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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab gen 23, 2021 20:28 
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Quotazerino

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18 Agosto 2017 – Yoghi, Bubu ed il Ranger

La nostra sveglia è fissata per le sei e quaranta, poiché abbiamo concordato che ci venga portata la colazione alle sette. Nessuno però ha avvisato il gallo dei Lalovic che ben prima dell’orario stabilito saluta il sorgere del sole, probabilmente collegato via webcam con qualche stato mediorientale, perché qui a Jelasca è ancora buio pesto quando ci sveglia con il suo canto.
Alle sette in punto la padrona di casa ci porta un vassoio carico di cibi per la colazione: uova fritte nel burro, pancetta, formaggio, pane, miele, marmellata, caffè e latte. Sempre tutto a metri zero, tranne il caffè ovviamente. Con estremo disappunto constatiamo che non hanno tirato il collo al gallo, che in questo momento razzola per il cortile beandosi con le sue cortigiane.
Non vediamo invece da nessuna parte il caro Tito. Speriamo che il collo non lo abbiano tirato a lui. Non osiamo chiederlo.

Una volta saziati cerchiamo di comunicare in qualche modo con i nostri ospiti, chiedendo ancora conferma sulla direzione da seguire. Seguono alcune foto ricordo, dopo le quali Dragoslav, in abiti da lavoro ed operativo già di diverse ore, ci mostra con orgoglio il gioiello di casa: una Zastava 750 LE nera perfettamente restaurata e dai sobri interni tigrati.
Noi restiamo dell’idea che il tesoro di casa sia la soave Milica e speriamo che il marito abbia iniziato ad aiutarla nei lavori di casa, lavando i piatti di tanto in tanto.

Sono circa le otto quando ci mettiamo in moto. Procediamo a lungo su un’ampia sterrata carrabile su terreno pianeggiante e leggermente ondulato. La pendenza inizia quindi gradualmente a salire finché ad un certo punto la strada, restringendosi sempre più, diventa un sentiero nel bosco.
Dopo circa tre ore di cammino ci concediamo una pausa in prossimità della fonte Jablan Vrelo.
Visto che sono le undici passate, approfittiamo della presenza di acqua per una sosta pranzo veloce e per ricaricare le borracce senza intaccare le scorte.
Quando ripartiamo, usciamo dal bosco e ci aspetta subito un duro strappo sotto al sole che ci costringe ad una pausa tanto breve quanto imprevista.
Del resto siamo anche reduci da una settimana di riposo, in cui a volte abbiamo camminato molto ma senza il fardello di un pesante zaino sulle spalle, e dobbiamo riprendere confidenza con la fatica.
Giunti nei pressi del bivio che conduce alla vetta del monte Lelija incontriamo un ragazzo che sta andando in direzione opposta alla nostra. E’ francese, anche lui ha un grosso zaino e, sollecitato dalla nostra domanda, ci conferma che sta facendo la Via Dinarica.
Per un attimo questa dichiarazione ci fa temere di aver sbagliato strada.
L’equivoco si chiarisce quando afferma di essere partito da Valbona, in Albania, e di essere ormai quasi giunto a destinazione visto che il suo capolinea è Kalinovik, che raggiungerà in giornata.
Gli consigliamo di prendersela comoda e di sostare una notte nella struttura dei Lalovic.
Chiacchieriamo per un po’ scambiandoci informazioni utili sui rispettivi prosiegui di cammino.

Sono quasi le due, l’ora più calda, quando affrontiamo lunghi saliscendi su fondo sconnesso e pietroso che mettono a dura prova le nostre articolazioni.
Ancora una volta ci troviamo in un ambiente quasi lunare. La poca vegetazione è costituita da arbusti, le cui radici affioranti si rivelano trappole temibili per la nostra incolumità.
Ad un certo punto sentiamo delle voci e sembra pure che parlino italiano.
Quasi certi di essere vittima di allucinazioni non diamo loro troppo peso, ma poi ci troviamo di fronte un ragazzo ed una ragazza. Appaiono più disorientati e più disidratati di noi.
A causa della stanchezza e delle difficoltà sembrano quasi intenzionati a tornare indietro. Cerchiamo di rincuorarli ed offriamo loro anche un po’ di acqua perché le loro scorte sono ridotte al lumicino. Sono la coppia che aveva sostato a Jelasca prima di noi. Affermano di aver dormito per loro scelta in tenda la notte scorsa dopo essersi fermati a pranzo in quella struttura.
Hanno un passo molto più lento del nostro e non escludo che possano anche aver avuto difficoltà con il percorso. Li salutiamo e li lasciamo, incerti sul da farsi.

Noi dopo un’oretta di cammino raggiungiamo le sponde di un piccolo lago. Il paesaggio di colpo diventa incantevole: pascoli ondulati punteggiati da fioriture color ciclamino fanno da cornice, mentre numerose anatre svolazzano e sguazzano tra i canneti vicino alle rive dello Stirinsko jezero.
Ci godiamo questo angolo bucolico e ne approfittiamo per mettere i piedi in ammollo per qualche minuto mentre mangiucchiamo uno spuntino.
Scendiamo quindi, su fondo nuovamente sconnesso, seguendo le indicazioni per il lago Orlovacko fino a giungere in una conca prativa. Si direbbe un pascolo, anche in base alla ricca presenza di sterco sebbene in questo momento non siano presenti mucche.
L’assenza di pietre o alberi su cui apporre indicazioni a vernice, unita al calpestio dei bovini in ogni direzione, ci causa non pochi problemi di orientamento. Le tracce animali si sovrappongono e si intrecciano, come in un arabesco, a quelle dei bipedi incamminati sul sentiero ufficiale della Dinarica.
Ancora una volta San Gipiesse viene in nostro soccorso e poco prima delle sei di sera giungiamo al bivacco Orlovacko. Lo intravediamo da lontano mentre ci avviciniamo in salita, affrontando l’ultima fatica della giornata. Come di consueto lo immaginiamo tristemente chiuso.

Un potente fuoristrada è parcheggiato nei pressi dell’edificio. La fortuna ci sorride.
Nessun incontro sgradevole con orsi, o panda che dir si voglia, e rifugio aperto.
All’esterno c’è un rubinetto il cui getto gelido rinfresca alcune bottiglie di cola e rakjia, messe lì probabilmente dall’enorme ranger che compare improvvisamente da dietro l’angolo.
Ci sentiamo come Yoghi e Bubu e temiamo che possa equivocare le nostre intenzioni.
Veso, questo il nome del ranger, a dispetto della mole e della insuperabile barriera linguistica si rivela invece molto gentile e disponibile.
Cerchiamo di fargli capire che, se possibile, avremmo intenzione di dormire lì.
Risponde affermativamente e ci fa vedere la struttura e le due camere, lasciando a noi la scelta.

L’interno dell’edificio in realtà non è proprio bellissimo. Nelle aree comuni si nota una certa trascuratezza ed i bagni sono inutilizzabili, ma le camere sono piuttosto accoglienti. Ovviamente non c’è luce elettrica e per la notte dovremo arrangiarci con le nostre luci frontali e con le candele che si trovano sui comodini accanto ai letti.
Scegliamo la camera che ci pare più bella, con una finestrella che si affaccia sui monti di fronte a noi. La luce del sole, prossimo al tramonto, li indora regalando splendidi effetti cromatici.
Sotto di noi vediamo Veso intento a scrutare con i binocoli i movimenti di alcuni rapaci.

Sistemate le nostre cose scendiamo nella veranda della struttura.
Al tavolo insieme a noi si siedono anche il ranger ed il giovane figlio.
Mentre consumiamo una parca cena all’imbrunire, comunichiamo con loro in qualche modo, aiutati bilateralmente nella comprensione da abbondanti sorsate della rakija offertaci da Veso.
Il figlio partecipa ai brindisi, ma deve ancora farsi le ossa e dopo alcuni bicchierini incomincia a cedere. Il padre lo prende di peso e lo porta premurosamente a dormire nella zona cucina.
Noi continuiamo a bere, in una surreale forma di “incomunicabile comunicazione” simile ad un gioco di società. Apprendiamo solo che: una volta a Tjentiste dovremo recarci alla sede dell’Ente che gestisce il Parco, chiedere della signora Ana e procedere al pagamento.

E’ ormai quasi buio quando con passi incerti arriva la coppia incontrata nel pomeriggio.
Il rifugio è aperto proprio perchè loro lo avevano prenotato, e noi gli abbiamo soffiato pure la stanza migliore, però siamo troppo alticci per sentirci in colpa.
Inoltre avrebbero anche potuto avvisarci del fatto che avremmo trovato la struttura aperta. Avremmo infatti camminato con maggiore serenità e senza l’assillo di arrivare prima del buio in modo da poter montare la tenda con minori difficoltà, in caso di rifugio chiuso.
Con un po’ di invidia assistiamo alla loro cena in veranda. Sono attrezzati con fornelletto da campo e possono consumare un corroborante pasto caldo, sebbene si tratti di cibo liofilizzato.

Ora che tutti siamo più rilassati e con la pancia piena ci concediamo un po’ di conversazione in italiano, ormai forse lingua madre anche per Veso che dopo tutta la rakija ingurgitata potrebbe parlare anche in aramaico.
Salvatore e Loredana sono parecchio più giovani di noi e vengono da Torino, sebbene un forte accento tradisca origini meridionali. Il ragazzo si dichiara tifoso juventino e questo cancella del tutto i nostri sensi di colpa per aver scelto la stanza migliore...
La ragazza suscita ilarità quando confessa che, preoccupata dai gesti di Milica, ha accompagnato a lungo i suoi passi percuotendo dei sassi tra le mani in modo da far rumore e spaventare i “panda”.
Si deprime un po’ quando le diciamo che i bagni non sono utilizzabili, poi chiediamo loro se intendono proseguire insieme a noi l’indomani in modo da aiutarci reciprocamente nei momenti di difficoltà fisica o di orientamento. Declinano il nostro invito, fortunatamente, perché la differenza di passo avrebbe creato difficoltà ad entrambe le coppie.

Oramai sono calate le tenebre, incomincia a fare freddino, ma per qualche minuto ci fermiamo ad osservare, rapiti, una meravigliosa stellata prima di rientrare.
Dobbiamo ricorrere alle frontali per salire la ripida scala in legno che conduce alla nostre camere.
Accendiamo la candela solo per una romantica foto ricordo, in modo da evitare di consumarla, privando di luce chi si avventurasse qui senza torcia.
Poco dopo le dieci siamo nel mondo dei sogni, cullati e dalla rakjia e dal rumoroso russare del ranger Veso, stravaccato su un divano nell’area comune del rifugio.


Allegati:
Commento file: Rifugio ad Orlovacko jezero
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Commento file: Stirinsko jezero
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Commento file: Zelengora
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Commento file: allunaggio
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mar feb 02, 2021 15:18 
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Quotazerino

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19 Agosto 2017 - Spomenik

Il mattino ha l’oro in bocca. Talvolta anche l’amaro se la sera prima si ha esagerato con la rakija.
Con le gambe un po’ imballate scendiamo a passi incerti la scaletta, cercando di non fare rumore.
Con stupore vediamo che Veso ed il figlio sono già svegli, operativi e senza segni di sbornia.
Riconosciuta la superiorità alcolica dei popoli balcanici, ci sediamo in cucina perché fuori fa ancora freschino e facciamo colazione con biscotti, miele ed acqua fresca.
Con le borracce piene ed il morale alto per la buona sorte avuta ieri, siamo pronti a partire.
Le nostre gambe lo sono un po’ meno, ma si abitueranno presto fino a quasi implorare il cammino.
L’attività fisica infatti induce il corpo alla produzione di endorfine e noi stiamo per ritornare schiavi di questa afflizione salutista dopo il periodo di disintossicazione, da turisti.
Salutiamo i torinesi che si sono appena alzati. Dovremmo rivederci a fine giornata a Tjentiste.

Bastano pochi passi per raggiungere il lago Orlovacko e contemporaneamente rimuovere i giubbotti smanicati che l’aria frizzante del mattino ci aveva suggerito di indossare.
Il lago ce lo immaginavamo come un meraviglioso specchio d’acqua ed in caso il rifugio fosse stato chiuso pensavamo anche di farci un bagnetto per levarci di dosso sudore, polvere e tossine.
Dalle guide veniva indicato come il più bello dei laghetti glaciali nella zona del monte Zelengora.
Invece si rivela piuttosto deludente e molto più piccolo di quanto pensassimo. In estate poi il volume dell’acqua è decisamente ridotto, ma probabilmente il nostro giudizio è influenzato dal fatto che siamo appena partiti, dopo una serata piacevole ed una notte confortevole in rifugio.
Se vi fossimo giunti ieri sera o comunque stanchi ed affaticati, lo avremmo sicuramente apprezzato di più, almeno quanto il lago Stirinsko che ieri ci aveva deliziato con le sue acque ed i voli di anatre.
E poi si sa che la legge delle grandi aspettative comporta spesso cocenti delusioni.
Fatto sta che lo osserviamo distrattamente, senza scendere alle sue rive, dalla larga strada carrabile che lo costeggia una decina di metri più in alto. Con la stessa indifferenza un paio di vacche osservano noi.

Dopo un breve tratto boschivo ci troviamo, come al solito, a camminare nel nulla.
Questa volta a cambiare sono la forma ed i profili delle montagne: più morbidi di quelli dei primi giorni di cammino. La sostanza però non cambia: il sentiero è sempre segnato in modo approssimativo, il sole picchia forte ed il fondo è spesso pietroso. In particolare un traverso ai piedi del monte Bregoc si rivela insidioso, sebbene fortunatamente non pericoloso. Rinunciamo alla deviazione che in poche decine di metri porta alla vetta. Non siamo collezionisti di cime, peraltro si tratta di un banale duemila.
Inoltre il pianoro in cui ci troviamo offre uno splendido balcone sui monti e sulle valli nei dintorni. Si vedono tracce di sentieri e proviamo ad indovinare quale possa essere il nostro.
Ovviamente sbagliamo completamente direzione perché invece di proseguire per quello che sembra essere il sentiero principale, dobbiamo scendere quasi a ruota libera lungo un pendio.
Siccome il GPS finora non ci ha tradito, rimaniamo fedeli alle sue indicazioni. E facciamo bene.
Camminiamo a lungo per crinali e selle ed ammiriamo a perdita d’occhio un paesaggio caratterizzato da linee morbide, ma da condizioni di vita aspre, come testimoniato dalla totale assenza di villaggi.

Al termine di una specie di altopiano scorgiamo in lontananza il monte Maglic che raggiungeremo tra qualche giorno. Ai nostri piedi giace invece il lago Gornje Bare, parzialmente asciutto.
Lo raggiungiamo poco più tardi dopo una discesa non agevole di alcune centinaia di metri.
Più che un sentiero si segue una traccia da capre, ma se non altro l’assenza quasi totale di vegetazione non lascia dubbi interpretativi sulla direzione da seguire
Costeggiamo il lago camminando in una conca umida e pianeggiante per poi entrare in una gradevole area boschiva che ci offre riparo dai raggi del sole.
Qui il sentiero diventa una larga carrabile e si procede agevolmente, confortati anche da segnavia più numerosi fino a giungere alla radura in cui si trova il lago Donje Bare.

