Heremittibus super montaneam Villarii Fulcardi

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awretus
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Heremittibus super montaneam Villarii Fulcardi

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Zona: valle di Susa
Partenza: Vaie 385 m
Punto più elevato: pian dell'Orso 1880 m
Lunghezza: 28,6 km
Durata: 10.00 h
Dislivello: 1880 m (GPS) o 1650 m (altimetro barometrico)

In un baleno

Anello di media e bassa montagna tra bassa valle di Susa e val Sangone, dagli insediamenti permanenti in massima parte residenziali, che beneficiano della comodità fornita dall'ottocentesca ferrovia del Frejus, fino agli alpeggi di media montagna, in un territorio colonizzato da un'abbazia medievale di eremiti alpini

Diario di viaggio


Anello di media e bassa montagna tra valle di Susa e val Sangone, dagli insediamenti permanenti in massima parte residenziali, che beneficiano della comodità fornita dall'ottocentesca ferrovia del Frejus, fino agli alpeggi di media montagna, in un territorio colonizzato dai monaci di Monte Benedetto un'abbazia certosina medievale di eremiti alpini, di cui si sono conservati edifici danneggiati, ma pochissimo rimaneggiati, grazie a un abbandono precoce conseguente a un’alluvione.

Non è certo l'unica abbazia della valle, che sono invece numerose, perché essa era un importante asse viario transalpino, per il Moncenisio, che nel Medioevo sostsurclassò per importanza il Monginevro romano, in quanto il tratto montano era più scosceso, ma più breve e pertanto più agevole da manutenere, nonostante la riduzione delle capacità organizzative. I vari signori succedutisi dall’Alto Medioevo, dai Franchi che fondarono Novalesa nel 729 fino ai Savoia, allora conti di Moriana (Maurienne), ma con precisi piani espansionistici verso il Piemonte, che promossero la fondazione di Monte Benedetto, ne stabilirono infatti plurime per avere un caposaldo a controllo del corridoio strategico e del flusso di viandanti. La più fotogenica del novero, la Sacra di San Michele, posta su un picco a dominio della strettoia al termine delle Alpi, linea ideale di demarcazione tra la valle e la pianura, è stata oggi eletta monumento simbolo del Piemonte.


Vayes

L'escursione si snoda prevalentemente sull’inverso di Sant’Antonino e Villar Focchiardo, ma decido di partire da Vaie, che era piuttosto legata alla Sacra di San Michele che a Monte Benedetto. Il nome del paese è conversione autarchica del precedente Vayes, «ritenuta l'opportunità di restituire in forma italiana la denominazione del comune», con decreto di «VITTORIO EMANUELE III, PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA» (in maiuscolo sulla Gazzetta Ufficiale), il 12 aprile 1937-XV, n. 751.

Furono modificati non pochi toponimi della valle, come Chiavrie in Caprie o Sauze d’Oulx in Salice d’Ulzio, ma mentre nell’alta valle furono successivamente ripristinati quasi tutti i nomi originari, nella bassa è stata conservata la dizione italiana. In generale le porzioni superiori delle valli alpine piemontesi mantengono identità e dialetti occitani più staccati dal piemontese, mentre in basso sono più contaminati con la pianura. Nel 2007 il comune si interessò a un ripristino e successivamente installò cartelli turistici con il vecchio nome, ma quello ufficiale non è mutato.
La storia del paese non si esaurisce certo nella farsa fascista, ma ha radici nella preistoria, in quanto un’attività di cava su una paleofrana, sul finire dell’Ottocento, ha permesso di scoprire e scavare un insediamento Eneolitico o dell’Età del Bronzo, il riparo Rumiano, dove sono state rinvenute asce in pietre verdi e frammenti di ceramiche.

Il centro storico consiste in una via lastricata con ciottoli e rotaie di lose, aperta al traffico, l’antica strada di Francia, successora medievale di una strada romana sul lato opposto del torrente, per il traffico transfrontaliero sostituita in epoca napoleonica dall’attuale statale del Moncensio, nel tardo Ottocento dalla ferrovia del Frejus, sul finire del Novecento affiancata dell’autostrada omonima, in un futuro forse fantomatico surclassate dal TAV. In ogni caso, appare chiara la tendenza a marginalizzare i paesi dal flusso di persone e merci e a piallare sempre più il percorso, percependo le Alpi puramente come ostacolo. Sullo storico percorso si affacciano case intonacate in quello stile dimesso tipico delle aree marginali piemontesi. Passaggi coperti conducono verso cortili che spesso sono uno scrigno per il fotografo, per la contaminazione tra passato e modernità antiquata da Boom economico, forme medievali irregolari con balconi in ferro e cemento.

Mentre indosso gli scarponi, ascolto da lontano un vecchio lamentarsi del fatto che al giorno d’oggi bisogna portare in auto le persone fino alla stazione, posta in posizione decentrata, a metà strada con la contigua Sant’Antonino, con cui è condivisa. Dall’unità nazionale al fascismo i poteri centrali tentarono alcune volte di aggregare anche i comuni, ma i vaiesi sono sempre stati troppo gelosi dell’autonomia per accettare di essere inglobati in posizione subalterna.

