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Escursionismo e Alpinismo nell'Appennino Ligure e nelle Alpi Occidentali

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 Oggetto del messaggio: Alpe Belvedere 1420 m
MessaggioInviato: sab gen 09, 2021 16:39 
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Iscritto il: mer gen 04, 2017 21:35
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Località: Regno del Prete Gianni
Per usare un eufemismo, non sono un grande estimatore delle escursioni con ciaspole, perché, dopo un’ora che le trascino sotto i piedi, mi verrebbe voglia di lanciarle dalla rupe Tarpea.
Tuttavia:
* la Liguria è vietata;
* le colline, dopo tre giorni di pioggia, sono un mare di fango dove servirebbero le ciaspole per i tratti in piano e i ramponi per quelli in salita;
* la neve lambisce la pianura;
* nella fine settimana entrante saranno vietati gli spostamenti in montagna e non so cosa mi riserva la prossima (quest'affermazione è falsa, ma lo scoprirò solo il giorno successivo alla gita).

Dopo aver scartato un giro di nebbia in un bosco medievale tra le risaie, spinto dalla disperazione, venerdì prendo un giorno di ferie e le vado a riesumare le racchette da uno scaffale della soffitta, dove stavano ammuffendo da qualche anno. Contavo anche sul sostegno morale di un amico, che ha un giorno di riposo dei suoi turni incuranti delle feste comandate, ma tira pacco. Visto che il bollettino ARPA preannuncia valanghe spontanee sopra il limite del bosco, alla fine opto per un giro a bassa quota all’inizio delle valli di Lanzo, da Mezzenile 650 m all’alpe Belvedere, dov’ero stato la scorsa primavera, nel periodo della fioritura. La meta è un edificio trasformato in anni recenti in struttura ricettiva, con alcune camere e un’area comune con la cucina. È posta su un pendio estremamente solatio e panoramico sulla bassa valle e la pianura, in un breve vallone che culmina con la Rocca Moross e la bellissima alpe del Conte. I proprietari anche anche provveduto a segnare alcuni sentieri dei dintorni. Mezzenile è invece nota per la trascorsa produzione pre-industriale dei chiodi, alimentata da forni dei bassi fuochi e dal carbone prodotto dai boschi. Il proprietario dei forni, il conte Francesetti di Mezzenile, nel primo Ottocento percorse a piedi tutte le tre valli di Lanzo, in un caso fino alla cima del Rocciamelone 3538 m, e le descrisse a una sua corrispondente, in quella che è oggi considerata un’importante opera del pre alpinismo, le Lettres sur les Vallées de Lanzo.

Parcheggio l’automobile alla periferia di Mezzenile, mentre è raggiunta dal primo sole, intorno alle 9. Faccio un po’ di portage, come dicono gli scialpinisti, per la strada che risale Catelli, perché voglio tenere aperta l’opzione di scendere da una via diversa da quella di salita, da cui avevo raggiunto l’alpe in primavera. Terminata la strada spazzata, indosso finalmente le ciaspole e risalgo a tornanti nel bosco, dove incrocio delle signore a passeggio, alcune con il cane. Mi faccio tentare dal sentiero che taglia i tornanti, ma ci trovo subito in mezzo un albero abbattuto dalla copiosa nevicata dei giorni scorsi, per cui ripiego sulla strada. All’inizio è talmente arata che credo ci sia salita la motoslitta dell’alpe Belvedere, con cui d’inverno accompagnano i clienti. Per boschi, con i rami carichi di neve, che il sole fa ogni tanto cadere in una nuvola farinosa e luminescente, salgo a tornanti, passando accanto a gruppi di rustiche case in pietra, sommerse dalla neve e dal silenzio. Continuo a tralasciare il sentiero, nonostante lo trovi battuto.
Poco sopra quota 1000 raggiungo la bella cappella della Consolata, molto ben tenuta. Si trova sul versante nord ed è perciò quasi completamente in ombra, tranne che per uno sprazzo di luce sul campanile. Qui, sopraffato da un afflato di ottimismo, seguo la traccia degli sciatori che taglia qualche tornante, seguendo il sentiero marcato da tacche biancorosse sugli alberi. Attraverso un boschetto di rade betulle e sottili faggi, sotto una luce radente. Superate alcune baite, sbuco nuovamente sulla strada presso un tornante e riprendo a seguirla. Cammino da un’ora e mezza e l’atavica repulsione per le ciaspole comincia a farsi sentire. Tra l’altro mi rendo conto di non averle regolate bene e pertanto mi si stanno sfilando dai piedi; faccio una sosta per fissarle. In ambiente più aperto, sono raggiunto e superato da tre signori, proprio mentre scendono due giovani, creando un mini assembramento. La strada raggiunge la dorsale dove spiana e si affaccia a nord. Non riesco a scorgere il santuario dedicato a santa Cristina, su un picco aguzzo proprio qui di fronte alla mia stessa quota, perché la neve uniforma i colori delle montagne.
I tre signori si fermano a consultare la carta poco prima dell’alpe, al bivio con il sentiero diretto all’alpe del Conte, che segue la morbida cresta. Li aspetta uno sforzo non da poco, perché la pista è tutta da battere e, oltre al dislivello, anche la distanza non è trascurabile. Io invece ho fatto sufficiente fatica solo per arrivare sin qui, perché è da prima dei blocchi natalizi che non faccio una gita e da ottobre che non cammino sei ore. Imbocco la pista in piano, che bordeggia dall’alto un grande prato ripido, solcato da alcune tracce a uovo di sci, e porta agli edifici dell’alpe Belvedere, naturalmente tutta sprangata. Non c’è nessun posto dove accomodarmi, per cui mangio in piedi in uno spiazzetto battuto, sotto dei grandi frassini. Il pranzo è magro, perché l’impossibilità di fare gite mi ha impedito di smaltire i pranzi delle feste ed è ora di cominciare. Il panorama è molto ampio verso la bassa valle, dove si vedono il santuario di sant’Ignazio, un luogo di culto molto importante di queste valli, e i terrazzamenti imbiancati dell’Amiantifera di Balangero, una grande cava naturalmente oggi fuori servizio. Sullo sfondo, nella foschia, ci sono le colline blu del Monferrato.