Pare che quest’area fosse una riserva di caccia del Maresciallo Tito. Che sia vero o meno, la zona è piuttosto ben tenuta ed accanto al lago c’è uno chalet che sembra molto confortevole.
Qui c’è una compagnia esclusivamente maschile e piuttosto rumorosa, così aggiriamo l’edificio e raggiungiamo la sponda del lago fino a trovare un fontanile. Ci liberiamo degli zaini, godendoci un po’ di riposo all’ombra, mangiamo uno spuntino, ci dissetiamo e rimpinguiamo le scorte idriche.
I nostri movimenti non sono passati inosservati. Mentre torniamo indietro, passiamo accanto allo chalet, e la compagnia, incuriosita, ci chiede di dove siamo e dove stiamo andando.
Un paio di loro masticano un po’ di inglese, altri si limitano a salsicce e formaggi.
Sono gentili e ci offrono da bere cola, birra o rakija a nostra scelta.
Inevitabilmente si finisce per parlare di calcio e, caso vuole, che nel Torino, la mia squadra preferita, all’epoca c’erano i serbi Sinisa Mihajlovic ed Adem Ljajic.
Siamo formalmente ancora in Bosnia, ma nella Repubblica Serba di Bosnia e molto vicini al confine con il Montenegro ed i ragazzi si eccitano soprattutto parlando del primo.
Meno entusiasmo solleva il secondo, forse perché musulmano e di origini bosniache, o forse perché tanto talentuoso quanto incostante e fragile caratterialmente.

Dal lago Donje Bare ritorniamo sulla ampia strada sterrata da cui eravamo giunti.
Proseguiamo nel bosco, poi attraversiamo una radura e da qui prendiamo un sentiero che si dirige verso il canyon del fiume Sutjeska.
Accanto al segnavia appare un poco rassicurante cartello che indica la possibile presenza di mine.
Fiduciosi o forse incoscienti procediamo, cercando però di limitare al minimo i passaggi fuori dal sentiero ufficiale. Un’eccezione la facciamo però quando tra le frasche degli alberi appare la sagoma del monte Maglic. Per fotografarlo meglio ci stacchiamo dal sentiero per raggiungere un belvedere, ma il passaggio è comunque abbastanza battuto da sentirci al sicuro.
Rischio limitato a fronte di un risultato modesto: la macchina fotografica del Balzani non ha uno zoom abbastanza potente, per non parlare del mio cellulare proletario. In compenso la deviazione porta in dote al Balzani un bossolo inesploso di mitra che ora è elemento d’arredo nel salotto di casa sua.
Riprendiamo a scendere su un sentiero interamente all’ombra di una bellissima faggeta.
In alcuni punti degli alberi caduti e piccole frane ci costringono ad acrobazie, mentre la ripidezza del terreno mette a dura prova la tenuta delle nostre ginocchia.

Dopo un discesa di circa sei chilometri, alcuni dei quali rivelatisi quasi un autentico supplizio, raggiungiamo infine l’asfalto. La Via Dinarica proseguirebbe verso Sud, obbligando ad un paio di chilometri su asfalto in direzione Dubrovnik. Noi invece dobbiamo proseguire verso Nord, in salita leggera ma costante per circa quattro chilometri.
Siamo nella stretta gola del Sutjeska e nuovi cartelli minacciosi mappano la possibile presenza di mine nella zona, consigliando di non frequentare le sponde del fiume in quanto durante le piene il terreno potrebbe essersi spostato, trasportando con se mine inesplose.
E’ una valle selvaggia, buia ed umida ma se non altro possiamo camminare all’ombra.
Tuttavia siamo stanchi: siamo in cammino da dieci ore, abbiamo mangiato poco ed affrontato importanti dislivelli. Il tutto sempre con una zavorra sulle spalle di almeno quindici chilogrammi.
Mirko accenna timidi tentativi di autostop, ma nessuno si ferma.
Del resto io per primo non caricherei in macchina due estranei mal vestiti, sudati e puzzolenti.
Molto probabilmente non lo farei neppure se si trattasse di persone conosciute...accampando scuse puerili per giustificarmi con la coscienza e non sentirmi in colpa.

Avvicinandosi a Tjentiste la valle si apre, come per accoglierci simbolicamente.
Tra pascoli e boschi di abeti ci mostra anche un notevole Spomenik.
Con tale nome si identificano i monumenti alla guerra partigiana voluti da Tito e costruiti generalmente negli anni sessanta. Alcuni sono stati distrutti negli anni novanta, altri sono stati fagocitati dalle foreste, altri ancora vittime di incuria, abbandono e vandalismo.
Questo è meravigliosamente tenuto, imponente ed impossibile da non notare mentre si transita nei suoi pressi. Noi però siamo veramente cotti ed inoltre dobbiamo cercare la sede del parco, la signora Ana e provvedere al pagamento della notte in rifugio. Rimandiamo quindi la visita a domani.

La sede del parco è ovviamente già chiusa, della signora Ana non c’è traccia.
Ci rechiamo così alla reception dell’enorme Hotel Mladost. Si tratta di un complesso mastodontico, probabilmente creato in epoca socialista, ma a differenza di altri ha comunque un aspetto dignitoso, piuttosto moderno. La sede del Parco di Sutjeska si trova all’interno di quella che sembra essere l’area verde della struttura alberghiera. Sono ormai le sei e mezza di sera.
Il receptionist parla un po’ di inglese, così gli spieghiamo che dovremmo pagare la notte al rifugio.
Non sa bene cosa fare, né a chi rivolgersi, ma per fortuna non abbiamo fretta visto che abbiamo deciso di passare la notte qui. Ci sarebbe anche un’area camping piuttosto frequentata, ma considerando il prezzo popolare preferiamo prendere una camera.
Pagheremo tutto al momento del check-out e nel frattempo lui ed i suoi colleghi cercheranno di informarsi sul costo della notte in rifugio.
Credo che al netto di una certa disorganizzazione, il problema fosse legato al fatto che ufficialmente noi non avevamo prenotato lo chalet ed abbiamo sfruttato una prenotazione altrui, non risultando pertanto registrati.

Salvatore e Loredana probabilmente avevano già provveduto al pagamento, totale o parziale.
Con stupore infatti li ritroviamo, freschi come rose, a tavola per la cena.
Non hanno preso una scorciatoia, né camminato più velocemente di noi.
Ci confessano che, stanchi e provati dopo la giornata di ieri, non se la sono sentita di proseguire a piedi ed hanno chiesto un passaggio al ranger che rientrava a valle.
Non sapremo mai se il costo della notte venne correttamente diviso tra noi e loro, o se venne chiesto ad entrambe le coppie un pagamento totale a beneficio delle tasche della signora Ana o di qualche altro dipendente disonesto. Posso solo dire che durante il soggiorno ci verrà comunicato un prezzo, poi rettificato verso il basso prima della nostra partenza.
Questo, con il senno di poi mi farà propendere per la loro buona fede.
Ora però siamo troppo stanchi ed affamati per affrontare questioni contabili.

La cena viene servita in una bella veranda con vista sul parco, panche e tavoli sono in legno.
Decidiamo di mangiare alla carta e scegliamo da un ampio menu. La zuppa di verdure ci riscalda, ma l’infinita grigliata mista ci sorprende per quantità e qualità della carne, accompagnata da un’ altrettanto ricca insalata mista. Dopo gli eccessi alcolici di ieri, niente birra, solo acqua.

Se esterno e sala ristorante hanno un aspetto gradevole, i corridoi e le aree comuni ricordano un po’ un vecchio ospedale psichiatrico: luci fioche e talvolta assenti, arredi anonimi, moquette consunta.
La stanza è sulla stessa lunghezza d’onda ed il bagno non fa eccezione, ma a noi poco importa.
Abbiamo un letto confortevole, spazio per allargare le nostre cose, prese di corrente per i nostri devices. Carino il terrazzo con la ringhiera in legno, sulla quale mettiamo a prendere aria i vestiti appena lavati, nella vana speranza che durante la notte possano asciugare.
Infatti non fa molto caldo, ha iniziato a piovere e dovrebbe continuare fino a tutto domani stando alle previsioni meteo. Nell’impossibilità di decidere con votazione democratica, essendo solo in due, bastano un paio di occhiate d’intesa e l’accenno della frase “ma se domani…” per convincerci che sia cosa buona e giusta rimanere qui un giorno in più.
Il bucato avrà tutto il tempo per asciugare al naturale, senza ricorrere all’ausilio del phon che tende a seccare e sfibrare i tessuti, in più noi potremo dedicarci con calma a visitare i dintorni.
Nella hall dell’albergo ci sono degli opuscoli informativi, alcuni anche in inglese, ed abbiamo modo di iniziare a documentarci non solo sulle bellezze naturalistiche della zona ma anche sulla storia della battaglia di Sutjeska. Peccato che Gianluca non sia più insieme a noi perché sicuramente sarebbe stato il più interessato ad approfondire questo argomento.


Allegati:
Commento file: Hotel o ospedale psichiatrico ?
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Commento file: Gornje bare
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Commento file: vasti orizzonti
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Commento file: traverso sotto al Bregoc
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mar feb 09, 2021 17:26 
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20 Agosto 2017 – 15 secondi di celebrità

A dispetto della decisione di rimanere a Tjentiste un giorno in più, la sveglia biologica mi fa aprire gli occhi ad orario da escursione. Sono solo le sei e mezza, Mirko ronfa ancora e la colazione non verrà servita prima delle sette.
Non mi resta che poltrire, osservando il cielo plumbeo da sotto alle coperte.
Quando scendiamo per la colazione, fuori sta diluviando e benediciamo la nostra decisione.
Rinunciamo a sederci nella veranda, optando per la sala interna, così siamo anche più vicini al bancone del buffet che saccheggiamo avidamente come corsari levantini.

La pioggia cala d’intensità gradualmente fino a smettere.
Ne approfittiamo per esplorare i dintorni a cominciare dalla struttura “Mladostodontica” in cui ci troviamo. A camere quasi completamente libere si contrappone un camping quasi esaurito.
Sembra ben organizzato: bagni comuni in abbondanza, aree attrezzate per le grigliate, campi da calcio e da basket, ma a catturare la nostra attenzione è un’enorme piscina che per dimensioni e forma ricorda quasi un lago. In passato veniva alimentata dalle acque dei torrenti che scorrono nelle vicinanze. Ora è praticamente asciutta, non balneabile, perché forse costerebbe troppo tenerla aperta, o forse per motivi di sicurezza. In alcune foto d’epoca appariva invece come un’attrazione molto popolare e frequentata da bagnanti di ogni età.

Un pallido sole fa capolino fra le nuvole mentre noi ci incamminiamo verso il paese più vicino alla ricerca di un negozio di alimentari dove fare spesa per oggi e per i prossimi giorni.
In realtà non troviamo alcun villaggio né tanto meno un negozio. Camminiamo sulla trafficata strada principale nella stessa direzione di chi proviene dal mare della Croazia, ma come insegna il manuale del buon camminatore ci teniamo sul lato opposto in modo da vedere arrivare le auto che sfrecciano in direzione opposta alla nostra.
Appunti estrapolati da internet ed informazioni ottenute in albergo attestano la presenza di un mini market. Proviamo così ad abbandonare la strada statale per immetterci in una parallela, lungo la quale di tanto in tanto si scorgono case e fattorie.

Preannunciato da trascinanti note di musica folk che ci costringono a balli improvvisati, troviamo infine il negozietto del pueblo ! Una cassa stereo all’esterno funge come da richiamo per i clienti che, una volta di fronte all’ingresso, possono ammirare un’opera di ardita ingegneria moderna: il frigo delle bevande. Un vecchio frigobar a pozzo, da gelati, è stato trasformato in una vasca in cui viene convogliata la gelida acqua di una sorgente. Invece dei pesci rossi vi sguazzano bevande dai colori vivaci, alcoliche e non, e per pescarle non serve nemmeno un’esca, bastano pochi marchi bosniaci.
L’anziana proprietaria, stimolata dai nostri balli sensuali, sfoggia un sorriso a diciotto carati.
La mercanzia sul bancone è decisamente meno brillante ed alla fine compriamo solo un po’ di articoli necessari alla nostra sopravvivenza nei prossimi giorni: pane, mele, biscotti e l’immancabile quanto immangiabile patè, dagli ingredienti ignoti ma dalle marche ormai a noi ben note.
Scegliamo di premiare Argeta: il nome è quello che si abbina meglio ai denti dorati della signora.

Lasciataci alle spalle questo Eldorado, torniamo verso l’albergo dove depositiamo gli acquisti per poi muovere in direzione dello Spomenik avvistato ieri, questo si un’autentica perla.
In cielo sono tornate nuvole minacciose che suggeriscono di portare con noi le mantelle antipioggia.
Verrebbe spontaneo chiedersi: chissà come sarà stato il cielo il giorno della battaglia di Sutjeska.
Topica clamorosa, in quanto in quella località i combattimenti si trascinarono tra alterne fortune per almeno un mese. Da un lato le forze dell’Asse (Tedeschi, Italiani e Croati), dall’altra i partigiani di Tito, poi vincitori. Si scontrarono senza esclusione di colpi in quella che probabilmente è stata la battaglia più importante di tutta la guerra nei Balcani. Non a caso a questo scontro è stato dedicato anche un film hollywoodiano ed all’inaugurazione del monumento presenziò, insieme alla sua compagna, anche l’attore incaricato di recitare la parte di Josip Broz Tito. Si trattava di Richard Burton e Liz Taylor. Forse i veri appassionati di cinema potrebbero già averli sentiti nominare.

Oggi è domenica e, sebbene questo sacrario non sia più celebre come in epoca jugoslava, molte auto si fermano per una visita a questo imponente e scenografico monumento in cemento armato.
E’ costituito da due grandi blocchi, simili ad ali, con un varco nel mezzo. L’idea di Zivkovic, il geniale artista che realizzò il progetto, era quella di rappresentare la breccia per la vittoria, ottenuta grazie al sacrificio di migliaia di partigiani e civili slavi.
Non a caso si può parlare anche di sacrario perché alle spalle di queste due ali si trova una sorta di anfiteatro. Vi sono incisi i nomi delle brigate coinvolte nei combattimenti e qui sono sepolti i resti dei corpi di migliaia di soldati rinvenuti sul campo di battaglia.
E’ stridente il contrasto con la pace che si respira oggi, immersi in un paesaggio quieto e verdeggiante, dove si vede chiaramente la mano dell’uomo il cui operato è però in armonia con l’ambiente. A noi non resta che ammirare chi si è sacrificato per una causa e sperare che in futuro non sia necessario imitarli, anche perché di eroismo ai nostri giorni è difficile trovarne traccia.

Al momento di tornare verso l’albergo notiamo che oltre che per visitare lo Spomenik, tante macchine si fermano sull’altro lato della strada ed andiamo ad indagarne il motivo.
L’edificio verso cui la gente si dirige è un bar-ristorante, ma un tale flusso di persone è anomalo.
Infatti finiamo per ritrovarci ad una fiera mercato ben organizzata con prodotti di artigianato, soprattutto della filiera eno-gastronomica. La parte del leone la fanno i formaggi. Alcuni sono deliziosi e se non fossimo in cammino ne comprerei qualche bella fetta. Ci limitiamo ad effettuare numerosi assaggi, abbinandoli a degustazioni di miele, vino, sidro e rakija. La nostra presenza non passa inosservata e di lì a poco mi trovo ad essere intervistato dalla giornalista di una TV locale.
Mentre in inglese ringrazio gli organizzatori per la riuscita manifestazione ed i produttori per la bontà delle specialità assaggiate, Mirko si fa beffe di me riprendendo a sua volta la scena e commentando ironicamente il mio momento di celebrità.
Non sono però divenuto abbastanza VIP da non pagare la birra che ordiniamo al bar prima di avviarci verso l’albergo proprio mentre qualche gocciolina di pioggia ricomincia a cadere.