Dal fondovalle al col Bione

Dal centro parte il sentiero, ma nessun cartello lo indica: devo trovarlo con la cartina. Tra casette con molte bici nei cortili, salgo alla chiesa di san Pancrazio, l’antica parrocchiale, posta in posizione dominante sul paese. La dedica risale al 1856, quando la parrocchiale di santa Margherita fu trasferita in centro. Il santo è un ragazzo fatto decapitare da Diocleziano per aver vituperato gli dèi falsi e bugiardi, ma un dipinto recente sulla facciata lo ritrae in veste di tebeo, forse per invidia al Valeriano del paese dirimpettaio. La sua specialità è stecchire all’istante gli spergiuri. Buggerato da una sommaria cartina ai piedi della scalinata di accesso, mi convinco che proseguendo arriverò comunque a Cresto, nonostante un cartello lo indicasse da un’altra parte, e finisco così su un poggio panoramico oltre cui il sentiero muore nella voragine di una frana. Tracce di una qualche imprecisata bestiola proseguono nella direzione corretta, ma evito di azzeccarmi nella boscaglia già in partenza e ritorno sui miei passi (curiosamente non ne raccatterò nemmeno una in tutto il giro, nonostante la primavera piovosa assai propizia a loro, in quanto possono restare più a lungo appese ai rami in attesa di un ospite, senza morire disidratate).

Una mulattiera selciata risale il fondo un avvallamento, occupato da bosco misto ceduo e massi erratici del ghiacciaio valsusino. Raggiungo la strada e attraverso Cresto, una frazione con casette moderne e pure palme, tra cui scorgo un po’ del versante opposto, oltre a una chiesa settecentesca dedicata a Brigida d’Irlanda, una santa tardoantica magari importata da qualche viandante sceso dal Moncenisio. Attraversato il paese, seguo la strada che sale a tornanti, evito il primo taglio, sperando di poter visitare la frazione a monte, ma questa è interamente cintata e privatizzata. Nuovamente su mulattiera lastricata, di tanto in tanto pure bordata da muri a secco, risalgo un castagneto dismesso. Noto con dispiacere che eviterò la pera d’le faje, che penso sia il masso coppellato che la mia guida vintage chiama invece pera d’le masche. Si tratta di reperti con tutta probabilità frutto di qualche forma cultuale delle aree di confine, datati dal Tardo Bronzo (quindi posteriore al riparo Rumiano) all’Età Romana. Anche quella via alla lunga porta al colle Bione, ma è meno diretta; è buona cosa averla evitata, dal momento che il giro si rivelerà assai più lungo del preventivato.

Una linea elettrica apre uno squarcio sul panorama, immediatamente prima che mi incunei in quota in un vallone ombroso e fresco, fino a guadare su pietre disposte all’uopo il torrente, in un punto pianeggiante dove forma una pozza senza increspature. Riprendo a salire deciso, lambendo la poderale che sale a tornanti più o meno parallela alla mulattiera, apprezzando che si sia tenuta a distanza e non l’abbia cancellata. Passo a valle di alcune protuberanze rocciose, di rocce fratturate, per risalire ai loro margini fino a raggiungere un gruppo di case chiamato piano del Rocco, da un blocco roccioso accanto alla minuscola cappella. Mi affaccio da una delle finestrelle e scorgo un dipinto raffigurante sant’Antonio da Padova (così mi pare dal giglio e dal saio) dietro l’altare. Sulle case sono affisse targhe di legno tutte uguali con i nomi dei proprietari. Mi fermo per bere.

Ripartendo mi sporgo sul prato a monte delle case, appena rasato, per fotografare i tetti in coppi con lo sfondo del versante opposto. La mia visione preferita di questi agglomerati montani è quasi sempre dall’alto, con il panorama di cui godono: credo che apprezzerei molto un drone, per poterli riprendere quando gli ostacoli naturali non lo consentono dal terreno, ma la spesa e l’ingombro sono sproporzionati per escursioni di tutto il giorno di puro diletto, senza ritorno economico.

Imbocco il sentiero che taglia i tornanti della poderale, mancando una volta un imbocco. Sono sempre immerso in un fitto bosco, tra i canti dei passeriformi; molti si sovrappongono e alternano, per cui credo che farebbe cilecca l’app designata a identificarli, che già una volta ha identificato una cane un singolo latrato sovrapposto al richiamo dell’assiolo, invece ignorato.

Aggiro un edificio nobiliare neogotico, detto castello o villa Billia, casa di vacanza di notabili locali, di quando si villeggiava sui monti sopra casa imitando la transumanza anziché alle Mauritius; naturalmente è disabitato, ma restaurato, interamente rivestito di vite americana, un’Agnata di De Andrè ante litteram. Per chi fosse interessato è attualmente in vendita a nemmeno 1.000.000 di euri: dopo i domicili coatti per Covid ho notato un flusso di soldi verso le casette isolate di montagna, ma temo che questo superi il budget tipico.

