coscia. Attorno a degli alpeggi ci sono alberi piantati, così come a volte al margine del sentiero. Arriviamo a Mas del Bernard, borgata raggiunta dalla strada e abitata, dove sono in corso dei lavori fognari. Raggiungiamo la strada di fondovalle e risaliamo fino a Chiesa, dove gironzoliamo un po' tra belle architetture, prima di trovare il nostro posto tappa. È organizzato in maniera prussiana per dare un servizio adeguato al prezzo più basso possibile, essenzialmente agli escursionisti: è il posto dove ne vediamo di più. I gestori, che parlano tra loro nello stretto dialetto di Blins, dai termini spesso diversi dall'occitano del resto della valle, non sembrano particolarmente interessati all'escursionismo. Il loro figlio adolescente va in giro su un quad, né ci chiedono del nostro giro. Grazie al pomeriggio solatio e agli ampi stendibiancheria a ovest, riusciamo a far asciugare all'aria il bucato, come non ci capitava dal primo giorno. Dormiamo in camerata con un signore inglese, ma dai tratti somatici poco british, che sta facendo un trek senza una meta precisa, ma fermandosi più giorni in un posto e andando a zonzo, seguendo l'ispirazione del momento e le indicazioni che riesce a reperire dagli altri viaggiatori.

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Rocca Bianca

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Pontechianale

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Pelvo d'Elva

Chiesa di Bellino-Meira Garneri

Oggi, per evitare un tratto lungo il torrente, che temiamo monotono, e la risalita pomeridiana, decidiamo di distaccarci dal percorso previsto per salire invece al colle Bicocca e raggiungere Meira Garneri dal colle di Sampeyre. Non so se sia stata una buona scelta, perché il tratto più bello sono stati i prati attraversati dopo che ci siamo ricongiunti al Valle Varaita Trekking. Oggi è prevista instabilità più marcata che nei giorni precedenti, ma saremo graziati, prendendo solo poche gocce.

La partenza ci regala una cartolina con Chiesa, le vacche al pascolo e l'infilata della valle. Un vecchio intento a pascolare le vacche ci rassicura che oggi non pioverà, «almeno fino a mezzogiorno», aggiunge dopo un attimo di pausa. Forse non era indispensabile una secolare saggezza contadina, per sapere che i temporali di calore arrivano nel pomeriggio. Ci superano i due tedeschi incontrati a Chianale, che salgono come noi al colle Bicocca, ma scenderanno poi probabilmente dal colle Terziere su Casteldefino su un sentiero per degli alpeggi. Sulla nostra carta è indicato come incerto e destinato a perdersi, ma al colle lo troveremo indicato da una palina. La salita al colle Bicocca, che avevamo già percorso anni fa con le ciaspole, è decisamente più graduale e piacevole di quella al colle della Battagliola, ma altrettanto monotona. Saliamo infatti con una teoria di tornanti in un lariceto con qualche cembro, forse in passato pascolato, con l'unica interruzione di un paio di piccoli alpeggi diroccati con vista sul Viso, anche oggi coperto.
Ancora nella prima parte della salita, ci supera un pastore su una moto da trial, accompagnato da un cane bianco, che ci gira al largo. Più in alto, ci raggiungono e superano anche un cane da pastore con collare antilupo e un cucciolo; il cane ha un atteggiamento coì affettuoso nei confronti del cucciolo che a lungo lo riterremo la madre, fino a quando ci accorgeremo che è un maschio. Non vedremo più il pastore, ma udiremo dei campanacci provenire dalla nostra destra, dove è diretto un sentiero diretto a Celle, non riportato sulla nostra cartina. I due cani ci anticiperanno invece al colle della Bicocca, dove poi gireranno un po' spersi e penseranno anche ad aggregarsi a noi, salvo poi ritornare sui loro passi. Al crescere della quota ci imbattiamo anche in fioriture, soprattutto viole. Raggiunta una spalla da cui si vede il colle, vediamo sfrecciare in discesa un gruppo di una decina di ciclisti. Nell'ultimo tratto, meglio esposto rispetto a gran parte della salita, rivolta a nord, qualche rododendro è fiorito, mentre più in basso la stagione era più arretrata.
Al colle troviamo una moto da cross parcheggiata, senza tracce del guidatore, e i due cani intenti a rincorrersi e a giocare alla lotta. Ci fanno anche chiaramente capire di avere fame, infilando il muso nello zaino, ma non apprezzano il nostro pane. Il più grande tenta anche di marcare il mio zaino con la sua pipì, ma lo fermo in tempo. Il paesaggio sull'altro versante è completamente diverso da quello salito: c'è un'ampia testata valliva, interamente prativa, sovrastata dalla mole del Pelvo immerso nelle nubi. In lontananza, nella foschia, si riconosce la caratteristica sagoma del monte Bettone, all'altro capo della conca di Elva, a picco sull'orrido dove corre la vecchia strada ora chiusa al transito. L'aria è fresca, come del resto lo è stata per tutta la salita, anche se l'umidità ci ha fatto sudare lo stesso. Soffia anche una brezza, per cui decidiamo di cercarci un posto più riparato per mangiare un boccone. Proseguiamo perciò sulla sterrata diretta al colle di Sampeyre, controllando che i cani non ci seguano, e ci fermiamo a bordo strada nei pressi del colle Terziere, poco sopra gli scarni resti di una grande costruzione militare. Durante la sosta, sentiamo un cinguettio incessante, che una consultazione di internet ci conferma essere quello di un'allodola.