Senza che nemmeno sia necessario fare ricorso alle mantelline riusciamo ad arrivare in albergo prima che la pioggia aumenti di intensità. Restano da trascorrere alcune ore prima della cena.
In buona parte le trascorriamo in poltrona, nel corridoio per agganciarci al wifi disponibile solo nelle aree comuni. Leggiamo un po’ di aggiornamenti su quanto accade in Italia e vicino a casa. Ci viene ricordato che oggi inizia anche il campionato di calcio italiano e Mirko, tifoso interista, spera di riuscire a vedere in qualche modo le gesta dei suoi idoli impegnati in serata contro la Fiorentina.
Approfittiamo della calma e del tempo a disposizione anche per studiare i prossimi giorni di cammino: il percorso ufficiale, eventuali varianti, punti acqua, dove sostare e dove fare acquisti.
Ma soprattutto cerchiamo di capire come evitare i parecchi chilometri su asfalto che ci aspetterebbero domattina. In assenza di bus in orario a noi utile, alla reception ci propongono di richiedere un servizio taxi, indicandoci anche quello che dovrebbe essere il prezzo ed incaricandosi di chiamarlo all’orario da noi indicato. In linea di massima siamo intenzionati a seguire il loro consiglio, ma ci riserviamo di dare conferma dopo la cena.

Questa volta il menù è molto più frugale, infatti abbiamo richiesto il trattamento di mezza pensione anzichè mangiare alla carta come fatto ieri.
Le porzioni, come al solito, sono piuttosto abbondanti: gulash, riso con verdure, insalata mista e frutta fresca. Mirko però mangia quasi controvoglia, è teso per la partita, controlla nervosamente il cellulare e commenta l’andamento della medesima. Siamo ancora a tavola che sono già due a zero per l’Inter ed il cameriere ascoltati i discorsi del Balzani si dichiara filo interista, ma soprattutto gli dice che in via eccezionale gli consentirà di veder finire in TV la gara insieme a lui.
Capisco che almeno fino al novantesimo più recupero non potrò contare sulla sua presenza.
Ultimata la cena, confermo in reception la richiesta di un taxi per domattina, e poi vado in camera dove incomincio a preparare lo zaino. Come previsto l’abbigliamento è perfettamente asciugato.
Per dovere di cronaca il risultato finale sarà di tre a zero per l’Inter. In contemporanea giocava anche il Toro, ma la mia passione calcistica era già allora in stato di ibernazione criogenica, nella vana attesa di un Doctor Frankenstein capace di rianimarla...


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mer feb 17, 2021 18:49 
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21 agosto 2017 – Heart shaped lake

Un clima autunnale, dal cielo piovigginoso e con temperature non proprio estive, accompagna il nostro risveglio di buona mattina. Sistemati gli ultimi dettagli lasciamo gli zaini in camera e ci concediamo la solita ipercalorica colazione. Poi saldiamo il conto: settanta euro a testa. In rapporto agli standard locali non è proprio una somma popolare, ma tutto sommato direi un prezzo ragionevole per due notti in albergo di cui una in mezza pensione e per la notte al rifugio.
Resta oscura la composizione del conto e non sapremo mai quanto abbiamo pagato per la notte al bivacco di Orlovacko, ma va bene così. A parte avevamo già pagato la cena della prima sera.
Il taxi è di fronte all’albergo pronto ad aspettarci, ed in un attimo siamo a bordo.

Con l’ausilio dei nostri appunti cerchiamo di spiegare all’autista dove dovrà portarci. Non è semplicissimo in quanto si tratta di un incrocio con una strada secondaria sterrata ed ancora una volta il GPS viene in nostro soccorso. Cerchiamo e troviamo con lo sguardo anche qualche segnavia lungo la strada, visto che in quel tratto la Dinarica passa proprio su asfalto.
Ce ne risparmiamo ben sette chilometri, a naso quasi due ore di cammino sotto il freddo e con un una fastidiosa pioggerella.
Quando scendiamo, in prossimità di una sbarra che chiude l’accesso all’ampia strada ghiaiosa che si addentra nel parco, la pioggia non è tale da indurci ad indossare la mantella, ma il fondo è bagnato e scivoloso, mentre dagli alberi cadono saltuari goccioloni, più grandi di quelli dal cielo.

Ci troviamo nel Parco regionale del Piva ed attraversiamo una zona che pare essere umida anche in giornate più soleggiate. A testimoniarlo la presenza di numerosi ruscelli e la natura verdeggiante di muschi e felci che accompagnano il nostro incedere. Ad un lungo tratto su sterrata seguono alcuni strappi nel fitto del bosco, dove la gocce che cadono dagli alberi aumentano di intensità fino a convincerci ad indossare la mantella. Saliamo velocemente di quota, gli abeti sostituiscono i latifoglie. Quando usciamo da questa incantevole foresta, ci troviamo in un pianoro erboso.
Tutto intorno a noi si ergono montagne rocciose le cui cime rimangono però nascoste dalle ultime e capricciose nubi residue. Il sole sembra destinato a spuntarla e la temperatura incomincia a farsi più gradevole, tanto che abbandoniamo la divisa anti pioggia.
Procediamo agevolmente in questo scenario senza dislivelli facendo occasionali slalom tra massi erratici trascinati qui chissà quando da qualche ghiacciaio o da qualche Obelix balcanico.

Una bandiera nazionale montenegrina ed un minaccioso cartello in inglese che recita “entry fee” preannunciano l’arrivo al lago Trnovacko del quale riusciamo ad intravvedere solo un angolino.
Avanzando, piano piano, lo specchio d’acqua ci appare in quasi tutta la sua interezza. Quando arriviamo il clima è finalmente estivo sebbene ci sia un leggera brezza, ultimo ricordo della pioggia di ieri.
Ci sono dei ragazzi asiatici accampati qui. Dai tratti somatici si direbbero Filippini. Prendono il sole perché l’acqua è forse troppo fredda, o magari hanno già fatto il bagno.
Noi ci sediamo sulla sponda, poco lontani da loro, per riposarci e pranzare. Dobbiamo fare il pieno di energie perché ci aspettano una salita dura ed ancora tante ore di cammino.
Proprio alle nostre spalle si trova il rifugio, una struttura decisamente gradevole e ben tenuta.
L’area è recintata, forse per proteggere il rigoglioso orticello dalle scorribande degli animali selvatici, l’edificio principale sembra solido ed adatto anche ad altitudini ed intemperie himalayane.
Le pareti ed il tetto sono rivestiti di quello che dalla lucentezza sembrerebbe essere acciaio zincato.
Apprezzabile il fatto che, in una terra lacerata da odi etnici e divisioni, sopra l’ingresso facciano bella mostra le bandiere di tutte le nazioni che componevano un tempo la Jugoslavia.
Un camino in pietra sale esternamente verso il cielo, adornando l’angolo a sud-est.
Di fronte all’ingresso ci sono vasi con fiori, regolarmente annaffiati e manutenuti.
Accanto al rifugio si trovano due costruzioni aperte sui lati e con i tetti rivestiti nuovamente di metallo zincato. Quella più piccola ospita un angolo cottura con braciere, il “sac” ed una fonte.
Quella più grande, con tavoli e panche è destinata a momenti conviviali. Dalle informazioni raccolte pare che, avvisandolo in anticipo, il ranger prepari succulente grigliate di carne, pesce e verdure.
Non possiamo verificarlo perché costui non apparirà mai durante la nostra sosta e la porta del rifugio resterà perennemente chiusa. Poco male, sembra che ci siamo risparmiati il pagamento per l’accesso a questo angolo di paradiso.

Sono le dodici e trenta quando ci rimettiamo in marcia. Come al solito ci tocca affrontare il tratto più duro di cammino durante le ore più calde. Per fortuna però le temperature sono ben lontane da quelle roventi ed afose dei primi giorni di cammino.
Inizialmente costeggiamo il lago, procediamo in piano fino ad un punto in cui accanto all’invaso principale notiamo la presenza di due laghi minori, sono quasi degli stagni.
Passato il secondo, improvvisamente il sentiero si impenna ed il fondo da un confortevole sterrato passa ad essere scivoloso e sassoso. Si fa parecchia fatica, il peso degli zaini ci schiaccia il busto fino a renderlo parallelo al terreno, basta però guardarsi intorno che la stanchezza svanisce.
Il lago, a forma di cuore, visto dall’alto è un miracolo della natura: la brezza lo increspa ma non cancella le sfumature di azzurro e verde che lo caratterizzano, i due stagni appaiono come smeraldi.
A fare da cornice il verde intenso dei boschi di abeti che sfuma poi nel verde più sbiadito ed ingiallito dei pascoli, fino a che in questo anfiteatro naturale non rimangono che la candida roccia calcarea ed il celeste del cielo.

Quando raggiungiamo il valico tira un vento forte e freddo, le nuvole tornano improvvisamente a farsi minacciose ed il mio termometro indica che ci sono solamente dieci gradi. Siamo obbligati a fermarci ed estrarre dai nostri zaini qualcosa di più consono alla temperatura ed allo sferzare del vento. Dal passo abbiamo modo di scrutare quello che dovrebbe essere il cammino nei prossimi giorni e la gola del fiume Piva già si preannuncia minacciosa. Altra minaccia che compare in lontananza sono parecchie colonne di fumo che si alzano dei boschi: l’idea di andare incontro ad un possibile incendio non è proprio stimolante.
Si tratta però di ostacoli ed imprevisti che affronteremo nei prossimi giorni, ora meglio concentrarsi sulle difficoltà in essere. La discesa dal passo infatti si rivela estremamente lunga e su un fondo particolarmente sconnesso che sollecita ogni nostra articolazione.
Dapprima si procede su una pietraia, dove non sempre è facile individuare il sentiero.
Infatti in alcune circostanze seguendo l’istinto ce ne allontaniamo, affrontando pendenze e difficoltà maggiori, ma percorrendo meno strada, per poi ricongiungerci più a valle al percorso Dinarico.
In questo tratto si scende lungo un ampio canalone e quindi le possibilità di sbagliare direzione, pur sviando dal percorso, sono decisamente ridotte.

Scesi di quota la pietraia lascia gradualmente spazio a boschi di abeti, ma il sentiero resta comunque piuttosto difficile anche per la presenza di insidiose radici affioranti.
La situazione migliora quando, scendendo ulteriormente di quota, inizia anche il bosco di latifoglie.
Sembra ben tenuto e questo ci fa sperare di essere vicini a qualche forma di civiltà, visto che sono quasi le cinque di pomeriggio e che dal cielo cade qualche goccia di pioggia.
I segni di presenza e lavoro umano si fanno sempre più tangibili. Inizia a comparire qualche catasta di legna, qualche capanno ed infine qualche abitazione. Il sentiero si fa stradello ed in breve raggiungiamo un piccolo borgo di case sparse. Ignoriamo il nome della località, ma proprio sulla strada principale si trova una struttura in legno con panche e con una tettoia. Accanto ad essa una sorgente dal getto impetuoso e costante. Ci fanno l’occhiolino ed ammiccando con forza seduttiva ci convincono facilmente che questo sia il posto adatto per cenare e magari anche dormire.
Sembra che questa specie di capanna sia usata anche per momenti conviviali dalla comunità o da viandanti in quanto ci sono alcune stoviglie, un barattolo di sale, uno di zucchero e del caffè.

Consumata la solita cena a base di porcherie assortite, iniziamo a studiare le mosse per la notte.
Tavolo e panche non sono abbastanza larghi e lunghi per essere usati come giaciglio, in più la sorgente è proprio a due passi e porterà di sicuro umidità, sempre che non si metta anche a piovere. Poco distante si trova un bel pianoro con erba bassa appena tagliata.
Sembra l’ideale per piazzare le tende e ci mettiamo all’opera.
In pochi minuti la tenda del Balzani prende forma, mentre di mio a prendere forme, peraltro assurde e degne di un museo di arte contemporanea, sono solo i picchetti in alluminio.
Lo strato di erba e terra è profondo solo pochi centimetri e poi lascia spazio a sassi e pietre che, deformando gli ancoraggi, rendono inutile ogni mio tentativo di montare la tenda.
Dopo aver cercato di raddrizzare il più possibile i picchetti, giungo alla conclusione che la prossima volta li porterò in acciaio e che magari la prossima tenda sarà autoportante.
A dieci metri da noi si trova un fienile in legno e muratura. Il portone è chiuso ma noto il classico segno a vernice con cerchi concentrici biancorossi e lo prendo come un segnale.

La porta è chiusa ma senza l’ausilio di lucchetti o catenacci ed all’interno c’è una montagna di fieno. Sperando di non essere svegliato da qualche contadino urlante e brandente un forcone, decido che questo sarà il mio bivacco per la notte.
Mirko ormai ha piazzato la tenda. Provo a convincerlo che in tenda sarà più freddo ed umido e che domattina la tenda sarà bagnata, ma non cede al mio consiglio di smontarla e dormire anche lui nel fienile. Per una forma di pigrizia io non amo dormire in tenda, e se solo trovo un bivacco un minimo funzionale preferisco lasciarla nello zaino ed utilizzarla solo in caso manchino alternative.
Di fronte alle nostre postazioni per la notte, proprio in quella che sembra la direzione da prendere domattina, vediamo ormai vicine alcune di quelle colonne di fumo viste in lontananza qualche ora prima. Speriamo non si tratti di incendi fuori controllo, ma nel frattempo la temperatura scesa velocemente ci farebbe desiderare un bel falò dove riscaldarci.
Preferiamo non attirare l’attenzione se non addirittura l’inimicizia degli abitanti del borgo e rinunciamo ad accendere un fuoco, così per ripararci dal freddo ci ritiriamo nei nostri giacigli quando quasi non è neppure ancora buio.
Mi sistemo sul soffice manto di fieno. Il suo profumo, unito a quello di polvere, impregna l’aria. Inutile dire che sono asmatico ed allergico alla polvere.
Così come non sono amante dei topi che sicuramente non mancheranno dentro questo ricovero.
Nascondo bene il cibo per evitare di trovarlo rosicchiato l’indomani mattina e metto a portata di mano il mio broncodilatatore per affrontare tempestivamente eventuali attacchi d’asma.
Spengo la frontale, tenendola al collo in caso mi debba alzare durante la notte. Velocemente il calore del mio corpo riscalda il sacco a pelo, estivo e forse troppo leggero per queste temperature. Altrettanto rapidamente mi addormento con la speranza di non essere disturbato da crisi respiratorie o da roditori incuriositi dalla mia presenza.