A monte della villa entro nel dominio della faggeta, quasi pura e molto matura, con abbondanza di faggiole sul terreno (i faggi cominciamo a produrle solo dai 60-80 anni). Sempre in costante ascesa raggiungo Prese Billia, dove prese è il termine locale per alpeggio, diffuso tra questo inverso e la val Sangone; condivide l’etimologia con presepe, nel senso di recinto chiuso attorno alla mangiatoia. Consiste in un paio di edifici abbandonati, ma ancora in piedi, mentre il prato è stato interamente inghiottito dal bosco di ripopolamento. Come spesso capita attorno agli alpeggi, la traccia si smarrisce e la ricerca è complicata da alberi caduti, probabilmente a causa del föhn tempestoso prenatalizio, di cui mi è già capitato di incontrare i danni in altre valli, anche per caldo e incendi. Ha fatto registrare non pochi record, sia anemometrici, tra cui una raffica di 228 km/h alla Sacra di San Michele, sia termici, con temperature oltre i 20°C in pianura, rievocando un analogo episodio della mia gioventù, quando il passaparola pre-internettiano aveva preannunciato un fantomatico tornado, come quello altrettanto leggendario a cui è attribuito il crollo della guglia della Mole negli Anni `50 del Novecento. Questo giovane bosco di ripopolamento ha subito i danni maggiori, mentre nei boschi più maturi attraversati oggi vedrò prevalentemente rami caduti.

A monte delle prese il sentiero si destruttura un tantino salendo più ripido un po’ come capita, attraverso un bosco misto in cui compaiono le conifere. Presso una fonte trovo altri alberi caduti, tuttavia facilmente scavalcabili, come i precedenti. Un cuneo di cielo azzurro, che si spinge in basso, annuncia il colle Bione, dove mi affaccio sulla val Sangone. Adagiati alla chiesetta mi attendono alcuni e-biker attempati, mentre un coppia con un molosso nero e un cane più snello è stravaccata in mezzo al prato. Dal colle Braida giunge una moto da trial, ma bordeggia solamente lo spiazzo, senza fermarsi. A breve si eclisseranno anche gli altri verso la via di accesso più breve, mentre i cumuli spunteranno da dietro l’Orsiera; sono previsti rovesci nel pomeriggio sera, ma per ora le nuvole non paiono minacciose.

Mi accomodo a uno dei tavoli di legno dei dintorni, per mangiare uno spuntino energetico, a base della prima frutta estiva della stagione, ancora un po’ insipida. La chiesa è relativamente recente, perché risale agli ultimi decenni in cui la montagna fu diffusamente coltivata, prima delle guerre mondiali. Fu edificata per ex-voto da un abitante di Coazze, il comune della val Sangone più prossimo, perché da qui si vede il Rocciamelone, dopo che egli, per il venir meno della salute, non era più in grado di salire alla Madonna di vetta, come si era ripromesso. Qualche anno dopo il figlio costruì il porticato.

Lungo la dorsale

Da qui a pian dell’Orso il cartello indica un’ora e mezza, mentre io ne impiegherò un paio. Dovrò bordeggiare la dorsale tra val Sangone, precisamente il ramo del rio Sangonetto, e valle di Susa, restando sul versante della prima. Nel primo tratto prosegue quasi in piano, in un tipico bosco di ripopolamento dei pascoli, formato da betulle e larici, con sottobosco di rododendri, che devono ancora fiorire. Le foto della cappella nel primo Novecento mostrano infatti come allora il versante fosse privo di vegetazione arborea. Lungo il sentiero ci sono delle cavità dovute all’estrazione di quarzite, una pietra che ha molti impieghi, dalla vetreria alla protezione dalle masche. Noto che un cartello indica il sentiero per Bigliano, non riportato sulla Fraternali, indicato come non segnalato sulla cartina dei guardaparco e descritto sulla mia guida del 1986 presa in biblioteca, ma con educate bestemmie annotate a matita da un anonimo escursionista che non lo aveva rinvenuto.

La prima porzione di bosco è un locus amoenus, dove effettivamente potrei venire a fotografare con la nebbia o la neve, mentre a mano a mano che avanzo i dintorni si fanno più selvatici, con pietraie e vegetazione arbustiva invasiva. Quella arborea invece si dirada sempre di più, fino a quando restano alberi isolati, ma riserva prima un breve tratto di faggeta. Osservo dall’alto un tozzo e bitorzoluto torrione roccioso, chiamato Roc du Preve e sfruttato per l’arrampicata, mentre dal basso non riesco a capire quale sia la massa rocciosa chiamata Carra Saettiva: il primo termine è un diffuso toponimo prelatino che indica pietra (lo si trova pure nei termini francesi e inglesi per cava, carriere e quarry), il secondo magari fa riferimento ai fulmini. Il paesaggio di sfondo tutto sommato è meglio se visto à rebours, perché termina con la distesa della pianura, caliginosa quanto basta a lasciarla vedere ma darle profondità e quel senso di dissoluzione nell’immenso. Verso monte ci sono invece le cime dell’Orsiera ancora abbondantemente innevate. Sul fondovalle più avanti apparirà la cappella di pian Gorai, al centro di un pianoro prativo dove pascola una mandria di vacche.

Raggiungo il colle Bè Mulè, dove arriva un sentiero da Tonda di Coazze e la Guida ai Monti d’Italia ne descrive anche uno dalla valle di Susa via alpe Sindrè, oggi scomparso. Al colle ci sono un vecchio cartello con le norme di comportamento da seguire nel parco e un signore seduto, di cui mi accorgo solo dopo un po’.