Intanto le nuvole si addensano in questa zona e il tratto successivo sarà pertanto in una nebbia fredda e buia. C'è una gran fioritura di anemoni. Alcuni prati sono invasi dalla carice rigida, una piantina che prolifica nei terreni eccessivamente pascolati e calpestati e non adeguatamente fertilizzati, perché a monte delle stalle più elevate. Intanto le nuvole vanno da un'altra parte, consentendoci di scorgere da lontano la borgata Serre di Elva, quella con la celeberrima Crocifissione di Clemer. Siamo nei pressi di una bizzarra formazione erosiva, credo di calcare, simile ad altre viste in altri posti. In lontananza, sul versante opposto della vasta conca di Elva, si notano coltivazioni di erbe aromatiche ed officinali, facilmente riconoscibili per i teloni posti sul terreno per riscaldarlo. Finita l'era dell'agricoltura di sussistenza, della patata e della segale destinate agli affamati montanari, oggi l'agricoltura di montagna può sopravvivere producendo beni superflui, destinati ai sazi metropolitani, per nutrire il loro bisogno di natura incontaminata frutto della civiltà industriale della pianura. La storia del genepy, una tra le più diffuse di queste erbe, è doppiamente emblematica in questo senso, in quanto l'uso come liquore oggi comune è un prodotto della rivoluzione industriale, che ha messo a disposizione l'alcool in cui macerarlo (prima era adoperato come tisana). Incrociamo una signora tedesca con il bucato appeso allo zaino, evidentemente una viaggiatrice come noi, ma con uno zaino grosso la metà dei nostri da 50 litri. Finisco sempre con il riempirlo con comfort, che poi peraltro uso in quasi tutti i viaggi, e invidio pertanto coloro che riescono a viaggiare con un carico minimo. Peraltro una volta anch'io mi portavo uno piccolo zaino da 35 litri, ma poi ho visto che viaggiare con qualche comodità in più non pregiudicava il mio godimento, perché ce la facevo lo stesso senza penare. Adesso viaggio con binocolo, un litro e mezzo d'acqua, ghiaccio istantaneo, a volte cavalletto, sandali confortevoli, pantaloni da riposo, ma con il procedere dell'età dovrò lasciare a casa qualche accessorio. I miei compagni di viaggio, che hanno qualche anno più di me, hanno già raggiunto questa fase.
Al termine di un tratto noioso, ci fermiamo un po' su dei pietroni a un quarto d'ora dal colle di Sampeyre, per poi ripartire bardati di guscio e coprizaino quando comincia a tuonare e gocciolare. In lieve salita, avvolti da una nebbia sempre più fitta, passiamo da una baita di legno e raggiungiamo il colle, dove ci sono un monumento e una monovolume bianca attrezzata per passarci la notte. Seguiamo la strada asfaltata diretta in val Varaita, fino a trovare il sentiero alternativo. Le nuvole sono molto fitte e il cielo continua a brontolare. La traccia non è sempre marcata e i segnavia sbiaditi, ma non è difficile restare sul percorso giusto, in quanto non ci sono bivi. Attraversiamo un pascolo arborato di radi larici, invaso da rododendri (in parte fioriti), chiaro segno di abbandono da qualche decennio, in quanto i pastori erano soliti bruciarli, perché sottraevano spazio all'erba. L'ho visto fare anche di recente. La nebbia si dirada e i più ottimisti si tolgono anche il guscio per stare più freschi. Oltrepassata una conca, il sentiero scende diritto e sconnesso in un bosco più fitto con anche legno morto, altro segno di mancanza di intervento umano, anche se stavolta benefico, in quanto aumenta la fertilità del suolo e la sua biodiversità. Arriviamo al ricongiungimento con il Valle Varaita Trekking, che individuiamo anche grazie a dei cartelli che indirizzano al nostro rifugio, proprio mentre comincia a piovere. Risaliamo dei prati fioriti di giallo, senza traccia ma con visibili tacche biancorosse, avvolti da una densa nebbia e bagnati da una lieve pioggerella. Dopo essere risaliti ancora un po' per piccoli prati e bosco rado, descriviamo un traverso, per poi scendere alla carrozzabile del colle. La attraversiamo e un sentierino nel fitto della vegetazione ci conduce al rifugio.
Dobbiamo fare un lungo giro per evitare le ruspe e il fango che la loro presenza comporta. Sono in corso grandi lavori per adeguare l'impianto fognario a un ingrandimento in corso, in quanto a breve sarà inaugurata una SPA. La struttura è di proprietà di una famiglia che possiede già un grande albergo a Sampeyre e evidentemente ha piani ambiziosi; è dato in gestione a due giovani. Il posto è di gran lunga il più lussuoso di quelli visti in tutto il viaggio, come traspare già dalla sala bar all'ingresso ed è confermato dall'arredamento delle stanze. La struttura è molto calda, grazie a un buon isolamento termico, e ha le rifiniture in legno e pietra. La stanza riscaldata ci permette di lavare e asciugare tutto, nonostante il temporale che si scatena dopo il nostro arrivo.
Oltre ai due gestori e ai cuochi, ci abitano un pastore del bernese e un gattino affettuoso che adora mordere. Nella sala da pranzo è trasmessa un playlist di musica italiana ricercata, da De Andrè a Caparezza; evidentemente è presupposta una permanenza più breve della nostra, perché sentiremo tre volte le stesse canzoni.