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Commento file: Provvidenziale bivacco
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Commento file: Scendendo verso il posto tappa ignoto
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Commento file: Trnovacko jezero
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Commento file: Parco regionale del Piva
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio feb 25, 2021 7:56 
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22 Agosto 2017 – Alto tradimento e Piva nel sacco

I timori per topi e polvere si rivelano infondati. Sicuramente entrambi sono presenti ma non mi danno noia, e durante la notte mi sveglio solo una volta per esigenze fisiologiche.
Capita spesso che a fine tappa, sistemandoci nei pressi di fonti o sorgenti, si beva come cammelli. Sicuramente, citando la pubblicità di una famosa acqua minerale, saremo pulitissimi dentro.
Sul "belli fuori" mi permetto invece di smentire categoricamente od almeno di avere qualche riserva.
Prima delle sei e mezza siamo già operativi. O meglio lo è Mirko, al quale offro un po’ di aiuto per smontare la tenda. Nel frattempo faccio prendere un po’ di aria fresca al mio sacco a pelo prima di appallottolarlo e rimetterlo nello zaino.
Durante la colazione siamo tentati dallo sfruttare il bricco metallico e la polvere di caffè, presenti nel capanno accanto alla fonte, per provare ad improvvisare un caffè in stile turco, ma in assenza di un fornello da campo preferiamo evitare. Inoltre a Mratinje, poco più a valle, i nostri appunti segnalano l’esistenza di un bar o forse di uno spaccio alimentare ove rifornirsi. Optiamo quindi per una colazione veloce e leggera.

Le brume del mattino si mescolano ai fumi che ancora si levano nei boschi, in quella che sembra essere la rotta da seguire. In realtà la nostra strada dopo aver puntato in quella direzione fa una brusca svolta a destra, lasciando la cortina fumogena alla nostra sinistra, dall’altro lato della stretta valle. Scendiamo agevolmente su asfalto per alcuni chilometri, incontrando solo qualche fattoria e animali al pascolo. Paesaggisticamente sembra quasi di essere sull’appennino italiano.
A Mratinje veniamo accolti da un cavallo che bruca beato nei pressi di un canestro mezzo arrugginito. Siccome è l’unica creatura vivente nei dintorni, proviamo inutilmente a chiedergli le indicazioni per il bar/spaccio, visto che seguendo le indicazioni degli appunti e quelle del GPS, peraltro divergenti, non riusciamo a trovarlo.
Non abbiamo molti viveri e la tappa di oggi si preannuncia lunga e faticosa. Ma soprattutto senza attraversamento di altri villaggi. Rassegnati e sfiduciati camminiamo per un paese che sembra deserto, quando improvvisamente da un casa escono due signore di mezza età con un bambino.

Aiutandomi con la gestualità, cerco di sfruttare scarse reminiscenze di russo per fare capire loro che stiamo cercando l’alimentari o forse il bar del paese. San Gipiesse ci ha tradito ! Qui non esiste alcun negozio. Sfodero allora gli occhioni imploranti del Gatto con gli stivali nel cartone animato di Shrek e provo ad ottenere aiuti alimentari. Mimo un passaggio di merce da loro a noi, e pronuncio parole come jablaka, hleb, sir. Essendo in un villaggio di campagna suppongo infatti che abbiano in dispensa mele, pane, formaggio. Non sembrano recepire appieno il mio messaggio, ma Una di loro entra in casa, speriamo non sia andata a prendere un fucile o a liberare i cani. L’altra, rimasta in cortile con il piccolo, ci chiede dove siamo diretti ed alla nostra risposta ci dice che ci sono dei bus, ma noi siamo dei duri e vogliamo arrivarci a piedi. Lei ci guarda in un misto di compassione e preoccupazione. Più tardi scopriremo il perché di quello sguardo.
Dopo qualche minuto la donna entrata in casa ne esce con due enormi panini imbottiti e delle mele.
Rifiuta sdegnata la nostra offerta di denaro in cambio del cibo offertoci, anche quando le diciamo di usarlo per regalare qualcosa, un giocattolo o dolciumi, al bambino.
A noi non resta che ringraziare quasi commossi per la loro generosità, ma approfittiamo ancora della loro gentilezza per chiedere quale sia la direzione per raggiungere la diga sul fiume Piva.

Confortati dalle loro indicazioni ci rimettiamo in cammino. Procediamo su una stretta strada asfaltata pressochè deserta. Ci lasciamo alle spalle la verdeggiante valletta di Mratinje e avanziamo su una sottile striscia di bitume soffocata tra i ripidi pendii del canyon: a sinistra monti scoscesi, a destra le sponde dell’imponente lago artificiale creato dallo sbarramento verso cui siamo diretti.
Sull’asfalto ed a bordo strada di tanto in tanto compaiono sassi precipitati dalla montagna e rifiuti scivolati dalle rare auto in transito. Speriamo vivamente che non ne capitino mentre ci troviamo a camminare in un paio di lunghe gallerie completamente prive di illuminazione, scavate dove il passaggio sui fianchi della montagna si rivela impossibile. La pigrizia ci impedisce di estrarre le frontali dallo zaino. Inoltre dopo alcuni istanti l’occhio si abitua al buio e nota eventuali ostacoli sulla carreggiata, evitando il rischio di storte in caso di buche.
Raggiungiamo infine la diga della centrale idroelettrica di Mratinje. Per dare un’idea delle dimensioni della stretta gola in cui ci troviamo, l’invaso, sebbene sia alto più di duecento metri, sembra modesto rispetto ai fianchi della montagna. In alcuni tratti la profondità del canyon raggiunge i 1200 metri.
Trovato un rubinetto ne approfittiamo per dissetarci e fare scorta prima di affrontare la dura risalita.
La diga funge anche da via di comunicazione per automezzi di ogni dimensione, sebbene una curva a gomito renda difficoltoso il transito a camion ed autobus. Proprio in quel punto, per agevolare le manovre c’è uno slargo. In un angolo si trova una gru enorme con gomme “in vincoli”. Un cartello in slavo ed inglese fornisce informazioni sulla diga, sulla flora e sulla fauna di questo luogo.
A valle, duecento metri sotto di noi, vediamo il fiume riprendere impetuoso la sua corsa: panta rei.
Noi scorriamo un po’ più lentamente e placidamente del Piva.

E’ giunto il momento di abbandonare l’asfalto e ritornare sul sentiero.
I segnavia sono presenti e li seguiamo fiduciosi, accompagnandoli sempre ad uno sguardo sul GPS.
La parete del canyon è veramente ripida, ma per fortuna stoici alberi e cespugli ci aiutano offrendo appigli alle nostre mani. L’attacco del percorso è molto ripido ma poi spiana e costeggia il corso della Piva. Così dice il nostro aiutante tecnologico, ma da un po’ non vediamo di segnavia.
Proseguiamo dubbiosi, fino a quando il sentiero diventa una traccia e poi sparisce. Ci siamo persi.
L’alto tradimento di San Gipiesse ci fa invocare suoi colleghi in abbondanza.
Decidiamo di salire dritto per dritto nella boscaglia: una vera e propria arrampicata, schiacciati dal peso degli zaini e con gambe e polpacci scartavetrati da cespugli e pini nani.
Siamo nervosi (eufemismo) e per evitare di litigare, decidiamo di separarci ma non troppo. Rimaniamo in contatto sonoro grazie alle imprecazioni che accompagnano il nostro cammino.
Concludo la pericolosa e faticosa scalata trovando per primo il sentiero e dando al Balzani le indicazioni per raggiungermi. Il sentiero qui è piuttosto agevole ed ironia della sorte, proprio poco dopo essere tornati sul tracciato incontriamo due volontari, armati di roncola e vernice, che si occupano della manutenzione della Via Dinarica. Non parlano inglese, per cui non riusciamo a comunicare loro le difficoltà avute poco fa, anche se sicuramente le avranno immaginate. Senza alcun dubbio avranno infatti sentito i nostri ululati e le nostre rumorose lamentele.

La salita è costante, ma ora non ci si arrampica più, e si transita su un sentiero largo, all’ombra del bosco. Quando arriviamo in cima ammiriamo il panorama da un belvedere e ci congratuliamo reciprocamente per aver ancora una volta superato le difficoltà incontrate.
Finalmente il percorso spiana: si procede in saliscendi e con qualche strappo poco impegnativo.
In compenso non siamo più all’ombra del bosco, ma pur essendo ormai nelle ore più calde del giorno le temperature sono abbastanza moderate e non da rischio disidratazione.
Alle ore tredici raggiungiamo una casa isolata accanto alla quale si trova una fonte: è il momento per una sosta e per pranzare. Addentiamo con avidità i grossi panini al salame ricevuti a Mratinje.
Poi effettuando uno slalom tra i panni stesi dell’anziana coppia che qui abita, raggiungiamo il rubinetto e riempiamo le nostre borracce, prima di rimetterci in movimento.
In teoria questo luogo avrebbe potuto essere indicato per il pernottamento, ma è troppo presto per fermarci. Meglio proseguire e vedere strada facendo quando varrà la pena fermarsi.

Dopo un paio di chilometri lo sterrato lascia spazio all’asfalto, un fondo poco adatto ai nostri scarponi. Dopo un po’ i piedi iniziano a lamentarsi. Opto così per un cambio gomme, passando a delle vecchie scarpe da trail running che finora avevo utilizzato solo in percorsi cittadini.
Ne traggo immediatamente giovamento e Mirko mi imita calzando robusti sandali.
Avanziamo a lungo in saliscendi, tra campi ed isolate fattorie. Al termine di uno strappo piuttosto ripido sostiamo a riposare, con la scusa di ammirare un gruppo di contadini intenti a preparare degli enormi covoni di paglia. Hanno un sincronismo olimpionico, i loro movimenti sono misurati, lenti ma costanti e regolari, come immagino sia anche lo stile di vita di queste persone.
Il paesaggio agreste è piacevole e poco antropizzato. Ci colpisce in particolare una enorme distesa gibbosa. Il terreno sembra il parco giochi di un gigante che si è divertito a creare una serie infinita di dossi sul suolo, facendolo quasi assomigliare ad un mare ondulato e indorato di erbe secche.
La stanchezza inizia ad affiorare, ma allo stesso tempo matura anche la malsana idea di raggiungere quello che avrebbe dovuto essere il posto tappa di domani. Siamo in anticipo sulla tabella di marcia che avevo stilato prima di partire, pertanto non abbiamo necessità di forzare il ritmo. Tuttavia lì si trova un ristorante con alcune camere e l’idea di un pasto caldo e di un letto vero ha un effetto dopante su di noi. Proseguiamo sempre su asfalto fino ad un bivio in cui un cartello indica che mancano una decina di chilometri a Nedajno, dove si trova la summenzionata struttura.

Dieci chilometri sembrano pochi, ma noi siamo carichi come muli ed in cammino da parecchie ore.
Quando, alle diciotto passate, arriviamo a destinazione siamo esausti. Abbiamo percorso circa trentotto chilometri, in gran parte su asfalto, ed affrontato l’arrampicata del Piva canyon, mangiando solo un panino ed un paio di mele. L’avvenente e gentile ragazza del ristoro ci chiede se vogliamo cenare. Certo che si, in abbondanza, e vorremmo anche una camera per la notte.
Purtroppo però non hanno posti disponibili. Il compagno della ragazza infatti organizza escursioni guidate e proprio oggi una famigliola tedesca si è fermata per usufruire dei loro servizi.
Ci consentono di piazzare la tenda nel prato di fronte al ristorante. Proprio dall’altro lato della strada c’è un’area destinata a campeggio con tanto di latrina. Approfittiamo delle ultime luci del giorno per sistemare la tenda e le nostre cose. In realtà la struttura è in fase di ampliamento per cui chiedo che ci venga concesso di dormire in terra nella parte non ancora ultimata. Stranamente però la mia richiesta ottiene risposta negativa.

La cena ci ridà energie fisiche e morali. Al cremoso passato di verdure seguono grosse bistecche impanate con patatine fritte ed una ricca insalata mista. L’idratazione non va sottovalutata e due boccali a testa di birra schiumosa danno il loro prezioso contributo in termini di liquidi e sali.
Nel ristorante si sta bene e ce la prendiamo comoda. Chiediamo informazioni sul prosieguo del cammino alla ragazza, mentre il marito si occupa di intrattenere i tedeschi esponendo loro le escursioni e le attività fattibili in zona. Infine concordiamo l’orario per la colazione di domani.

Fuori, calato il sole, la temperatura inizia a scendere, e cerchiamo di rimandare il più possibile l’ingresso in tenda, tuttavia quando questo avviene sono solo le nove di sera.
La stanchezza mi fa crollare velocemente in un un sonno profondo, ma ben presto freddo ed umidità prendono il sopravvento. Probabilmente anche la fatica ed il calore accumulati durante il giorno contribuiscono al mio disagio.
Sebbene sia dentro al sacco a pelo vestito con pantaloni lunghi, calze di lana ed indossi pure il guscio antivento, alle due e mezza mi sveglio dal freddo e di lì in avanti riuscirò a dormire ben poco. Il termometro portatile, piuttosto affidabile, indica che dentro alla tenda ci sono sette gradi.
Il mio sacco, leggero ed estivo, ha una temperatura di comfort di 12-15 gradi. In più le spalle doloranti per il peso dello zaino non mi consentono di trovare una posizione confortevole, anche perché non uso un materassino gonfiabile, ma semplicemente un tappetino di schiuma che ammortizza ben poco. L’umidità poi è palpabile, a dispetto di una tenda in materiale traspirante (Ferrino Bivy High Lab).
Vorrei assumere la posizione fetale per trattenere meglio il calore corporeo, ma le dimensioni ridotte del loculo in cui dormo non lo consentono. Si tratta infatti di un modello a tubo che scelsi per la sua leggerezza, ma adatto soprattutto a bivacchi di emergenza più che a trekking lunghi.
In assenza di reminiscenze militari, devo faticosamente prendere confidenza con “fianco destro-fianco sinistro”. Sono costretto ad alternare spesso la posizione per via delle spalle e della schiena doloranti. Dulcis in fundo, il cuscino gonfiabile si è bucato e devo utilizzare materiale di fortuna come guanciale.
Dopo aver messo la Piva nel sacco, ora sono io ad avere le pive nel sacco.


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Commento file: Il Balzani si rialza, salutato con fumogeni dalla curva dello Mratinje
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Commento file: Perchè non parli ? Il canestro di Mratinje
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Commento file: Vista della diga durante la risalita. Sui fianchi della montagna si vede la strada percorsa da Mratinje
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Commento file: La gola del Piva
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Commento file: arte rurale
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Commento file: mare d'erba
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23 Agosto 2017 – L’umida e buia spelonca

Alle sette scatta l’adunata: il sergente Balzani è assente: sta ispezionando e collaudando la latrina.
Ne esce pochi minuti più tardi, visibilmente provato ma vivo ed alleggerito. Il fante Parti saluta la bandiera ed il sole con una rigidità posturale ed un volto emaciato più consoni al suono del Silenzio.
La giornata di ieri e la nottata ci hanno segnati profondamente, ma siamo pronti a ripartire sebbene con una modifica al programma. Siccome siamo in vantaggio sulla tabella di marcia, decidiamo di concederci una giornata di scarico. Confortati dai consigli serali della ristoratrice, optiamo pertanto di spezzare in due quella che avrebbe dovuto essere la prossima tappa. La Nedajno-Zabliak di circa trentacinque chilometri si dimezza quindi nella Nedajno-Skrcko. Lì si trovano infatti un paio di laghi e dovrebbe esserci un rifugio aperto, sebbene su questo aspetto non ci siano certezze.