Qui la salita si fa più ripida e comincio a sentire la fatica (ho salito quasi 1500 m di dislivello e non sono allenatissimo). Della vegetazione arborea ormai rada mi colpiscono gli alberi traslucidi per il controluce contro il versante opposto in ombra, una scena che amo molto, tanto da avere la mia migliore foto del genere appesa in formato 60x80 cm nella stanza da letto. L’ombra in questo caso non è tuttavia dovuta al sole basso invernale, ma agli spessi cumuli che risalgono dalla val Chisone e valicano le cime dell’Orsiera volando al di sopra, oscurando i raggi di per sé quasi zenitali, nel mezzodì di giugno.

Ricordo dalla cartina che, prima del valico di pian dell’Orso, culmine del mio giro, c’è un dosso, le cui pendici il sentiero taglia in quota; mi pare di averlo individuato e di aver capito che grosso modo non manca molto. Mi vergogno a consultare l’altimetro o il GPS, perché mi pare equivalente domandare l’aborrito «quanto manca?» al capogita, ma cerco di concentrarmi sul godimento di questa zona anziché sulla fatica. Salgo le pendici del dosso e poi proseguo in un traverso molto esposto e molto panoramico, tagliando in quota su uno stretto sentiero un versante molto acclive, su un prato dove fioriscono le viole e le genziane a campanula. Vedo che a monte le neve è fusa fin quasi al colle del Vento, dove questo vallone raggiunge il culmine.

Senza vederlo fino alla fine, raggiungo l’intaglio nella dorsale, oltre cui mi affaccio sul pianoro al cui margine c’è una semplice cappella in pietra intonacata con porticato, edificata nel 1841 per iniziativa di un valligiano e dedicata alla Trasfigurazione di Gesù. L’erba è ancora in gran parte secca e piallata dal peso della neve appena sciolta. Speravo di trovarci un po’ di fioritura, ma sono arrivato troppo presto. Accanto alla cappella dei signori stanno scialando al sole (una donna in bikini), mentre due persone alla mia destra stanno conquistando il prestigioso 1900 m della punta dell’Orso, spregiativamente appellato «insignificante cocuzzolo» dalla Guida, nonostante la «forma snella». Quasi alle 14 tento di consumare il mio riso con fagioli messicani alla paprika e cannella, sul lato in ombra della cappella, perché dopo due ore fuori dal bosco ne ho già a sufficienza del sole di giugno, ma il fresco ben presto mi costringerà a tornarci sotto.

Da qui ammiro tutto il versante settentrionale della valle di Susa, perlomeno quello sotto le nubi, in quanto è molto più elevato di questo e quindi è stato inghiottito, dallo stretto intaglio dell’orrido di Foresto fino alla cima del Civrari, passando per il torrione glabro della Rocca Patanua (che significa appunto nuda). Alla base c’è invece la fitta successione di abitati sui conoidi di deiezione e sul fondo piatto della valle glaciale. Più vicino, sul mio versante, vedo Adret su un costone, dove arriverò più tardi, mentre la Certosa di Montebenedetto resta nascosta da un dosso, che lascia intravedere marginalmente i suoi prati superiori.

Ca’ ‘d Marc

Due signori sulla settantina partono un po’ prima di me, seguendo un navigatore da sentieri che dà istruzioni vocali. Immediatamente a valle della chiesa c’è il bivio tra un sentiero che conduce a una pista e uno meno marcato, che la raggiunge più in basso; scelgo il secondo. Tra larici dapprima bassi e radi e poi più sviluppati scendo ripidamente.

Seguo le indicazioni per la bretella diretta a Cà ‘d Marc, un affioramento roccioso dove un tagliapietre ha inciso delle scritte e degli animali, che però sono quasi invisibili e deludenti. Nella zona ci sono rocce scistose, cosicché due cime della dorsale sono dette Loson e Lauzera, dal nome dialettale delle lastre di pietra impiegate nelle coperture. Credo che il sito sia più interessante per un naturalista, per la grande varietà di licheni attorno al riparo, o per un archeologo per i vari segni di taglio sulle pietre.

Ritornato sulla via, mi trovo a condividere la strada con tre persone, che procedono più o meno al mio passo; loro saliti in auto fino all’alpe Fumavecchia, il punto più alto raggiungibile, per poi salire a scendere da questa via fino al piano dell’Orso. Il sentiero scende ancora un po’ in ortogonale alle isoipse e poi piega a ovest, tagliando il pendio con pendenza più graduale. Compaiono gli abeti bianchi, testimoni di un’elevata piovosità, assieme a numerosi licheni sui tronchi, quindi più in basso delle latifoglie, faggi e betulle. Ogni tanto c’è qualche piazzola senza vegetazione, di cui ignoro la funzione, suppongo legata al taglio del bosco (non mi paiono annerite dalla produzione di carbone). La coesistenza di faggi e betulle è infatti possibile poiché in passato i faggi, specie mesofila, erano tagliuati a raso, aprendo spazi solatii dove poteva crescere la betulla, specie eliofila, che a lungo termine è destinata a essere soffocata dall’ombra dei faggi.