Resto un po’ a godere il tiepido sole. Nonostante ci fossero -5° alla partenza e lo zero termico sia a 800 m, sopra la neve al sole la temperatura è gradevole, tanto che due magliette tecniche e un pile sono abbondanti. Per la discesa ho in mente di passare da dove ero salito lo scorso giugno, ma voglio prima accertarmi che la pista sia stata battuta. Ritorno sui miei passi per una decina di minuti, fino a trovare l’imbocco della pista che mi interessa. La sbarra che la chiude emerge a malapena dalla superficie della neve. (Va detto che la strada percorsa in salita non ha nessun cartello di divieto, apparentemente neanche invernale.) Vi trovo delle tracce di sci e perciò scendo con ottimismo. Quando sono calato quanto basta a non aver più voglia di risalire, mi accorgo che le tracce sono dei tre scesi nel prato e risaliti solo per questo tratto. Oltre è tutto intonso. Un ciaspolatore gioirebbe, mentre io penso alla fatica e alla scomodità che mi aspetta, perché la neve è farinosa e abbondante, tanto che sprofondo almeno fino al ginocchio. Non mi godo questo tratto e non scatto nessuna foto, anche se su qualcuna ci rifletto. Seguo la pista, ricalcando le orme di due animaletti. Il primo è un ungulato dalle zampe sottili, credo un camoscio, perché il cacciatore dell’alpe Restreit, dove mi ero riparato con gli amici durante un acquazzone primaverile, mi aveva detto che sulle pendici di Rocca Moross ce ne sono in abbondanza e adesso saranno scesi. A differenza degli stambecchi, che stanno sempre abbastanza in alto, i camosci scendono anche fino al livello della pianura, se trovano una zona sufficientemente impervia. Il secondo potrebbe essere una martora o qualcosa del genere, ma è difficile esprimersi, perché le orme, per la neve soffice, hanno contorni incerti e sono più grandi di quelle di un lupo.
Raggiungo il termine della pista, da cui devo seguire una poco pronunciata dorsale boscosa fino a un edificio di un’alpe, da cui parte una sterrata. Per fortuna ricordo bene il luogo, perché altrimenti non saprei dove andare, contando solo sulle rade tacche sugli alberi. Nel bosco di betulle la neve si è accumulata e in un paio di punti sprofondo fin oltre la cintola. Quando vedo l’edificio, lascio la dorsale, attraverso un prato e, seguendo le tracce di un animale, trovo il passaggio per scendere alla strada, aggirando un salto. Per la verità, avrei potuto accorciare sensibilmente il percorso proseguendo lungo la dorsale, ma qui il passaggio è molto stretto e obbligato per un pendio ripido: se avessi trovato un albero caduto, sarei stato panato e avrei dovuto arrancare penosamente all’indietro. Visto che ero già sufficientemente stanco anche senza tutto questo fuori pista, decido di risparmiarmi l’avventura. Lungo questo tratto saltato, ad un certo punto si trova una bella edicola votiva in una nicchia di una balma.
Per la strada è salito un singolo sciatore, che poi è sceso per il bosco più direttamente, come scoprirò più avanti. Ricalco la sua traccia, rovinandogliela, perché mi illudo di sprofondare un po’ meno. Percorro due lunghi rettilinei separati da un tornante e raggiungo una bella casetta, dove in primavera vidi una rigogliosa fioritura di digitale. Anche qui è salito uno sciatore. Qui sarei arrivato dall’alto se fossi rimasto sul sentiero. Sono sempre più determinato a rovinare le loro tracce, perché ora trovo anche quelle della discesa del primo sciatore e sono quindi passati quattro volte, pestandomela in maniera tale da farmi percepire concretamente, e non solo con la speranza, il solido della pista battuta. Secondo un cartello, non dovrebbe mancare molto alla cappella del Giardino, dove conto di trovare più passaggio. Infatti qualche tornante più in basso la vedo spuntare dal bosco e in breve ci arrivo.
È ancora baciata dal sole, per cui, fatta la foto di rito, mi accomodo sulle panche del porticato, una struttura comune a molte chiese delle piovose zone prealpine. Ci resto in beata solitudine fino a quando il sole non scompare dietro il muro, per un’oretta, facendo una merenda con tisana e biscotti e soprattutto la vera pausa contemplativa della gita. Dal lato solatio, continuano a cadere blocchi di neve dallo spiovente del tetto. Mi rimetto in marcia sulla sterrata di accesso, dove, come auspicavo, trovo due ampie arature. Attraverso una zona ombrosa molto fredda, nel bosco. Incrocio tre adolescenti che stanno salendo a piedi, chi con sci, chi con tavole in mano. Passo sotto un roccione, sulla cui sommità arriva l’ultima luce del sole a illuminare alcuni alberi ancora carichi di neve. Tra le aperture del bosco compare la piramide dell’Uja di Calcante, che mi mostra il suo versante nord, quasi del tutto in ombra, se non per piccole pennellate di sole sulla cima e alcune rocche. Raggiungo il cartello di divieto di transito, fin dove è salito il trattore che sgombera la neve. Tolgo le ciaspole e proseguo a piedi, non senza finire rovinosamente ma innocuamente a terra, scivolando distrattamente su un lastrone. Incrocio una signora con una femmina di cane lupo cecoslovacco, che tiene stretta a sé, e una coppia di anziani a passeggio. Cammino una mezz’ora tra casette sparse con i tetti ricoperti di neve e apparentemente deserte. Arrivo alla piazza del paese, dove il bar è chiuso (peraltro il loro caffè non è indimenticabile), e vado a recuperare la macchina, tra il primo traffico di rientro dei pendolari. Tanto per cambiare trovo un incidente nella trafficata tangenziale, sembra però con danni trascurabili. Gli effetti benefici del COVID tuttavia si vedono, perché all’interscambio la coda è minima, nonostante l’ora di punta dei pendolari.