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Chiesa di Bellino

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Colle Sampeyre

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Pra Chiablin

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Meira Garneri

Meira Garneri-Rore

Tappa breve, caratterizzata da una lunga discesa (è l'unica tappa con un dislivello superiore ai mille metri). Molto belli i prati a valle del rifugio. L'abbiamo percorsa con la minaccia incombente di temporali pomeridiani più organizzati che nei giorni precedenti, che siamo riusciti ad anticipare e che poi non sono stati particolarmente violenti.

La colazione è la migliore del viaggio, con prodotti sfornati dalla cucina e altri di artigiani dei dintorni. Alla nostra partenza, il gattino è intento a cacciare nei prati intorno alla struttura. Seguiamo una pista sterrata in ripida discesa, che si diparte dalla via di accesso automobilistico al rifugio. Subito è spoglia e triste, ma ben presto si ricopre di erba verde e diventa più godibile. Ci conduce alla Meire da Fiour; in questa stagione tengono fede al loro nome, in particolare grazie al Polygonum bistorta, quel fiore formato da una pannocchia di microscopici fiorellini rosa, che è molto comune e tappezza i prati. Continuiamo a scendere con decisione tra baite e prati, attraversiamo la strada del colle, e al pilone di Misservè imbocchiamo un sentiero nell'erba folta, parallelo al torrente. Costeggiamo delle arnie, dove un giovanissimo apicultore sta estraendo le lastre con i nidi, per controllare l'andamento della produzione. Giungiamo a una pista da sci, dove la traccia si perde, ma dall'altro lato c'è un pilone votivo che ci indica la direzione giusta. Strano destino di un pilone votivo, che marcava un sentiero e ora una pista da sci, adattandosi ai tempi nuovi. Verificando sulla carta, scopriamo che dobbiamo proseguire ancora in piano per qualche decina di metri, per poi prendere a destra e varcare il torrente. Oltre il pilone per fortuna la traccia è stata appena battuta da una mandria di vacche, altrimenti sarebbe irreperibile tra le megaforbie. Giunti al filo che delimita il pascolo, individuiamo il sentiero da imboccare in discesa, che ci porta nuovamente alla pista da sci e oltre il torrente su una passerella di legno.
Il sentiero raggiunge un pilone con raffigurato san Chiaffredo, transita sotto una seggiovia e confluisce quindi nella strada del colle, che dobbiamo seguire per qualche curva. Siamo in corrispondenza del ristoro S. Anna, ma è troppo presto per una pausa caffè. Proseguiamo incrociando diversi ciclisti in salita a discesa e alcuni motociclisti. Salviamo dallo sgnaccamento delle improvvide chiocciole, che rischiano la vita attraversando la strada. Finalmente raggiungiamo la pista sterrata diretta a Nadobrand, che ci consente di abbandonare l'asfalto. Proseguiamo in lieve salita. Da una pista laterale arrivano due signori, che hanno parcheggiato il fuoristrada al tornante successivo; ci superano poi due ciclisti, il più vecchio dei quali è senza fiato ma non la smette di parlare neanche un secondo. Su una spalla uno squarcio nel bosco ci offre un punto panoramico su Becetto e le meire Roina, di cui riusciamo a individuare il prato, ma non gli edifici. Dopo l'ultima baita, che all'ingresso a un grosso fiore rosso simile alle peonie, nessuno più ha rasato l'erba, per cui ci camminiamo in mezzo fino al ginocchio. Poco prima di giungere al termine della pista, sul bordo ci imbattiamo in una ricca fioritura di aquilegie. Al fondo c'è un gruppo di baite, di cui una ristrutturata con abbondante impiego di cemento. La nostra cartina chiama questo posto Madonna di Nadobrand, ma non vediamo cappelle nè piloni. Ci fermiamo su dei massi per mangiare un boccone. Il cielo, sgombro al mattino anche se in un'atmosfera fosca, si è coperto e minaccia pioggia.