Supero uno spoglio impluvio di slavina, dove c’è una fonte e dove transita una pista. Seguendo le indicazioni per la Certosa, lo lascio scendere restando più in alto. All’alpe Fumavecchia ci sono i pastori e vendono latticini dai formaggi allo yogurt. In un recinto di rete elettrificata ci sono pecore tosate e capre, senza cani, delimitate invece da un semplice filo poco distante ci sono le vacche. I monaci inizialmente allevarono soprattutto ovini, passando ai bovini quando migliorarono le tecniche irrigue e consentirono di produrre più erba da sfalcio: gli ovini possono infatti essere allevati nei boschi, mentre i bovini necessitano di prati, che nel nostro clima vanno necessariamente irrigati durante il periodo secco estivo. Gli alpeggi si trovavano principalmente nel vallone del Gravio (alpe Mustione, il lago delle Cavalle ora interrato) e erano raggiungibili tramite una mulattiera adatta ai cavalli.

Seguo poi la pista anziché il sentiero segnalato, perché la cartina OSM riporta un sentiero diretto all’abbazia, che tuttavia non esiste. Perdo così un bel panorama sull’imbocco della valle con la Sacra di San Michele e degli edifici con un filare di frassini, che poi vado a fotografare dal basso. Seguendo le indicazioni trovo poi il sentiero giusto per la Certosa, in un rado bosco di latifoglie con molti rami caduti (già nel bosco di conifere ce n’erano non pochi, diligentemente rimossi dal sentiero e accatastati ai bordi). Nell’ultimo tratto la traccia si smarrisce devo fare attenzione a diradate tacche sugli alberi.

Montebenedetto

Sbuco sulla strada di accesso all’abbazia in corrispondenza del parcheggio. Accedo agli edifici per un vialetto bordato di muri a secco e frassini, accanto a cui pascolano le vacche. Oggi l’ingresso originario è occluso, ma è ancora riconoscibile grazie a un dipinto della Madonna sopra l’arco murato. Si accede invece al cortile tramite un cancello nel muro di cinta. Su di esso si affacciano la chiesa e gli edifici oggi adibiti a allevamento di bovini: campeggia una fila di campanacci da parata con decorazioni e dediche ricamate. Per il cortile gironzola una cagnetta rossa in cerca di coccole e cibo. C’è poi una foresteria con letti a castello senza biancheria, che fornisce solo il pernottamento e una cucina autogestita: pare più pensata per gruppi di amiconi simpaticoni in auto che per escursionisti itineranti o innamorati che cercano un eremo fuori dal mondo. I resti delle celle dei monaci sono invece discoste. Il pastore, oltre ai soliti formaggi, vende anche dei gelati, di cui prendo un cono con gli unici gusti etnici, crema di marroni e miele, mentre il resto è fatto con gusti globalizzati, come il cioccolato o le nocciole. Accanto a me ci sono due escursionisti trentenni intenti a fumare e degli anziani vestiti pesantemente (io sono in maglietta), uno dei quali brandisce un ombrello millantandone l’imprescindibilità. Dentro la chiesa, un tavolo è apparecchiato per un rinfresco, mentre ai lati dei pannelli offrono informazioni sulle certose. L'interno è spoglio: quelli moderni sono gli unici ornamenti, perché così prescrivevano le Consuetudines certosine, il corrispondente della Regola di altri ordini.


Il primo insediamento certosino in valle fu dapprima costruito in una località nei pressi di Chiomonte, poco a monte di Susa verso il Monginevro, detto Madonna della Losa (in questo caso italianizzazione di lauson, laghetto). Ad esso nel 1189 il conte di Moriana Tommaso I concesse una vasta porzione dell'inverso tra i comuni di Mattie e i confini del suo regno con il Delfinato, tra gli abitati a valle e la dorsale con la val Chisone a monte. Fu inoltre concessa l’esenzione dai pedaggi per tutti i beni abbaziali, tra cui gli armenti, da cui i monaci traevano il principale sostentamento, che dovevano scendere nelle pianure nella stagione invernale; questa fu sancita pure dai signori degli stati confinanti, come il vescovo di Torino e il marchese del Monferrato, oltre che dall’imperatore Enrico IV in persona. La zona doveva essere selvaggia e popolata di orsi, come testimonia il toponimo Orsiera, attestato già allora il vallone e oggi in alpeggi, oltre che esteso anche alla cima più elevata del gruppo montuoso e di riflesso all’area protetta. La chiesa esiste tuttora, restaurata nel 1817. Tuttavia i monaci erano troppo vicini ai montanari, con cui entrarono in conflitto, per cui chiesero il trasferimento verso una zona più appartata, impossibile da scorgere a meno di sbatterci il naso contro, come la casa madre. Era già chiamata Monte Benedetto, perché vi erano dei ruderi di un passato insediamento monastico (quasi sempre le fondazioni medievali avvenivano in luoghi abitati in passato, in epoca altomedievale o romana), di natura a noi sconosciuta. I feudatari di Villar Focchiardo, il paese alle falde del vallone del Gravio in cui si trova, fecero subito ampie concessioni di terre comuni ai monaci nel soprastante vallone. Quasi da subito essi orientarono però il proprio centro d’interesse dagli alpeggi e dai boschi verso le colture della bassa valle, tanto da chiedere ripetutamente di potersi trasferire lì. Furono accontentati solo dopo che un’alluvione, sul finire del Quattrocento, danneggiò gravemente il complesso.