Il prato è imperlato da una densa rugiada quando il sole lo raggiunge facendo capolino da dietro alle montagne. Speriamo che riesca ad asciugare tende e sacchi a pelo, decisamente umidi.
Nel frattempo ci rechiamo a fare una ricca colazione e mentre saldiamo il conto (21 euro a testa per cena, colazione, posto tenda ed un ricco panino per il pranzo odierno) la ragazza del ristorante ci informa che in mattinata un signore farà in auto un bel pezzo della strada che ci aspetta. Siccome la Dinarica passerebbe comunque su asfalto decidiamo di cogliere al volo quest’occasione e ci godiamo un’oretta e mezza di relax, utile anche a fare asciugare i nostri materiali inumiditi
Alle nove e trenta una vecchia Volkswagen Golf arriva con un carico di patate e farina.
In una sorta di baratto la ragazza scambia quel carico con due escursionisti italiani e con i loro zaini.
Non possiamo fare a meno di notare lungo il tragitto i segnavia della Dinarica, rallegrandoci di esserci evitati circa sei chilometri di asfalto sebbene si passi in una zona piacevolmente boschiva ma ricca di ripidi strappi in salita ed in discesa.

Come concordato, il nostro improvvisato taxista ci lascia nei pressi del lago Susicko.
Qui si trova una fonte e l’ennesimo rifugio chiuso, il che ci fa temere una nuova notte in tenda.
Si procede per un’ora e mezza in falsopiano costeggiando il lago e poi addentrandosi in un bosco incantevole. Segue una meno piacevole arrampicata di circa un’ora in cui anche la foresta sembra trasformarsi, assumendo un aspetto meno rilassante e più ostile.
All’uscita dal bosco ci aspetta una mezz’oretta di saliscendi in ambiente meno ombreggiato che conduce al bel lago Skrcko, circondato da un anfiteatro di vette in stile dolomitico.
Lungo il cammino ci tengono compagnia numerose mucche al pascolo ed al bagno.
Alcune giovenche infatti si rinfrescano e si dissetano nello specchio d’acqua. Talvolta esercitando con disinvoltura consistenti pratiche fisiologiche.
Un ultimo strappo, nuovamente all’ombra del bosco e su comodo sterrato, ci conduce infine al rifugio giusto in tempo per l’ora di pranzo. Stranamente lo troviamo aperto, ma non effettua servizio di ristorazione. Poco male visto che abbiamo i panini di Nedajno.
Il rude ranger Radovan, il cui viso abbronzato e rugoso ricorda un vecchio scarpone in cuoio, ovviamente non parla inglese, ma ci si capisce ugualmente ed annuisce quando gli chiediamo aiutandoci a gesti se sia possibile pernottare. L’interno dell’edificio somiglia ad una spelonca: freddo, umido, buio e polveroso. Il bagno non esiste, in quanto la latrina in legno all’esterno è ridotta ad un cumulo di macerie buone solo per un falò. Evidentemente non è un caso che all’esterno ci siano alcune tende ma che nessuno si sia sistemato dentro al rifugio.

Oggi siamo i primi ad osare pernottare qui ed abbiamo l’imbarazzo della scelta su dove dormire.
Optiamo saggiamente la stanzetta al pian terreno, più vicina alla stufa e con soli tre posti letto. Nell’eventualità che arrivi qualche russatore molesto è meglio evitare la camerata al piano superiore. Inoltre raramente un escursionista da solo si avventura in questi percorsi e, nel caso, probabilmente preferirebbe la camerata per aumentare le possibilità di fare un po' di conversazione almeno a fine tappa. Scelti i letti, li occupiamo con i nostri sacchi a pelo, ormai perfettamente asciutti, mentre il terzo letto lo destiniamo ad ospitare gli zaini visto che il pavimento non è propriamente pulito.
A disposizione degli ospiti ci sono coperte spesse ed appesantite da uno strato di polvere il cui carotaggio potrebbe portare alla scoperta di forme di vita primitive. La stanza è esposta a Nord, quindi il sole non riesce a riscaldarla, ma apriamo comunque la finestra per cambiare un po’ l’aria stantia e quasi mefitica al suo interno.

Siccome fuori fa più caldo, complice una giornata estremamente soleggiata, decidiamo di pranzare sui tavolacci in legno accanto al rifugio. Azzanniamo con voracità i panini e ci dissetiamo da un rubinetto dalla portata molto limitata. E’ alimentato da un tubo di plastica che pesca l’acqua in un laghetto poco più a monte e che ora è quasi asciutto. L’anziano Radovan ci intima rudemente di usarne poca, ma per quanto potremo sforzarci ne utilizzeremo comunque più di quella che lui usa per lavarsi…in un mese. Per lavarci scendiamo al lago grande, quello utilizzato come bagno anche dalle mucche. Rispettiamo quindi religiosamente i precetti del ranger e contravveniamo alle regole della saggezza popolare da spiaggia, che impongono di non fare il bagno subito dopo aver mangiato.
La temperatura dell’acqua è gradevole sebbene si sia sui 1650 metri di altitudine, e ci immergiamo per un bagno veloce con insaponata altrettanto rapida. Meno rapida e gradevole è l’asciugatura in quanto siamo sulla sponda ombreggiata, inoltre per errore ho preso con me l’asciugamano più piccolo, di solito usato per viso e mani. Un venticello fastidioso si fa sentire sulla pelle bagnata.
Le mucche ignorano le nostre azioni e, visto il nostro nudo integrale, speriamo lo abbiano fatto anche alcuni sparuti bagnanti in lontananza che non avevamo notato in precedenza. Ci accorgiamo di loro quando un’avvenente ragazza passa nei nostri pressi durante una nuotata ben più lunga ed aggraziata della nostra. Noi intanto eravamo impegnati nella poco seducente posa della lavandaia per fare il bucato.

Complice il passaggio in auto e la brevità della tappa siamo arrivati a destinazione piuttosto presto. Man mano che il tempo passa notiamo il transito di altri escursionisti e quando rientriamo al rifugio le presenze sono notevolmente aumentate. Qualcuno ha pure osato seguire il nostro esempio ed ha scelto di pernottare al rifugio. Per la prima volta la Dinarica si rivela affollata.
Va segnalato che generalmente in Montenegro le strutture sono meglio organizzate ed il percorso è segnalato e mantenuto meglio. Probabilmente questi fattori sono determinanti per il successo del cammino in questo tratto. Si nota anche una maggiore attenzione alla pulizia ambientale, di certo superiore a quella corporale del ciclopico Radovan...
Steso il bucato al sole, seduti al tavolaccio studiamo i prossimi giorni di cammino e le possibili varianti. Nel frattempo osserviamo gli altri trekkers per indovinarne la provenienza. Anche il vivace Doc, meticcio di guardia al rifugio, sembra partecipare al gioco, scortando ed annusando i nuovi arrivati per poi tornare ad inseguire le mucche al pascolo.

Oltre ad alcuni escursionisti indigeni, i nordici sembrano essere la maggioranza ed il cacofonico accento germanico prende presto il sopravvento. Anche quella coppia mista sul prato sembra tedesca o forse danese. Lui biondissimo, quasi albino, lei mulatta dai capelli crespi e corvini, classico esempio della sempre più diffusa mescolanza razziale in Europa.
Quando però una mucca ruba il loro asciugamano e si mette a masticarlo, loro reagiscono cercando vanamente di strapparlo al ruminante. Alle risate per la scena comica abbinano improperi famigliari e dolcemente musicali, in un misto di spagnolo ed italiano. Lui pesarese e lei cubana.
Quando rassegnati lasciano il fiero pasto alla mucca, ci mettiamo a chiacchierare sui rispettivi cammini. Il biondo ci consiglia una utile applicazione per cellulari, che funziona anche offline e che mappa in modo abbastanza dettagliato anche i sentieri. Ci riproponiamo di scaricarla quando avremo accesso ad internet e la scelta si rivelerà utilissima negli ultimi giorni di cammino, non coperti dalle mappe scaricate sul GPS di Mirko.

Nel tardo pomeriggio rientriamo nella spelonca per sfruttare la stufa, con l’intento di farci un te ed una zuppa, utilizzando una delle buste di cibo liofilizzato che mi ero portato da casa.
Il tiraggio è pessimo e la stanza diventa presto un affumicatoio. Cerchiamo un recipiente dove preparare la pasta e fagioli nel mobile bar accanto al fuoco. Polvere ed unto la fanno da padroni ma un pentolino sembra più presentabile di altri ormai anneriti ed inutilizzabili.
Lo mettiamo sul piatto della stufa ormai rovente, accanto al mio gamellino in alluminio per il te e ad alcune fette di pane ammuffito che ci erano rimaste nello zaino. Puzziamo come saraceni assediati, ed il cibo è abbastanza disgustoso, però se non altro la cena è servita.
Tocca ora ai nostri compatrioti atipici utilizzare il focolare, ma mentre il biondo attizza il fuoco e cerca di ricaricare la stufa, entra in scena Radovan che con occhi di bragia si lamenta per il fumo.
Meglio non sfidare l’ira funesta di questo scontroso Efesto slavo. Mirko saggiamente attribuisce la colpa a loro, allargando le braccia in un gesto di impotenza, come a dire “glielo avevo detto”.

Evitato l’incidente diplomatico e consumata la cena, noi calda, loro fredda, proseguiamo a conversare con la coppia, mentre altri escursionisti continuano ad arrivare. In breve il rifugio esaurisce i posti, altri si accampano nelle vicinanze. Ovviamente al crescere dell’utilizzo il rubinetto smette di erogare acqua ma con grande pazienza e difficoltà riusciamo ad accaparrarcene abbastanza per lavare le stoviglie utilizzate. E’ quasi l’imbrunire quando arriva una ragazza slanciata e solitaria. Parla russo e ci chiede dove è il lago superiore. Non ci siamo stati ma sappiamo la direzione. Incomincia a fare freddo ma lei sembra non accorgersene sebbene indossi solo degli shorts ed una maglietta a maniche corte. Sarà accaldata per la salita, pensiamo ingenuamente. No, è che proprio non sente freddo come scopriremo poco più tardi.

Ormai è quasi buio pesto quando passa con un gruppo di amiche, di cui ignoravamo l’esistenza, accampate al laghetto superiore. Speriamo non lo abbiano utilizzato come bagno, visto che abbiamo bevuto ed utilizzato quell’acqua per cucinare.
Il gruppo scende allegramente verso il lago inferiore per un rilassante bagno notturno. Io avvolto nel guscio ho invece brividi di freddo, tanto che poco dopo devo abbandonare la compagnia, in preda a convulsioni intestinali. Probabilmente non mi sono ancora ripreso completamente dalla nottata infernale in quel di Nedajno. La condizione fisica precaria mi impedisce di godere a lungo della stellata più bella che abbia mai visto in vita mia, con la via lattea visibile ad occhio nudo.
Lascio Mirko con la coppia ad ammirare e fotografare il cielo e me ne torno in camera.
Ho freddo e decido di utilizzare anche le coperte oltre al sacco a pelo. Nonostante questo ci metterò un po’ a prendere sonno e durante la notte dovrò nuovamente uscire, al buio, per andare in bagno, sotto un cielo di stelle e lo sguardo vigile di alcune mucche incuriosite dalla mia presenza.
Doc scodinzola e viene a controllare cosa faccio. Dà un’annusata e poi si allontana, abbaiando al cielo o forse a qualche movimento impercettibile nel bosco.


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Commento file: splendido anfiteatro
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Commento file: vacca al bagno
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Commento file: bagnante
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Commento file: la buia spelonca
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: ven mar 19, 2021 5:58 
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Quotazerino

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24 Agosto 2017 – Zeta di Zozzo, ma anche di Zarko, Zabljak, Zlatnibor...

Io e Doc ci rivediamo intorno alle sei, sempre per lo stesso motivo.
Quando rientro anche il Balzani è già sveglio, così ci prepariamo e mangiamo qualcosa per colazione. Pure Radovan è già operativo ed ha acceso la stufa che però magicamente fa poco fumo, addomesticata dal signore del fuoco. Sta preparando una zuppa e noi ne approfittiamo per farci del te caldo da accompagnare a biscotti, frutta secca e miele. Dopo la sfuriata di ieri non avremmo mai osato sfidare la sua collera cercando di accendere il fuoco di nostra iniziativa. Ritorniamo in stanza per verificare di non aver lasciato qualcosa e per sistemare i sacchi a pelo dentro agli zaini.
E’ il momento di pagare Radovan. Sei euro a testa che annota su un minuscolo e malconcio quadernino annerito dalle sue dita. Zorro firmava le sue gesta con la “Z”, Zozzo con le sue impronte digitali. Il primo feriva con la spada, il secondo con l’ascella. Ci rilascia anche un talloncino che attesta il pagamento per l’ingresso nel Parco Nazionale del Durmitor. Gli altri escursionisti, come per assonanza con il nome del parco, dormono ancora tutti profondamente. Da sopra giunge anche un sonoro russare che ci fa apprezzare la nostra strategica scelta dei letti.

Usciti dalla buia spelonca diamo le ultime carezze al vivace Doc. Sta mangiando una frugale zuppa, direttamente dentro alla pentola che avevamo utilizzato ieri e che poco prima avevo visto sul fuoco, convinto che fosse per la colazione del ranger.
Per un breve tratto ritorniamo sui passi finali di ieri, ma in direzione contraria, verso il lago Skrcko. Non ci sono tracce di russe ibernate ed aggirato lo specchio d’acqua possiamo iniziare la salita verso il Monte Planinica. Un’arrampicata di circa seicento metri di dislivello in meno di due chilometri. Siamo a 1700 metri, all’ombra e l’aria del mattino è ancora frizzante, tanto che sebbene sia in pantaloncini, indosso un leggero berretto in lana che utilizzo solitamente per le corsette invernali nei boschi. Mano a mano che saliamo la fatica e la voglia di ammirare il paesaggio ci consigliano alcune soste. La salita è veramente dura, ma siamo ripagati dalla vista della conca, con l’oblungo lago Skrcko contornato da boschi, ed alla nostra sinistra il Bobotov Kuk.
Con i suoi 2523 metri, per solo una dozzina di metri non è il monte più alto del Montengro.
Il fondo oltre che molto ripido è a tratti estremamente sdrucciolevole e tutto sommato ci riteniamo fortunati ad affrontare questo sentiero in salita. Affrontarlo in discesa gravati da pesanti zaini, magari in una giornata piovosa, potrebbe presentare notevoli problemi di aderenza e di pericolo, sebbene non ci siano punti particolarmente esposti.

Quando arriviamo ai 2300 metri del valico soffia un vento forte che ci impone di indossare i giubbini antivento, ma che non ci impedisce di effettuare una lunga sosta.
Mentre rifiatiamo e ci dissetiamo ammiriamo il paesaggio. Si vede anche il laghetto delle russe ma non notiamo alcuna tenda nei suoi pressi e pensiamo di aver forse avuto allucinazioni ieri sera.
Le pareti dei monti qui sono ripide, rocciose e con conche cariche di detriti pietrosi.
Di fronte a noi, sul prosieguo del cammino si presentano invece spazi ben più ampi, con lo sguardo che arriva fino all’orizzonte, cime più arrotondate ed un paesaggio più verde ed antropizzato.
Oggi la coppia conosciuta al rifugio salirà al valico per una breve escursione. Sapendo che Ani la cubana ne è ghiotta, prima di ripartire Mirko decide di lasciare un pezzo di cioccolata con un biglietto di saluti. Li appoggia su una delle pietre che sorreggono il paletto che indica il passo, l’altitudine e la distanza con il Crno Jezero verso cui siamo diretti. Chissà se la avranno trovata o se qualcuno se la sarà pappata prima di loro.