A valle delle baite vediamo una tacca su un albero isolato; attraversiamo allora il prato seguendo un traccia di erba calpestata (al rifugio ci hanno detto che due giorni fa altri escursionisti si sono incamminanti sul nostro stesso percorso). Il sentiero scende per un breve tratto regolarmente, attraversando anche una zona di rododendri fioriti, che emanano un profumo dolce, poi in maniera molto più accentuata, sempre seguendo una dorsale. C'è anche una balza rocciosa attrezzata con una fune metallica, fresca di fonderia. Data l'umidità del fondo, apprezziamo molto l'aiuto. Seguono altri tratti che richiedono cautela, per le pietre scivolose e le immortali foglie di faggio che le ricoprono. Continuando a rotolare, finiamo in una trincea, da cui scendiamo su una pista erbosa, in corrispondenza di un pione votivo in rovina. Saliamo a Grange Collet, un piccolo insediamento allungato ai bordi della pista, dove solo una baita è ristrutturata e tenuta. Continuando a salire nel bosco fitto, raggiungiamo delle caserme e delle fortificazioni di fattura ottoentesca, suppongo le retrovie delle fortificazioni edificate al confine con la Francia, durante il periodo della Santa Alleanza. Ai piedi dell'ultimo forte, la strada incomincia a scendere. Si mette a piovere dopo che da un po' tuonava e gocciolava. Ci fermiamo, indossiamo guscio e coprizaino e riprendiamo a scendere a morbidi tornanti, lungo la pista militare nel bosco. Il primo temporale per fortuna è tenue, per cui, grazie anche alla copertura del bosco, quasi non ci bagniamo.
Dopo un pilone accanto a delle case abbandonate, arriviamo alla giunzione con un sentiero, dove dobbiamo fare un'inversione a U. Proseguendo sulla strada, arriveremmo più in fretta a Rore, ma vale la pena di allungare la tappa, peraltro breve, per andare alla chiesa dedicata a san Mauro. Il sentiero resta in piano, passando a monte della borgata Brusa, e raggiunge la chiesa. Come speravamo, ha un porticato dove possiamo trovare riparo dalla pioggia, che tra poco crescerà d'intensità. All'interno è molto semplice e ha degli ex-voto appesi alle pareti, mentre sulla facciata ha delle raffigurazioni di santi. La parte bassa è tutta incisa da firme di passanti, per la maggior parte risalente agli Anni Settanta. Sotto il porticato ci sono dei nidi di passeriformi. Assistiamo al primo incerto volo di uno di essi, forse una femmina di ortolano. Accanto c'è un edificio a più piani, di cui è rimasto solo lo scheletro, che doveva servire come alloggio dei pellegrini e delle cavalcature, e dove adesso ci sono dei tavoli da picnic.