Ci sono giunte abbastanza informazioni sui loro interessi economici, grazie alla conservazione delle loro transazioni, mentre siamo privi di documenti sulla vita interna del monastero, men che meno sui pensieri che sorgevano in loro durante la vita eremitica, su cosa riflettessero nelle lunghe ore solitarie. Non ci sono infatti giunti diari, né loro hanno ritenuto interessante redigerli, a differenza della notevole cura che ponevano nel registrare e conservare gli atti che garantivano il loro potere temporale. Li odio abbastanza per questo: praticando l’eremitaggio individuale consentito oggigiorno dalla vita nelle città governate da Stato e mercato, mi sarebbe piaciuto avere dei riferimenti di chi lo faceva nei secoli passati, seppure con modalità e fini completamente diversi. Infatti pare chiara la loro cupio dissolvi, la volontà di emarginarsi dal mondo, da non lasciare quasi mai traccia neppure dei loro nomi nei documenti abbaziali, né una testimonianza di sé stessi al mondo.

Tuttavia, con il trascorrere del tempo, già nel secolo XIV il loro tendere verso gli interessi vallivi fa pensare che il lato materiale non fosse secondario, sebbene la legislazione dell’ordine promuovesse una vita solitaria di pura contemplazione, in cui dovevano rifuggire l’uomo come bestie silvestri delegando ai monaci laici, i conversi, la gran parte del carico lavorativo volto al sostentamento dell’insediamento. Anche la continua insistenza delle direttive centrali sulla necessità di preservare l'isolamento dal mondo mi fa ritenere che ben presto l'eremitaggio e la vita parca fossero percepite come gravame eccessivo, sempre più difficili da rispettare fino a collassare del tutto nel XV secolo, quando molte certose erano state fondate presso città.

Discesa

Lascio la certosa transitando sopra il ponte, che delimitava l’area sacra del desertum. Risalgo un dosso prativo ed entro in boschetto di frassini diretto ad Adret. Esiste pure una via diretta che scende a valle, ma dalle descrizioni mi pareva più interessante questa variante. Il sentiero è stretto e tortuoso, tanto da comportare qualche difficoltà negli incroci con chi sale. Scendo al corso del Gravio, che di qui innanzi sentirò rombare ogni qualvolta mi avvicinerò al suo letto, lo passo su un ponticello di legno, ai piedi del quale è stato ricavato un angolo per i fotografi desiderosi di riprenderlo, dove rischio di scivolare e farmi male.

Oltre il sentiero segue una condotta per trasportare l’acqua verso Adret, in origine scavata nella roccia, quindi rimodernata con cemento e tubi in gomma, dotata anche di muri di sostegno del pendio soprastante, dove transita a valle di protuberanze rocciose e ripidi pendii terrosi. Oggi è dismessa. Per un bosco fresco e ombroso, dove ad un certo punto passo in mezzo a un corridoio di aglio selvatico fiorito e odoroso, raggiungo Adret.
Sento un gruppo di ragazzi cantare una canzone da oratorio in un cortile e trovo delle indicazioni per un bar-locanda, dedicato a chi nemmeno vuole salire a fare picnic alla certosa o mangiare polenta al rifugio Gravio, dove bevo un caffè forte. Dalla terrazza noto che allo sbocco della valle sono in corso temporali. Al parcheggio due coppie gioiscono alla mia apparizione, perché finalmente possono farsi fotografare in posa euforica assieme al panorama. Imbocco la mulattiera, dove l’erba è stata appena falciata, costeggio delle case molto rustiche a cui non bado particolarmente, concentrato come sono nel non smarrire i segnavia nel dedalo di diramazioni, e entro nel bosco.

Comincia frattanto a piovere debolmente ma, poiché è previsto non cada più intensa di così, mi limito a indossare il coprizaino, tanto più che il bosco mi ripara. Dopo qualche zig-zag, finisco su una mulattiera bordata di muri a secco, che tuttavia ben presto il percorso segnalato tralascia, in favore di tagli in quelli che dovevano essere appezzamenti coltivati e ora sono bosco. Ogni tanto confluirò nuovamente in essa e ogni tanto me ne allontanerò. È un peccato che sia stata dismessa in favore di tracce insipide: è un po’ come se il Colosseo fosse rappezzato con cemento e acciaio, un patrimonio storico sostituito da modernità malriuscita. Dovrei essere più filologico e avventuroso e cercare di seguirla nonostante l’infrascamento.