Iniziamo quindi la discesa verso valle, dapprima in ambiente spoglio, ripido e ventoso, poi su sentieri sempre più larghi fino a diventare autentiche carrabili dentro al bosco. Ancora il Lago Nero non è visibile ma già si percepisce la vicinanza alla civiltà. Si incomincia a scorgere qualche rifiuto e di tanto in tanto si incontrano escursionisti di breve raggio, probabilmente di base a Zabljak, che effettuano brevi escursioni giornaliere nel Parco del Durmitor.
Il lago Nero è veramente un gioiello: un topazio incastonato tra boschi verde smeraldo. Non ci sorprende che qui i bagnanti o chi cerca semplicemente relax nel verde, superino di gran lunga il numero degli escursionisti. Inevitabilmente nelle aree più vicine ai punti di accesso in auto, aumentano la confusione, il rumore e la sporcizia. Complessivamente però non posso che confermare le belle sensazioni che ebbi quando visitai questo luogo anni prima, con un’escursione organizzata dall’ostello in cui soggiornavo a Kotor, sulla costiera adriatica.

La tentazione di concederci un bagno è forte, ma è quasi mezzogiorno e dobbiamo ancora trovare un posto dove dormire a Zabljak. La cittadina è fortemente turistica e le soluzioni non dovrebbero mancare, ma preferiamo affrettare il passo per trovare una sistemazione. Il bagno lo faremo forse nel pomeriggio. Seguiamo la trafficata strada asfaltata che dal lago in alcuni chilometri porta in centro. L’ultimo tratto è piuttosto ripido, ma ormai siamo lanciati verso il traguardo.
Facciamo sosta in un bar per una corroborante birra fresca e nel frattempo, sfruttando il wifi, cerchiamo un posto in cui passare la notte. Scelto quello di nostro gradimento, ci rechiamo all’indirizzo indicato, ma una volta lì il titolare ci rimbalza. Sostiene che ci sia un errore e che la camera sia già occupata. Ci sarebbe una matrimoniale libera, ma convinti di trovare alternative preferiamo cercare altrove una stanza con letti separati.
Essendo ora senza accesso ad internet torniamo all’antico, vale a dire che, come un tempo, giriamo per le vie del borgo adocchiando cartelli “sobi-zimmer” che indichino la disponibilità di stanze.

Disperati? Nada de nada. Al secondo tentativo abbiamo successo.
Come nella canzone anni ottanta dell’omonima cantante toscana appare un “angelic” caduto dal cielo. Non si tratta di una visione celestiale in quanto sembra il sosia balcanico ed incanutito del giornalista Pierluigi Pardo. La sua comparsa sembra però quasi un dono della provvidenza. Inoltre proprio così suona il cognome, Andjelic, di quell’omone piuttosto pingue che sta pranzando in giardino, all’ombra di uno chalet bianco a tre piani. Quasi ci dispiace disturbarlo, ma al contrario lui è felice di vederci. Alla mia richiesta se ha camere disponibili, sorride e ci chiede se vogliamo un po’ di pesce alla griglia con patate. Non capisco se ci stia prendendo per i fondelli o se sia davvero un tipo rilassato e gentile. Forse la mia espressione tradisce questa sensazione, così per tranquillizzarci ci dice di si, ma prima avrebbe piacere di fare quattro chiacchiere. Probabilmente il nostro look da escursionisti ad ampio raggio lo ha incuriosito.
Il pesce lo avremmo divorato ma più che altro per dignità rifiutiamo la sua proposta, tuttavia in breve ci troviamo a parlottare di fronte a te e biscotti gentilmente offertici.
Zarko, questo il suo nome, dimostra una buona conoscenza dei sentieri e ci da alcune dritte e suggerimenti, anche su eventuali varianti e su mezzi di trasporto pubblico alternativi al cammino.
Parla un buon inglese ed alcune parole di italiano, per cui la comunicazione è chiara e comprensibile, e spazia anche ai suoi interessi. E’ appassionato di moto e fotografia ed in periodi di bassa stagione chiude la guesthouse per concedersi lunghi avventurosi viaggi su due ruote.
Proprio ora sta studiando la prossima possibile destinazione: la Georgia. Il fatto che io sia già stato in quell’angolo di Caucaso e possa dargli consigli mi fa guadagnare punti di stima.
Il suo nome, abbinato alla somiglianza con il giornalista sportivo, danno facilmente luogo alla creazione di un essere mitologico: il mansueto Zarkopardo albino, ritenuto ingiustamente estinto.

Parlando e parlando il tempo passa, ormai è quasi metà pomeriggio, per raggiungere il lago dovremmo fare circa dieci chilometri tra andata e ritorno, per cui rinunciamo all’idea. Ci limitiamo a fare il bucato ed una doccia rigenerante prima di esplorare il centro di Zabljak.
Non c’è moltissimo da fare e da vedere, ma la cittadina, a forte vocazione turistica, ha comunque il suo fascino montano e le compagnie che offrono escursioni, noleggio bici o servizio rafting vanno per la maggiore. Noi la nostra avventura la stiamo già vivendo e non utilizzeremo tali servizi.
Approfittiamo però del supermercato per fare la solita spesa di sopravvivenza per i prossimi giorni.
Per le strade si incontrano tante famiglie giovani e sportive, spesso con figli al seguito. Indubbiamente sembra un luogo molto indicato per vacanze all’insegna della natura, del relax e perché no di qualche sport estremo, praticabile soprattutto nella gola del fiume Tara.
Quando rientriamo in camera è quasi ora di cena, così chiediamo consigli a Zarko su dove andare e quali siano le specialità locali. Sembra uno che la sa lunga e seguiamo ciecamente il suo consiglio.

Il ristorante-hotel Zlatni bor non è proprio comodissimo da raggiungere. Bisogna allontanarsi dal centro del paese e poi percorrere una strada asfaltata piuttosto buia e trafficata, ma la camminata dovrebbe stimolare l’appetito all’andata e la digestione al ritorno. Il locale, in stile rustico montano con abbondanza di legno, è proprio sulla strada. Sembra piuttosto informale ed affollato di gente del posto e la cosa ci garba. La TV trasmette una partita della Stella Rossa, impegnata nei preliminari di Champions League, seguita con attenzione da buona parte dei clienti.
Il menu è anche in inglese, ma sappiamo già quale sarà il piatto forte grazie ai consigli di Zarko: la janjetina con patate, a cui abbiniamo una corroborante zuppa di pollo.
Ovviamente per la birra la scelta ricade sulla montenegrina Niksic. La zuppa di pollo non ha bisogno di presentazioni, la janjetina forse si. Si tratta di agnello cotto allo spiedo. E’ molto gustoso, con la crosticina croccante in superficie e la carne tenera che si scioglie in bocca. E’ ovviamente la specialità del ristorante, che sembra piuttosto famoso nella realizzazione di questa ricetta.

Lungo la via del ritorno il traffico fortunatamente è particolarmente ridotto, ma essendo oramai buio pesto preferiamo camminare contromano, come due buoni lupetti degli scout.
A metà tragitto Mirko mi chiede di accelerare il passo perché sente dei movimenti sinistri a livello addominale. Per un attimo si valuta anche l’opportunità di ricorrere ad un cespuglio, ma ovviamente non ce ne sono. La crisi tuttavia non sembra così tragica ed irrefrenabile, per cui con calma riusciamo a rientrare in guesthouse e berci un bicchierino di rakija offertaci, come digestivo e coadiuvante del sonno, dal simpatico Zarko.
Siccome l’idea sarebbe di partire di buona mattina ed il nostro ospite non sembra incline a sveglie antelucane, decidiamo di pagare ora i 22 euro per la stanza, prima di congedarci con una serie di salamelecchi slavi: tanti hvala, laku noc ed un maldestro dasvidaniya di derivazione russa ma non utilizzato nei Balcani.


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Commento file: il lago skrcko, il rifugio, il laghetto delle russe fantasma...
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Commento file: la dura salita dal lago skrcko
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Commento file: il valico ed il cammino davanti a noi
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Commento file: alcuni dei pochi animali selvatici incontrati durante il cammino
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Commento file: L'arrivo al crno jezero
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun mar 29, 2021 12:48 
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Quotazerino

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25 Agosto 2017 - Chicago

La seduta è sciolta, mi ritiro per deliberare” con queste parole il giudice Santi Licheri era solito chiudere il dibattimento a Forum. Con lo stesso tono di voce, quasi afono ed affaticato, e con parole simili mi saluta Mirko appena mi sveglio. Ha già deliberato molto e continuerà a farlo, congestionando il bagno della guesthouse quasi più delle aule dei tribunali italiani.
Io d’altro canto ho un po’ di mal di gola, non ci resta quindi che rinunciare a partire.
Scendiamo a fare colazione più tardi del previsto. Zarko è già sveglio e gli chiediamo se possiamo fermarci una notte in più. Non ci sono problemi per quanto riguarda la stanza, ma il Balzani continua ad averne molti. Non fa in tempo a finire colazione che deve correre in ritirata.
I due imodium già presi si rivelano inefficaci, così Zarko suggerisce di provare con la rakija.
Accogliamo con un sorriso la sua proposta, ma preferiamo andare in farmacia. Anzi, io vado in farmacia perché il mio socio è come agli arresti domiciliari e non si può allontanare da casa.
Siamo nella montuosa Zabljak e non nella ventosa Chicago, ma in breve Mirko diventa famigerato tra gli occupanti della casa con l’accusa di appropriazione indebita di toilette e lo pseudonimo di Al Capone, o forse la consonante centrale era un’altra lettera, diciamo una gutturale.
Torno con fermenti lattici, alcuni limoni e con il consiglio di bere molto per evitare la disidratazione. Nel frattempo ho preso un po’ di street food per il mio pranzo. Il caro vecchio burek al formaggio qui però non raggiunge le vette soavi toccate in Bosnia.
Mirko ha pranzato con un po’ di riso in bianco preparato da Zarko in versione mamma chioccia.
Passiamo buona parte del pomeriggio in sua compagnia, chiacchierando del più e del meno ma soprattutto cercando informazioni dettagliate su mezzi di trasporto pubblico che possano portarci avanti nel cammino e consentirci un agevole ritorno sulla via Dinarica. E’ chiaro infatti che anche domani difficilmente saremo in grado di proseguire a piedi.

Non sembrano esserci molte alternative, a meno di non affidarsi all’autostop.
Le possibilità di essere caricati sono però troppo basse per due uomini di mezza età in abiti dimessi e con zaini grandi come monolocali sulle spalle. Siamo simili ad enormi lumache, anche nella velocità, e talvolta sbaviamo pure. Conoscendo gli autisti slavi, non vorremmo finire in guazzetto avanzando a lungo su asfalto, in attesa di un improbabile passaggio.
Confrontando la cartina della regione con il percorso della Dinarica, e considerando le linee di trasporto pubblico la soluzione migliore appare quella di raggiungere Kolasin, altro centro turistico montano piuttosto rinomato e poi da lì riagganciarsi in qualche modo al nostro percorso.
Spiace perdersi alcune tappe montenegrine, visto che qui il percorso è più curato e segnato meglio.
Ci si potrebbe fermare prima, a Mojkovac, paesone di fondovalle in cui transitano gli autobus e ci sono alcune strutture ricettive. La Dinarica passa proprio di lì per cui da un punto di vista puramente logistico sarebbe la soluzione perfetta. Da Zabljak, secondo la tabella di marcia prefissata, avremmo dovuto giungervi in due giorni, sessantadue chilometri di cammino.
Nel mezzo ci avrebbe aspettato però una tappa poco antropizzata piuttosto dura e con poche possibilità di approvvigionamento idrico fino al posto tappa, in tenda al lago Zabojsko.
Preferiamo però andare oltre con i mezzi pubblici e fermarci alla cittadina successiva, sebbene così facendo ci si allontani dal percorso della Dinarica.
La scelta tiene conto del fatto che le condizioni fisiche di Mirko non garantiscono una ripresa immediata ed a passo spedito del cammino, inoltre Kolasin sembra più interessante ed ospitale.
Lo Zarkopardo approva la scelta e così anche un mio caro amico che ha casa in Montenegro e che spesso visita quella cittadina di montagna. Era lì proprio pochi giorni fa e mi segnala anche alcuni ristoranti e specialità locali. Peccato solo che non ci si riuscirà a vedere visto che è appena ritornato sulla costa ed in un paio di giorni rientrerà in Italia. Avremmo forse anche potuto scroccare un passaggio in auto per raccordarci al tracciato e riprendere il cammino.

Il Balzani sembra in leggero miglioramento, ma è ancora sottoposto ai domiciliari, per cui a metà pomeriggio ci separiamo e vado a fare un giro per Zabljak vagabondando senza meta se non quella di fare una frugale e leggera merenda a base di frutta e te freddo.
Al rientro in guesthouse sono accolto da insolite sonorità africane. In mia assenza, Andjelic e Balzani hanno avuto modo di chiacchierare. Dalla passione di entrambi per il deserto, sono passati agli interessi musicali ed ora Zarko muove ritmicamente la bianca e folta chioma leonina assecondando il ritmo imposto da Bombino, l’Hendrix del Tenere. Collegare l’ipod di Mirko alle potenti casse bluetooth dell’ospitante è stato un attimo, così come in un attimo sono volate un paio di ore a parlare di viaggi, musica ed enogastronomia.

Il mio socio ha ripreso colore e l’occhio è meno spento. Perfino la voce sembra essere tornata normale. Se la sente di provare la fuga e decide così di evadere dagli arresti per cercare un bar o un ristorante dove mangiare un boccone. La fuga è agevolata dal fatto che lo Zarkopardo è uscito per delle commissioni, abbandonando il suo ruolo di custode/carceriere. A dispetto della simpatia reciproca instauratasi, Mirko non è vittima della sindrome di Stoccolma. Anzi si è convinto che la colpa del suo malessere sia imputabile al piatto consigliatoci ieri, cosa che mi sento di escludere in quanto abbiamo mangiato e bevuto esattamente le stesse cose. Penso invece che il nostro fisico sia un po’ stanco per lo stress fisico. Ore di cammino al caldo e sotto il sole, notti in tenda o in bivacco al freddo, ma soprattutto la giornata al rifugio del lago Skrcko. Abbiamo bevuto acqua sospetta, mangiato pane ammuffito e zuppa preparata nella scodella del cane. In realtà io sono stato il primo ad accusare problemi fisici, fin dalla sera e durante la notte nel rifugio-spelonca, ma per fortuna mi sono subito ripreso. Il mio compagno di avventura sembra invece che stia pagando in ritardo il conto, con interessi a tassi usurari.