Terminato lo scroscio, con molto comodo ripartiamo. Seguendo in discesa una sterrata, arriviamo a Brusa, dove siamo accolti da gatti e galline. Più avanti vediamo delle vacche nei prati e delle stalle. Arriviamo alla provinciale, nel punto dove confluisce anche la pista militare. Con prudenza attraversiamo la trafficata arteria e saliamo a Ressia, nome che significa sega, in quanto qui, sfruttando l'energia meccanica offerta dal Varaita, nell'era pre-industriale c'erano degli opifici. All'ingresso di Rore un cartello avvisa gli automobilisti di procedere lentamente, perché qui i bambini giocano ancora per strada. Facciamo una puntata alla chiesa con portale del Quattrocento, per poi andare in albergo, poco prima che si scateni un rovescio.
Ci accoglie il figlio della titolare, mentre la nonna è impegnata in cucina, da cui arriva un forte odore di funghi, che ci verranno serviti a cena come condimento dei tagliolini. Il papà è invece impegnato in un trail da Alagna a Capanna Margherita, mentre la sorella sta facendo la ragazza alla pari vicino a New York. L'architettura della struttura è anni Ottanta, la stanza che ci danno è ampia e confortevole. Dato che oggi non dobbiamo neanche fare il bucato, indugiamo nel bar, dove c'è un poster autografato in occitano dai gemelli Dematteis, i detentori del record velocità nella salita sul Monviso. Alla sede del circolo vicino alla chiesa avevamo già osservato uno striscione in loro omaggio, anch'esso in occitano. Viene a fare un giro al bar il cane Barack, così chiamato perché fu trovato durante il periodo dell'elezione del presidente Obama. È di proprietà di una parente, in questo periodo assente, ma è anche il cane del paese. Dato che dopo il temporale il cielo si rischiara, saliamo alla chiesa di Santo Stefano, che domina il paese. La frazione è molto curata e ha l'aspetto di un posto vivo e animato: le case sono dipinte con figure ispirate ai sarvanot, la versione alpina del piccolo popolo del bosco. La cena è tradizionalista, condita all'inverosimile. Sentiamo la padrona mentre al telefono prende la prenotazione di un cliente abituale, un vecchio che chiama professore e viene qui con la moglie a trascorrere la villeggiatura estiva.

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Meire da Fiour

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San Mauro

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Brusa

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Santo Stefano

Rore-Melle

Tappa di bassa montagna, tra boschi e minuscole frazioni dell'ubac, dal latino opacum, come in occitano è chiamato il lato rivolto a nord e quindi ombroso, in queste valli che corrono da est a ovest. Almeno nelle zone attraversate da noi, rispetto all'adrech è decisamente meno affollato dal turismo domenicale: vediamo solo qualche villeggiante nelle frazioni e nessun merendero. Dislivello e durata della tappa sono superiori a quanto riportato nell'opuscolo degli ideatori.