Tra pioggerella a tratti e tuoni, mi affaccio sul ciglio dell’incavo del Gravio, cupo per la folta faggeta contro il cielo ribollente e il Rocciavrè innevato. Il sentiero procede, non molto segnalato, ma sempre univoco, fino a raggiungere il bivio con quello diretto dalla certosa. A valle entro in un castagneto da frutto abbandonato, con grandi alberi distanziati. Al termine c’è la certosa di Banda, un complesso di edifici in pietra. La chiesa è cintata con una rete di plastica arancione, di quella che si adopera contro il morso dei caprioli, mentre nei locali di servizio abitano delle persone. Subito ho remore a entrare nel cortile con porticato, dove ci sono auto parcheggiate e molti cimeli agricoli, ma una vecchia con il bastone e molti gatti mi dice che è necessario attraversarlo per uscire e mi indica la strada più breve per Villar Focchiardo. Mi domando se i monaci godessero della compagnia di qualche gatto, ma temo di no, perché come animale crepuscolare non godeva di buona nomea in una religione che identifica dio con la luce (peraltro la sua prima creazione): ricordo un’Annunciazione imprecisata in cui un gatto fugge dalla luce dell’angelo.

Villare Fulcardi

Esco quindi dal complesso, attorno a cui ci sono prati tenuti e pure un trattore. Vedo dei vecchi pali da vigna in pietra, di cui qui in bassa valle di Susa c’era abbondanza, per cui era preferita come materiale ai più comuni maggiociondoli e castagni. Questi vigneti erano ancora attivi negli anni Ottanta del Novecento. Ripensando ai licheni e agli abeti bianchi visti a breve distanza, capisco perché i vecchi CAI con cui feci le prime escursioni parlavano delvin brusc dla val ‘d Susa, il vino aspro della valle di Susa. Peraltro le aree più attestate come vigneti ai tempi dell’abbazia si trovano sul versante opposto, decisamente più caldo, tanto che oggi vi vegeta una caratteristica flora mediterranea, come i ginepri con portamento arboreo: infatti proprio in quel periodo si faceva avanti la sensibilità per la qualità del vino. Ma anche allora la concorrenza dei vini padani (lombardi erano detti al tempo, ovvero delle terre longobarde, mentre la valle era sempre stata franca fino alle chiuse) destava preoccupazione, tanto da motivare dazi consistenti. Peraltro i monaci, che ricevevano non poche donazioni «pro salute anime sue» sotto forma di vino o vigne, lo dovevano bere annacquato, quindi non faceva poi tanta differenza.

Proprio a partire dal periodo di fondazione di Montebenedetto, abbiamo qualche informazione pratica sulla conduzione e sulla produzione dei vigneti pedemontani, su cui invece non ci sono giunte a proposito dell’Alto Medioevo. Si sfruttava ogni grammo di succo: dalla prima spremitura si otteneva in vines primus, quindi torchiando ulteriormente il vinus medius; infine, aggiungendo acqua (anche della Dora nel nostro caso) alle vinacce e rifermentando si produceva la pusca, un vinello molto leggero e acidulo, destinato alle classi meno abbienti e previsto come bevanda per i salariati agricoli. Per contro i ricchi adoperavano spesso costosi vini di importazione, come la vernaccia ligure o la malvasia cretese (i vini greci - Magna Grecia inclusa - erano considerati nettamente superiori ai latini). Dai trattati medici, appare chiaro che in ogni ceto le sbornie fossero abituali, per reggere la generalizzata asprezza della vita, come documentato dal libro dei Proverbi al Mondo dei vinti. Nonostante l’alcool sia un conservante, a causa della scarsa gradazione e dei rudimentali sistemi di chiusura dei recipienti, ci potevano essere difficoltà di mantenimento della qualità, tanto che ci sono diverse testimonianze di partite avariate, e l’invecchiamento, nonostante fosse apprezzato, non era molto praticato per tali timori.

La destinazione non erano però solo l’abbazia e l’autoconsumo, ma anche il mercato transalpino, in particolare brianzonese, in cambio del sale provenzale, necessario alla produzione dei formaggi d’alpeggio, e la Maurienne: il comune di Susa aveva il controllo sulla prima via e imponeva il suo vino a discapito di quelli padani, l’abbazia di Novalesa sulla seconda. Ad esso non erano destinate solo le eccedenze, ma una produzione dedicata, come sarebbe divenuto generalizzato per i vini sudalpini durante il raffreddamento climatico dei secoli successivi, che ne avrebbe visto una notevole espansione con la creazione dei paesaggi terrazzati tutt’ora celebri e produttivi.

Ignaro di tutto ciò che racconto in questo paragrafo, transito a valle di un dosso pietroso noto come pian Focero, dove due degli artefici del mito degli alieni del Musinè e della bassa valle di Susa, Mario Salomone e Giancarlo Barbadoro, nel 1972 credettero di vedere i resti di un luogo di culto nelle forme delle rocce. Per un archeologo è relativamente semplice capire se una forma ha origine naturale o antropica, perché ogni strumento con cui l’uomo la modella lascia una firma, mentre per un appassionato è tutto più aleatorio e la pareidolia è sempre pronta a fargli vedere figure dotate di senso nel caos della natura. Oggi queste fantasie sono state integrate nel mito della città di Rama, questa invece creazione precedente di Matilde Hermil, un’autrice di fiabe ottocentesca.


In paese scendo fino a trovare le indicazioni della Francigena rivisitata per escursionisti contemporanei, di cui qui in valle esiste un ramo alternativo al Gran San Bernardo da cui transitò Sigerico, appunto per il Moncensio altrettanto frequentato in passato.