Con scelta poco razionale optiamo per una pizzeria dove ordiniamo entrambi una capricciosa con birra. Il ristorante Lupo d’argento è piuttosto affollato ma il servizio è veloce. Il cibo è anche abbastanza buono, oltre che economico, ma facciamo appena in tempo a rientrare in ostello che la convocazione per la riunione di gabinetto si fa urgente ed improrogabile.
Canticchiando “sweet home Chicago” Mirko si congeda e si eclissa senza avere però il passo dinoccolato dei Blues Brothers.
Io resto all’esterno della guesthouse a chiacchierare con Zarko e due ragazzi olandesi appena arrivati in struttura. Sono molto più giovani di noi e restano affascinati dal percorso che stiamo compiendo ma decisamente refrattari all’idea di poterlo affrontare anche loro. Accennano poco convinti all’eventualità di poter effettuare un giorno il Cammino di Santiago, più per moda e spirito di emulazione che per convinzione o fede religiosa.
Il gap generazionale si fa sentire, la conversazione perde di intensità e dopo un po’ i giovani se ne vanno per i fatti loro mentre io resto in compagnia del nostro anfitrione che mi offre una birra.
Ci spostiamo all’interno della casa ed anche grazie all’ausilio del suo computer ci scambiamo informazioni utili. Io gliene fornisco sulla Georgia, consigliandogli soprattutto di visitare lo Svaneti, lui per contro mi istruisce a dovere sugli spostamenti di domani (servirà un cambio di autobus) e sulle specialità culinarie di Kolasin. Su questo argomento mi dimostro già ferrato grazie alle informazioni del mio ex compagno di liceo.
Annunciato da uno scrosciare d’acqua e da un passo trascinato appare anche il fantasma del Balzani. Per una volta sembra lui il ligure di montagna che non ride mai.
Mentre noi proseguiamo a birra, lui chiede una limonata calda e quando finisce di berla ci ritiriamo in camera. Speriamo che le deliberazioni siano terminate.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
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26 Agosto 2017 – Pericolo slavine

“Anche ieri notte ci hai dato dentro” più o meno con queste parole, dette con tono ironico ed espressione del viso scherzosa, il buon Zarko accoglie Mirko a colazione.
In realtà a darci dentro sono stato io...e, reo confesso, chiedo scusa...il problema non è tanto che durante la notte io abbia usato il bagno, quanto piuttosto che siccome mancava l’acqua non ho potuto utilizzare lo sciacquone e non avendo trovato secchi o boccioni pieni da usare alla bisogna, ho lasciato una traccia inequivocabile del mio passaggio.
Superato questo momento di imbarazzo, speriamo che la fase scatologica sia conclusa perché oggi ci attende un lungo trasferimento su mezzi pubblici.
La partenza del bus per Plelja è prevista alle ore undici. Abbiamo tre ore a disposizione per fare colazione, rilassarci, preparare i bagagli ed andare in bagno qualora fosse necessario…

Te caldo, brioches, marmellata e miele la solita colazione dei campioni.
Patè, salumi e formaggini la solita spesa dei barboni.
Di fronte ad un'ultima tazza di te, Andjelic ci da ancora istruzioni sul trasferimento a Kolasin.
Nel frattempo riemergono dal sonno anche gli olandesi, ma la loro presenza risulta ectoplasmatica e la conversazione rimane circoscritta a noi tre anziani.
Tre barbari barbuti, accompagnati da sottofondo di musica berbera.
La stazione dei bus è appena dietro all’angolo e prima di fare spesa abbiamo verificato l’orario di partenza, confermato. Non resta che passare ai saluti e venire soffocati negli abbracci dalle possenti zampe dello Zarkopardo albino, creatura tanto massiccia quanto mansueta e giocherellona.

Il bus è mezzo pieno e, per due euro ,in trenta minuti ci porta nei pressi del famosissimo ponte sul fiume Tara. Ci eravamo premurati di avvisare l’autista di fermarsi, ma non siamo i soli a dover scendere. Il ponte infatti è una delle principali attrazioni in zona: sia per la sua imponente struttura ma soprattutto per il selvaggio e profondo canyon che hanno trasformato una seppur ammirevole opera architettonica in un luogo turistico ed anche troppo caotico ed affollato.
Per fortuna dopo giorni sui monti nella solitudine, abbiamo avuto modo di famigliarizzare con la società nei due giorni trascorsi a Zabljak, cittadina tutt’altro che mondana ma abbastanza vivace, altrimenti lo shock sarebbe stato davvero notevole e difficile da sopportare.
La possibilità di praticare sport estremi attira qui centinaia di giovani. Venditori di souvenir e servizi sgomitano per accaparrarsi clienti. Si può scegliere il brivido della zip line o la frescura del rafting.
Purtroppo non è più possibile saltare con il bungee jumping fin dal 2011. Ammirare i coraggiosi voli di centocinquanta metri, fino a sfiorare le acque del Tara, era un’attrazione irresistibile per gli automobilisti di passaggio e si venivano a creare situazioni di congestionamento del traffico.
Il ponte Djurgevica è lungo trecentosessantacinque metri e nel punto più alto si trova a centosettantadue metri dal suolo, cosa che gli ha assegnato il titolo di ponte ad archi più alto d’Europa. L’arco principale, quello sopra al corso del fiume è lungo centosedici metri.
Oltre ad essere imponente ha anche una storia affascinante. Costruito prima della seconda guerra mondiale, era destinato ad essere distrutto dai partigiani per bloccare gli spostamenti delle truppe dell’asse. Fortunatamente all’azione partecipò un ingegnere che aveva contribuito alla costruzione e che conosceva ogni segreto della struttura. Riuscirono così a limitare l’esplosione ad una sola arcata, il che rese possibile ripristinare l’attraversamento, a conflitto concluso.
Perfino il nome è curioso: Djurgevic, a cui il ponte venne intitolato non era un politico, un eroe, né uno sportivo od un artista famoso, ma semplicemente un contadino che possedeva delle terre nel punto di attacco del ponte.
Intorno a questo gioiello di ingegneria si estende la verdeggiante gola del fiume Tara. Si tratta del canyon più profondo d’Europa e nel Mondo è secondo solo al Gran Canyon.

Tutte queste caratteristiche di pregio e la facilità a raggiungerlo in auto o con i mezzi pubblici lo hanno trasformato in una sorta di caotico e chiassoso parco dei divertimenti e noi non apprezziamo particolarmente. Mirko poi è ancora debilitato e piuttosto giù di morale.
Ovviamente non può mancare un ristorante a strapiombo sul fiume, con specialità alla griglia e musica ad alto volume. La stretta stradina in cui dobbiamo aspettare il minibus per Kolasin è resa ancora più angusta da una sfilata di chioschi e relativi possibili acquirenti che restringono ulteriormente la carreggiata. Bovinamente anche io sacrifico un paio di euro all’altare del consumismo, acquistando un magnete per un amico che li colleziona.
Se non altro non chiedono ancora il pagamento di un biglietto per accedere al ponte. Così decidiamo di attraversarlo a piedi, anche per ammazzare il tempo ed allontanarci dal caos.
La vista dal punto più alto toglie veramente il fiato e non avrei mai osato cimentarmi nel bungee jumping, ma anche il brivido della zipline sarebbe forse troppo per i miei gusti.
Il rafting lo abbiamo già praticato nella Neretva e poi qui ci sono talmente tanti gommoni che sembra di essere bloccati nel traffico di una tangenziale metropolitana.
Mi limito a gettare una monetina in una zona non congestionata dal traffico fluviale.
E’ una tradizione che mi ha trasmesso la mia fidanzata, ora moglie, per esprimere un desiderio ed augurarsi di tornare in quel luogo.
I Fifty cents sono ben meno massicci dell’omonimo rapper, spariscono ben presto dalla mia vista e si inabissano nel canyon per infine raggiungere chissà che cosa. Spero non la testa di uno dei rafter, che va detto, sono comunque dotati di caschetto di protezione.

La fila in attesa del minibus è piuttosto lunga, appare evidente che qualcuno resterà a piedi o nella migliore delle ipotesi dovrà viaggiare in piedi. Io ed il Balzani ci prepariamo a sgomitare ed a far valere la nostra anzianità con i giovinastri di ogni razza ed etnia che arrivano dopo di noi, probabilmente reduci dalla zipline.
Mirko potrebbe anche ricorrere a magia nera o armi chimiche non convenzionali, ma non ce ne è bisogno. Paghiamo il biglietto (sei euro) ed alle tredici partiamo. Siamo riusciti a sistemare i nostri zaini nel minuscolo bagagliaio, ma come previsto non tutti si sono potuti sedere.
La strada è stretta e tutta curve, l’autista guida come un indemoniato, tra stridore di gomme e frenate al limite. Nessuno a bordo vomita, forse perché ormai abbiamo gli organi interni sottosopra e la colazione non trova la via d'uscita.
Io, già rodato da centinaia di chilometri in marshrutki caucasiche, riesco pure ad addormentarmi per qualche istante, complice una temperatura quasi africana e soffocante all’interno del mezzo.
Mirko invece non può concedersi distrazioni. Un po’ perché il suo stomaco già provato da due giornate di sconquassi viene ulteriormente minato dal folle incedere del criminale al volante, ma soprattutto perché si trova in una scomoda posizione a rischio slavina. La strabordante ragazza in piedi accanto a lui sembra la classica nordeuropea albina ustionata dal sole del mediterraneo e lascia cadere gocce di sudore grosse come pere madernassa. Con galanteria di altri tempi ci siamo guardati bene dal cederle i posti, visto che probabilmente li avrebbe occupati entrambi, ed ora come in una pena del contrappasso da girone dantesco, ad ogni curva oscilla pericolosamente ed incombe su di noi. Quando lo scriteriato affronta una doppia curva ad esse, a scorrerci davanti agli occhi sono vari frammenti della nostra vita, ma anche la slavina che agitata come uno shaker sembra provenire da più direzioni. Per fortuna la forza centrifuga è dalla nostra parte e la tipa parte per la tangente in direzione opposta alla nostra, franando su un gracile turista asiatico e sulla sua attrezzatura fotografica da un milione di dollari. Ringraziamo con un inchino il prode samurai per essersi immolato al nostro posto. Ad avvisare la famiglia con molto tatto provvederà la Nikon, inviando solleciti di pagamento per le rate mancanti del teleobiettivo.
Dopo questi secondi di terrore, la strada fortunatamente diventa meno tortuosa e la ragazza trova finalmente posto a sedere, quando un po’ di gente scende ad una fermata intermedia.
Alle tredici e quarantacinque facciamo infatti sosta a Mojkovac e da un primo sguardo direi che la scelta di non fermarci qui è stata vincente. Sembra un classico paesone polveroso di fondo valle con alcuni servizi essenziali ma ben poco altro da offrire. Vi fossimo giunti a piedi, una pausa qui sarebbe stata inevitabile e benedetta, ma con il bus meglio allontanarsi dalla Dinarica e proseguire per Kolasin, dove arriviamo poco dopo le quattordici e trenta.

Sulla piazza principale del paese si trova l’ufficio turistico, ma a quest’ora è chiuso e così andiamo immediatamente alla ricerca della guesthouse prenotata. Il titolare, Budo o almeno così mi pare di aver capito, è un signore anziano. Molto gentilmente ci accoglie nel patio offrendoci acqua fresca e “domace rakija” vale a dire rakija fatta in casa. Per evitare che si offenda, anche Mirko ne beve una sorsata, mentre io posso concedermi anche un bis. Ci illustra le possibili attività nei dintorni e ci regala una cartina di Kolasin con evidenziati i punti di interesse, negozi e ristoranti inclusi.
Parla un buon francese, decisamente migliore del nostro, e più o meno riusciamo a capirci.
La stanza è più che dignitosa per il prezzo concordato (18 euro a notte per la camera), e visti i precedenti è molto positivo che ci siano la cucina ad uso comune ma soprattutto il bagno in camera.
C’è anche un grazioso terrazzino con travi in legno che offre una rilassante vista sul giardino e sui dintorni. Dintorni che dopo pochi minuti usciamo ad esplorare.

Questo centro montano posto in una conca a circa mille metri di altitudine è circondato di monti e foreste ed offre passatempi che spaziano da sci e ciaspole in inverno alle escursioni in estate.
Al di là della piazzetta principale e di un paio di vie dove si concentrano locali, ristoranti e negozi, è però un paesone più che altro residenziale, di seconde case dallo stile quasi mitteleuropeo.
Facciamo spesa e poi sosta al centro informazioni per reperire ulteriori informazioni su cosa fare l’indomani. La signora dell’ufficio è molto gentile ed ha due figlie che studiano in Italia.
L’idea sarebbe quella di noleggiare una bici e visitare il parco nazionale Biogradska. Vedremo.

Nel cucinino prepariamo abbondante riso in bianco che accompagniamo a formaggi locali e a gustose fette di prsut, come chiamano l’ottimo prosciutto crudo prodotto in loco.
Poi esco da solo per fare quattro passi in paese e mangiare qualcosa di dolce.
Come già era parso evidente nel pomeriggio la maggior parte delle vie sono residenziali, e fuori dalle due vie dello struscio, le altre vie centrali sono vivacizzate solo da qualche minimarket, ristoranti e punti scommesse. Noto però la presenza di alcune forme di arte moderna: un paio di statue lignee e diversi disegni dal messaggio riflessivo o ironico. C’è anche un piccolo parco ma trovandoci nel cuore di una delle ultime foreste vergini d’Europa credo che sia meglio allontanarsi dal centro del paese per innamorarsi della natura circostante.
Meglio lasciare il parchetto ai bambini ed agli over-sessanta che sembrano le uniche forme di vita serale presenti in quest’angolo di Montenegro.
Dopo un’oretta a zonzo, addolcita da una brioche ed una bibita, rientro in albergo.
Mirko non è in stanza, ma non occorre molta fantasia per capire che tanto per cambiare è in bagno…


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom apr 04, 2021 21:34 
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Sempre bello e divertente il tuo racconto ! : Thumbup :

Grande BOMBINO ! :uahuah:

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...........non seguitemi, mi sono perso anch'io !


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
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Quotazerino

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psiconauta ha scritto:
Sempre bello e divertente il tuo racconto ! : Thumbup :

Grande BOMBINO ! :uahuah:


Sono contento che sebbene decisamente lungo il racconto risulti gradevole.
Probabilmente la scelta di pubblicarlo a puntate lo rende più leggibile, oltre a darmi la possibilità di avanzare gradualmente con la narrazione.
Ormai siamo quasi al termine del cammino, ma (spoiler) alcune delle ultime tappe saranno dense di aneddoti e curiosità...

Bombino è una chicca per pochi : Thumbup :


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom apr 11, 2021 7:06 
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27 Agosto 2017 – Cancelli e salti di catena

Oggi ci aspetta una giornata di relax, o almeno così pensiamo. Pertanto ci svegliamo più tardi del solito e con calma facciamo colazione. Prima di uscire per una passeggiata in centro, diamo mandato a Budo di organizzarci un trasferimento in taxi sulla strada per Andrijevica, nei pressi del Katun Stavna che sembra essere il punto più logico in cui riagganciarci alla Via Dinarica.
E’ spiacevole cancellare un paio di tappe che si preannunciavano tanto belle quanto toste, ma non vorremmo ritardare troppo rispetto alla tabella di marcia.
E’ domenica e speriamo che ci sia un po’ più di movimento in giro, ma le nostre attese non vengono pienamente soddisfatte. Inoltre il piccolo museo locale è chiuso e non ci resta altro che gironzolare alla ricerca di quelle forme di street art che avevo notato ieri sera.
Prima di rientrare in guest-house passiamo al centro informazioni per ritirare la bici a noleggio (7 euro per l’intera giornata). Tra le quattro o cinque disponibili scelgo quella che sembra meno male in arnese e della taglia giusta. Dallo stato delle bici sembra che il servizio non abbia molto successo o magari ne ha avuto troppo in passato. Fatto sta che non si tratta di modelli particolarmente performanti e nel pomeriggio avrò modo di rendermene conto.
Scatto alcune foto ad una mappa piuttosto dettagliata della zona. Durante il mio girovagare potrò così affiancare questo supporto pseudo-cartaceo alle indicazioni della applicazione scaricata su consiglio del biondissimo pesarese incontrato al lago Skrcko.
Pranziamo in guesthouse con gli avanzi della cena di ieri ed il rinforzino di una brioche comprata sulla via di casa. Budo ci comunica un prezzo salato per il trasferimento, ma notando il nostro disappunto ci dice che proverà a contattare altre persone per provare a spuntare un prezzo inferiore.
Mirko sta decisamente meglio ma non se la è sentita di noleggiare una bici.
Si riposerà cercando di non compromettere l’equilibrio intestinale faticosamente raggiunto: qualche chiacchiera con Budo, due passi per il paese e relax domestico, magari riordinando le foto e cancellando quelle meno convincenti. Io invece inforco la bici e vado all’avventura.