Attraversiamo il paese accompagnati da vari gatti e riempiamo la borraccia alla fontana. Scendiamo quindi nei prati sottostanti, dove vediamo un vitello dentro una gabbia di legno, accompagnati dal rombo del traffico domenicale sulla provinciale. Poco prima di raggiungerla, imbocchiamo un sentiero erboso, per fortuna calpestato dalle vacche, che la sottopassa e attraverso un bosco fitto sbuca su una strada asfaltata diretta a Cugnet. La seguiamo, nella totale assenza di segnalazioni ai bivi, dove ce la caviamo con la cartina. All'ingresso di Giarassi, vediamo dei segnavia che indirizzano su una mulattiera invasa dall'erba alta, diretta alle case. La evitiamo, per non riempirci subito di zecche e rugiada, e saliamo invece alle case da una traccia poco più avanti. Un signore del posto ci spiega però che dobbiamo invece restare sulla strada asfaltata di accesso, come sembrava dalla descrizione, e così facciamo. Ad ogni buon conto, mi scarico la traccia GPS della tappa sul cellulare.
A un tornante lasciamo la strada asfaltata e la traccia GPS, per seguire invece i cartelli e le tacche biancorosse, che restano su una pista sterrata interdetta al traffico motorizzato non autorizzato. Su questa ci supera un SUV bianco, che vedremo parcheggiato più avanti, mentre in verso opposto scende in retromarcia un pickup ammaccato, che trasporta una balla di fieno. Restando sulla pista, saliamo nel bosco, guadando due volte un rio e riallacciandoci al percorso previsto a monte di Cugnet. A un bivio ci mettiamo un po' a trovare un segnavia, su una pietra sepolta nell'erba alta, e poco dopo siamo a Lusiero, frazione dimenticata che prende il nome da una cava di lause (lose in dialetto piemontese), le pietre piatte in cui si sfaldano le rocce scistose e che in valle erano ampiamente usate per i muri e i tetti. Nei pressi c'è un pilone votivo datato 1723, il più antico della zona, che raffigura san Chiaffredo inginocchiato davanti alla Madonna con Bambino.
Il sentiero sale nella faggeta e attraversa poi una zona disboscata, dove sono stati lasciati in piedi gli esemplari da seme (il faggio produce le faggiole a partire da 70-80 anni). Confluiamo su una pista sterrata, chiaramente quella lasciata al bivio prima di Lusiero, per deviare su una pista minore, che proseguirà lungamente in quota fino a San Maurizio. Nel primo tratto attraversiamo una faggeta formata solo da grandi esemplari, quindi una pecceta artificiale con gli alberi allineati lungo le curve di livello. È evidente che qui erano stati fatti dei lavori di gestione del bosco. Più avanti invece il bosco sembra meno curato. La pista oltrepassa un ruscello, nelle cui pozze vediamo molti girini e una biscia d'acqua. Sul fondo del sentiero crescono molte orchidee. Arriviamo a un torrente più consistente, che ha trascinato a valle dei detriti. Di qui la pista è più battuta e la zona più tenuta, come conferma la presenza di mucche in un prato (e anche dei prati stessi). Dalle radura vediamo la Madonna delle Betulla sul versante opposto. Giunti a San Maurizio, andiamo in cerca della chiesa che dà il nome alla frazione e ci sediamo alla sua ombra per pranzare. La chiesa ha un forma molto articolata, come se fosse stata costruita a tocchi in molte riprese. Sulla facciata laterale è dipinto un affresco che raffigura i santi della legione Tebea a cavallo, con indosso abbigliamento seicentesco. Quello dei santi della legione tebea, legionari romani che avrebbero diffuso il cristianesimo in queste valli prima di essere martirizzati, è un culto molto diffuso nelle Alpi Occidentali e vi sono dedicate innumerevoli chiese e santuari. Dal 1938 san Maurizio è anche patrono del corpo degli Alpini, ma qui in zona Monviso è Chiaffredo il più popolare di loro, come si vede dalla diffusione di questo nome nelle lapidi che ricordano i morti. A un angolo dell'edificio, in una fessura del cemento, è fiorita una bella campanula.