Gli abitanti di Villar Focchiardo, probabilmente fondata nell’XI secolo con il trasferimento a monte dell’abitato di Albareia, troppo esposto alle bizze della Dora, compaiono nei documenti storici della valle solo nella misura in cui si identificano con i loro beni comuni sui monti, da cui dipendeva la sussistenza tramite le attività silvo-pastorali, come il taglio di legname da riscaldamento e costruzione, il pascolo, la raccolta delle foglie come foraggio, il foraggiamento di miele, funghi o acqua delle sorgenti, ma anche il legno come materia prima per gli artigiani. Nel primo a noi pervenuto acconsentono a cederli ai monaci, «pro iussu dominorum», obtorto collo per ordine dei feudatari, nei successivi si rendono responsabili di rivendicazioni e sottrazioni indebite.

La concessione in esclusiva ai monaci dei diritti consuetudinari del popolo sui boschi, allora beni collettivi della comunità, li sottrasse ai montanari, a beneficio dei signori che ne avevano favorito l’insediamento e che non di rado avevano i propri emissari nel monastero. Ad esempio è evidente l’interconnessione con i proprietari di Banda, che cedono il luogo su cui sarà costruita la prima grangia, la dipendenza agricola, e entrando nel contempo nel novero dei monaci e dei conversi. Gli stessi monaci poi si comportavano come una signoria, cercando di incrementare le proprietà e difendendo quelle acquisite dalle rivendicazioni popolari sui territori loro sottratti. Questi rivendicavano gli antichi diritti facendo branco ed elaborando un’identità collettiva, per opporsi anche con la forza del gruppo coeso alle ripetute ingiunzioni superiori, che vietavano loro l’accesso ai passati beni comuni, un po’ come sarebbe capitato nell’Ottocento con la definitiva e generalizzata privatizzazione dei boschi. Tuttavia questa coscienza non produsse un’organizzazione stabile dei montanari, indipendente dalla signoria, a cui restarono comunque subalterni.

Dai rapporti economici emerge per contro anche l’aura spirituale che la vita monastica esercitava, testimoniata da donazioni pro anima nella forma di beni o, per i più poveri, di corvée volontarie. Rientrano nel diffuso movimento, comune al XIII secolo, verso una religiosità più profonda e distaccata dalla vita mondana. Neanche in questo caso abbiamo tuttavia documenti che raccontino in che cosa consistessero e che cosa significassero nella mente dei singoli, queste scelte di vita, da un punto di vista interiore. Al di là dell’analfabetismo generale, mi pare che non esistesse la funzione della scrittura come modo di conservare i pensieri. Prima della diffusione della carta, che solo da quei decenni cominciava a essere conosciuta e prodotta nei territori cristiani, scrivere era un’attività estremamente costosa ed elitaria, limitata a pochi specialisti e a pochi testi ritenuti indispensabili: anche persone di rango spesso sapevano leggere, ma non scrivere, perché non avrebbero mai potuto farlo.


Mesto epilogo

Superato un bar dove è in corso un rumoroso aperitivo del sabato sera, seguo una stradina secondaria e quindi una ciclopedonale lungo un canale fino a Vaie. Tale chiusura dell’itinerario andrebbe rivista, perché devo percorrere cinque chilometri su asfalto dietro ai segnavia della Francigena. Se fosse una passeggiata nel fresco e nella penombra serale sarebbe piacevole (almeno dopo essersi spruzzati del repellente contro le zanzare), perché il traffico è risibile: un automobilista siede così quieto in mezzo alla strada a chiacchierare con un vecchio accompagnato da un cane, da non discostarsi neppure quando transita un’auto. Invece dopo nove ore di cammino, pestare il duro asfalto con gli scarponi è un po’ una purga, tanto che dove posso cammino a testa bassa sulla banchina di erba zuppa e passo in cavalleria i dettagli. In un giardino riesco però ancora a vedere un picchio rosso, seppure solo per un istante prima che si dilegui. Per tutti i boschi attraversati ho udito infinite varianti di gorgheggi e in un qualche punto nel lariceto in discesa, che però ho dimenticato di annotare, ho pure visto un gheppio librarsi in volo da un ramo.

Oltrepasso Sant’Antonino con la sua ciminiera storica, a lampioni già accesi scorgo finalmente San Pancrazio in alto, costeggio una pizzeria attorniata da un certo afflusso di quattroruote, bipedi e quadrupedi, da cui mi seguono e superano due ragazzi con cartoni odorosi, e poco dopo le 21 sono all’auto nel paese deserto. Visto il probabile affollamento prefestivo, decido di cenare a casa ed evitare i locali serali, che pure non mancano: ai piedi della Sacra di San Michele, in particolare, potrei azzardare la birreria molto frequentata dai motociclisti, mentre sono senz’altro impresentabile per l’elegante giapponese-giapponese nel centro medievale di Avigliana.
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Vaie
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Banda
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Monte Benedetto
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Pian dell'Orso
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Colle Bione
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Faggeta
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Piano del Rocco
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San Pancrazio
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«Vai finché sei giovane, perché da vecchio puoi solo andare al ricovero» (Saggezza occitana)
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