Tempo tot: 5.00 h
Dislivello: 800 m


Allegati:
Commento file: Uja di Calcante
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Commento file: Cappella del Giardino
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Commento file: Sart (casa della digitale)
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Commento file: Alpe Belvedere e Rocca Moross
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Commento file: Cappella della Consolata
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«[Le montagne] sembrano mancare dei contrassegni tipici dell'italianità» (M. Armiero, Le montagne della patria)

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 Oggetto del messaggio: Re: Alpe Belvedere 1420 m
MessaggioInviato: lun gen 11, 2021 8:02 
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Quotazerino

Iscritto il: mer feb 12, 2020 9:38
Messaggi: 546
Penso che per le ciaspole quasi tutti proviamo un sentimento di odio-amore.
Amore per la magia che ci regalano, consentendo di raggiungere angoli incantati e dando quella sensazione di esplorazione quando il manto innevato è ancora intonso o al massimo solcato solo da qualche animale selvatico.
Odio per la fatica ed i tempi di percorrenza che raddoppiano.
A me poi dopo qualche ora subentra quasi sempre un fastidio agli adduttori.
Però quelle tre-quattro volte all'anno mi fa piacere poterle usare e quando mi capita di farlo, il godimento (soprattutto in notturna al chiaro di luna) più che compensa i disagi


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