Il percorso del trek passa sulla strada diretta a Vittone, ma sulla cartina è riportato anche un sentiero, che però sembra perdersi ad un certo punto. Proviamo a entrare tra le case, dove vediamo dei cartelli e dei segnavia che ci indirizzano al sentiero. La frazione è molto caratteristica: presenta sia case più vecchie, sia edifici ristrutturati più di recente, in buona armonia. Ci vediamo un bambino scorrazzare in bicicletta. All'uscita attraversiamo dei prati e ci inoltriamo quindi nel bosco. Ad un certo punto siamo arrestati da un rustico cancello di assi e plastica traforata arancione, scomodo da aprire e richiudere, che ci sembra un indizio di sentiero interrotto. Invece vediamo che l'erba è anche stata rasata e il sentiero prosegue solo un po' più stretto, fino a sbucare a un pilone votivo all'ingresso di Vittone, presso cui stanno pascolando delle vacche. C'è pure un segnavia a segnalarne l'imbocco. Per questa frazione si possono spendere le stesse parole di San Maurizio. Ai suoi margini ci sono dei bellissimi prati, dominati dalla mole erbosa del monte Birrone, che rivediamo dopo una settimana di viaggio. Superiamo un torrente su due passerelle e risaliamo faticosamente su un sentiero solatio, fino a raggiungere un rudere, da cui si ammira la bella posizione di San Maurizio e, sul versante opposto della valle, il Meira Paula. La pista diventa ora più ampia e attraversa una zona di prati e rimboschimenti anche recenti, dai tronchi ancora sottili, fino a sbucare in una zona aperta, dove sono coltivate delle fragole e da cui si vede in lontananza il piccolo campanile di Sant'Eusebio. Incontriamo due piloni, il secondo posto in posizione dominante su un poggio. Peccato non ci sia il posto per sedersi, perché sarebbe un buon punto per una sosta. Arriviamo alla borgata Giusiani, un set cinematografico appropriato per una processione di anime purganti. Ci accomodiamo all'ombra, su una scala di mattoni rossi e cemento di una casa in vendita, mentre un codirosso, che deve avere il nido in uno sgabuzzino con una vasistas aperta in alto, ci volteggia nervosamente intorno.
Scendiamo nella parte bassa della frazione, fino a una grande casa, dove era iniziata una ristrutturazione successivamente abbandonata, affiancata da qualche edificio in buono stato. A valle delle case la mulattiera nel bosco è molto rovinata, nonostante un recentissimo tentativo di regimentare una sorgente. Pertanto, una volta sbucati sulla strada, decidiamo di restarci e di evitare i successivi tagli. Passiamo da Norastra, in condizioni migliori della borgata precedente, dove c'è una persona che sonnecchia su una sdraio. Al primo anfratto deserto indossiamo gli abiti da riposo e qualcuno anche i sandali. Veniamo superati da un po' di traffico del rientro, mentre passiamo tra grandi prati inondati dalla bella luce del pomeriggio e molti piccoli gruppi di case isolate. Madonna della Betulla e Sant'Eusebio continuano a fare capolino tra i rami, oltre la valle.
La prima visione di Melle è il campanile che sbuca sopra un tornante. È stata una fortuna averci messo più del previsto, perché così arriviamo quando si è ormai conclusa una manifestazione. Andiamo alla gelateria, dove si rivela ottimo il gusto fieno, fiordilatte aromatizzato con erbe di montagna. Fino all'auto ci scorta il cane Frodo, piccola istituzione del paese, che al nostro arrivo vediamo rotolarsi sull'asfalto. Nonostante l'età avanzata, resta al nostro fianco e ci fa da guida per le vie, rifiutando però il nostro gelato. Avremmo voluto terminare il viaggio alla birreria del paese, ma oggi hanno chiuso presto e sono scesi a Saluzzo per una manifestazione. Questo ci consiglia anche si evitare la mondana cittadina, che sarà senz'altro caotica. Ceniamo perciò alla locanda di Frassino, dove ci eravamo fermati la prima notte. A raccordarci con il rientro alle incombenze feriali, i due terzi di noi si imbattono in colleghi di Torino.

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Rore

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San Maurizio

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Vittone

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Norastra

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Melle

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 Oggetto del messaggio: Re: Valle Varaita Trekking
MessaggioInviato: ven ott 25, 2019 13:46 
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