Come detto in precedenza, Kolasin si trova al centro del Bioparco di Biograd, una delle ultime foreste vergini d’Europa. La mia intenzione è quella di raggiungere l’omonimo lago per vie secondarie e sentieri che sembrerebbero possibili stando alla mia applicazione. Così facendo eviterei almeno in parte la più comoda ma trafficata strada asfaltata di fondovalle, già percorsa per venire qui con il bus. Ripensando alla guida di quello scellerato ed al fatto che in Est-Europa sulle strade vale la legge del più grande, preferisco il rischio di perdermi che quello di essere asfaltato.
Abbandono quindi dopo pochi colpi di pedale la strada principale di Kolasin che passa tra le case, attraverso un ponticello sulla Svinjaca e prendo un viale alberato che conduce ad una zona militare.
Ne costeggio la recinzione e proseguo in falsopiano tra campi coltivati, villette e fattorie. Dopo una ripida discesa l’asfalto termina e la natura prende il sopravvento. Dopo alcuni giorni di cattività urbana, l’avventura riprende a scorrere nelle mie vene. Ogni tanto controllo la mia posizione e confortato dal riscontro proseguo su una strada bianca che costeggia il fiume Tara.
Guado un piccolo torrente quasi asciutto e la strada si fa sentiero pietroso. A tratti devo mettere la bici a spalle per poter proseguire a fatica lungo un sentiero poco battuto per escursionisti, ma finalmente arrivo al punto in cui avevo previsto di immettermi nella strada di fondovalle.
Qui l’amara sorpresa: il passaggio sul Tara che appariva sulle mappe è rappresentato da uno stretto e traballante passaggio su una condotta. Inoltre l’accesso è chiuso da cancelli alle due estremità con cartelli che vietano il transito. Nonostante tutto, valuto attentamente la possibilità di scavalcare in qualche modo, ma temo che io, la bici o entrambi potremmo finire in acqua dopo un volo di alcuni metri, quindi a malincuore torno indietro fino al bivio in cui avevo abbandonato la strada per il sentiero.

In questo modo dovrei riuscire ad arrivare al lago biogradsko dall’alto, svalicando per i monti, attraversando una zona selvaggia, nel pieno del parco nazionale e probabilmente priva di fonti.
Pendenza e fondo sassoso non sono gli unici elementi che mi costringono spesso a scendere di sella. La catena del cancello a noleggio infatti tende a girare a vuoto ogni due pedalate nei momenti di massimo sforzo. Soprattutto non appena provo ad alzarmi sui pedali il rischio di lasciare il calco dei denti sul manubrio è molto elevato.
Basterebbe magari regolare qualche vite del deragliatore o semplicemente il cavetto, ma non sono un buon meccanico e temo di poter peggiorare ulteriormente la situazione.
Per fortuna la zona è abbastanza umida e se non altro incontro un paio di rivoli d’acqua a cui rinfrescarmi e riempire la borraccia. Ad un certo punto incontro anche un pastore.
Cerco di chiedere conferma sulla bontà della mia direzione, mostrandogli la mappa sulla app.
Lui mi fa capire che proseguendo per quella strada non arriverò mai a destinazione.
Non so chi dei due avesse ragione ma tra tecnologia ed esperienza umana preferisco ancora fidarmi della seconda, pertanto ringrazio e saluto il montanaro, inforco la bici e torno indietro.

La discesa è ripida e sconnessa, il mezzo non è dei più affidabili, ma ho perso troppo tempo e mi lancio così a folle velocità finché una caduta evitata per miracolo, mi convince ad essere più prudente. Con un’ora e mezza circa di ritardo sono di nuovo al punto di partenza.
Mi aspettano diciannove chilometri di asfalto, in gran parte pianeggianti, salvo un paio di saliscendi, fino alla ripida salita che in circa tre chilometri conduce al lago Biogradska.
Tengo un ritmo sostenuto e quando arrivo al cancello del parco (3 euro per l’ingresso) sono abbastanza scoppiato, ma tengo duro e riesco a pedalare per tutta la salita sebbene in un paio di circostanze il mezzo giro a vuoto della catena mi costringa a fermarmi.
Di tanto in tanto vengo sorpassato da moto ed autovetture che preannunciano un certo affollamento in cima alla salita. Infatti è così e le macchine sono a bordo strada già qualche centinaio di metri prima del lago dove si trovano decine di famiglie e gruppi di amici venuti qui per lo più per una mangiata nella frescura garantita dal fitto bosco di latifoglie.
Ci sono un paio di chioschi ed una fontanella a cui mi disseto, ma a dispetto delle presenze numerose l’area è pulita, come si conviene ad un bioparco. Il lago in realtà è meno affascinante di quanto mi aspettassi, ma decido di percorrerne il periplo. Talvolta devo fermarmi per cedere il passo ad escursionisti a piedi, altre volte per consultare i pannelli che spiegano la biodiversità del luogo.
Molto apprezzabile che nella zona umida, opposta al punto di arrivo della strada asfaltata, non si proceda su sentiero ma su una sorta di passerella che evita il calpestio di quell’area.

Terminato il giro del lago non ho molto tempo a disposizione per riposarmi, in quanto devo restituire la bici prima che l’ufficio turistico chiuda, quindi mi limito a riempire la borraccia e mi lancio nuovamente in sella tra una discesa spericolata e una sorta di prova a cronometro nel tratto in falsopiano.
Ovviamente non ho pantaloncini dotati di imbottitura e quando arrivo a Kolasin, in perfetto orario per la riconsegna del cancello, il soprasella si lamenta, e così anche le gambe non più abituate alla pedalata.
I primi passi verso casa non sono molto sciolti. Auspico che sia tale anche il Balzani.
Fortunatamente la mia speranza viene confermata dai fatti: Mirko ormai sta bene e domani potremo con sicurezza riprendere il cammino. Ora però la priorità e quella di andare a cena fuori. Anche per festeggiare la notizia che il nostro ospite ci ha trovato un servizio di trasporto per una cifra dimezzata rispetto a quanto comunicatoci in mattinata.

Una breve passeggiata all’imbrunire ci porta al ristorante Vodenica, unanimamente consigliato dal gran consiglio dei tre saggi (Alberto, Zarko, Budo) per l’ottimo rapporto prezzo qualità.
Il locale è rustico, come il servizio, ed è ricavato da un vecchio mulino ad acqua.
Trote alla griglia e polenta sono le specialità della casa. Noi ci orientiamo sulla seconda.
Qui si chiama kacamak e ne ordiniamo due porzioni: una classica con burro e formaggio, l’altra con aggiunta di patate. Questa volta niente alcool, ma solo una brocca di acqua di sorgente.
Il cibo è ottimo ed abbondante, il conto è amichevole (6 euro a testa).
Agevoliamo la digestione con una passeggiata in centro, utile anche a ritirare un po’ di soldi al bancomat.
Poi rientriamo a casa dove il nostro anziano ospite sta festeggiando nel gazebo con un gruppetto di amici. Ci invitano per un drink a scelta tra birra e rakija ma purtroppo la grigliata la hanno già divorata completamente e restano solo gli ultimi tizzoni di brace a risplendere nella penombra.


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Quotazerino

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28 Agosto 2017 – Il Morandino d’oro

Il taxista è in perfetto orario ed arriva in sincronia con la nostra uscita di casa dopo colazione.
Con l’aiuto di Budo gli spieghiamo approssimativamente la nostra destinazione e poi si parte.
Quarantacinque minuti di strade panoramiche di montagna, tra curve, salite e discese.
Questa volta però alla guida non c’è un pazzo criminale. Possiamo goderci così il paesaggio e paghiamo volentieri, con tutti gli organi interni al loro posto, i venti euro pattuiti per il trasporto.
La corsa termina nei pressi del Katun Stavna. Qui si trova una sorta di villaggio turistico con capanne a noleggio perfettamente inserite nel paesaggio, edificate in uno stile che ricalca in pieno quello delle case abitate dalla gente del luogo. Queste oltre che per tetti ed infissi più stagionati, si riconoscono per la presenza di animali al pascolo ed orticelli curati a ridosso dell’abitazione.
I pascoli ed i boschi di aghifoglie lasciano improvvisamente posto alle nude rocce delle montagne verso cui siamo diretti. Ci sono due varianti di percorso. Mirko spinge per affrontare quella più lenta e difficile ed io, di controvoglia lo assecondo. Temo infatti che ripartire con un una tappa impegnativa possa provocargli una ricaduta. D’altro canto la sua voglia e la sua intraprendenza mi lasciano ben sperare che il peggio sia passato.

Camminando a lungo su pietraia raggiungiamo il passo sotto al monte Kom Kucki (2487 metri). Da qui inizia una discesa piuttosto difficile che in quarantacinque minuti ci porta al Katun Carine.
Sebbene non sia adeguatamente segnalato sulle guide, è un posto che si presta facilmente a bivacco in quanto si trovano alcuni capanni abbandonati ma ancora utilizzabili. In uno di essi c’è pure una stufa ed a dieci minuti di cammino si trova anche una sorgente per raggiungere la quale non è neppure necessario effettuare deviazioni visto che si trova proprio lungo il sentiero.
Ci abbeveriamo avidamente e riprendiamo il cammino che da qui procede su un ampia carrabile che taglia a zigzag il pendio. Dopo un paio di tornanti decidiamo di accorciare la via scendendo per direttissima seguendo tracce di altri che ci hanno preceduto e livellato il fondo, rendendo piuttosto agevole la discesa che termina nei pressi di una isolatissima chiesetta ortodossa.
Siamo convinti che sia chiusa, ma il chiavistello non è bloccato con alcun lucchetto e possiamo entrare. La chiesa è umile ma non disadorna. Oltre alle immancabili icone ci sono candele ed un cestino per le offerte. Per fortuna nessun malintenzionato ha prelevato banconote e monete lasciate dai fedeli. Suonerà un po’ blasfemo, ma ritengo che anche questa struttura potrebbe essere utilizzata come bivacco o riparo di emergenza soprattutto in caso di temporali.
Anzi accendere alcune candele potrebbe avere una doppia valenza: ricordare qualcuno che non c’è più ed offrire un po’ di luce prima di coricarsi.
Il sole è ancora alto, il vento fischia ma la bufera non urla. Non abbiamo necessità di sostare qui, ma entrambi abbiamo perso un genitore, pertanto, depositato un obolo nel cestino, accendiamo una candela e ci concediamo un momento di raccoglimento.

Richiusa la porta alle nostre spalle e lasciate le candele a terminare la loro combustione, riprendiamo il cammino sempre su carrabile. Dapprima in falsopiano, poi in salita dove incrociamo due giovani pastorelli che accompagnano il loro gregge di pecore. Tanti belati ed un paio di dobar dan che segnalano il fatto di essere ancora in Montenegro.
Siamo comunque in una zona di confine e sui monti le demarcazioni diventano meno nette per cui non mi stupirei di sentir parlare albanese.
Chissà magari potrebbe essere la lingua del sosia di Giuseppe Verdi, il quale si limita però a salutarci con un gesto della mano mentre con l’altra accarezza la barba. E’ intento a scaldarsi le ossa al sole, come una lucertola, seduto sui gradini in pietra della sua umile abitazione.
E’ davvero difficile scoprire sui monti dove finisca una nazione e ne inizi un’altra.
Non ci sono garitte, sbarre, fili spinati o muri, né tanto meno controlli e ci apprestiamo a varcare l’ennesima frontiera, o forse lo abbiamo già fatto, senza alcun controllo di documenti.

Il cammino non è però agevole in quanto, poco dopo aver oltrepassato "Busseto", la carrabile termina ed il sentiero si perde in una miriade di tracce. Questo potrebbe essere forse un segnale che siamo sul confine.
In assenza di segnavia ricorriamo a San Gipiesse ma spesso ci troviamo la strada sbarrata da canaloni o dirupi. Alla fine scegliamo di essere fedeli ma non ciecamente al nostro santo protettore. Cerchiamo quella che sembra la via più agevole senza seguire per filo e per segno la traccia ma senza discostarci troppo dalle indicazioni che ci fornisce.
Scendiamo lungo un canalone dal fondo sdrucciolevole fino a raggiungere la fascia boschiva.
Qui ci creiamo un passaggio con difficoltà, aggirando una gola dirupata, per poi miracolosamente trovarci su un sentiero abbastanza ampio e dotato di segnavia. c**o o classe ? Ai posteri l’ardua sentenza, anche se nel nostro piccolo ci sentiamo dei Ducaconte Catellani di fantozziana memoria.

Mentre il cielo inizia a rannuvolarsi continuiamo la discesa su carrabile finché troviamo un gruppo di case. Preceduto da un gregge di pecore ci viene incontro un anziano pastore.
Sorridiamo e dopo i saluti e gli inchini cerchiamo di capire dove ci troviamo. Montenegro o Albania? Il nostro interlocutore sembra non capire la nostra domanda, poi si illumina: “Montenegro ??? Jugoslavia !!!” lasciandoci il dubbio che sia al corrente della dissoluzione di tale stato e forse anche della morte di Hoxa e di Tito. Tratteniamo a stento lacrime e risate.
Prima di allontanarsi ci fa capire che siamo in Shipteria (così si dice Albania nella loro lingua), il paese delle aquile. Anche se sopra di noi, fin dalla partenza in Bosnia, aleggiano soprattutto avvoltoi famelici in attesa di un nostro possibile crollo psicofisico.
Mentre riprendiamo il cammino decidiamo di onorare il pecoraio assegnandogli il “Morandino d’oro”. Si tratta di una onorificenza dedicata al nostro compagno intellettuale ed attribuita a chi si sia particolarmente distinto in temi come politica, storia, geografia.
Non abbiamo ancora terminato il nostro viaggio ma siamo già certi che nessuno lo supererà.

Procediamo lungo una gradevole discesa tra boschi e campi adibiti a pascolo o coltivati, in un gradevole paesaggio bucolico, fino a raggiungere il largo greto di un torrente quasi in secca.
Lampi, tuoni e nuvole si fanno sempre più minacciosi. La stanchezza inizia a farsi sentire e il cammino in questa pietraia non è molto agevole, però iniziamo a vedere in lontananza quelle che supponiamo essere le avanguardie del Vermosh. Ancora oggi non ho capito se quello è il nome della regione, del paese o di entrambi.
Le case sono solo dei puntini lontani ed il temporale è sempre più vicino. Abbandonato il greto del torrente passiamo a camminare su una stradina di campagna quando sentiamo muovere dei cespugli. Condizionati dalle parole di Milica temiamo possa essere un panda dei Balcani, meglio conosciuto come orso, ma la tensione si scioglie in una grassa risata quando vediamo comparire tre piccoli porcellini allo stato brado.
Intanto cadono le prime gocce portate dal vento e visto che il paese sembra non arrivare mai, iniziamo a valutare eventuali soluzioni in caso di temporale improvviso. Non prendiamo neppure in considerazione una sorta di capanna fatta di rami intrecciati dove probabilmente qualche agricoltore od allevatore consuma i pasti all’ombra come testimoniato da una certa quantità di rifiuti. Un capanno mal concio, fatto di tavolacci e onduline, che incontriamo poco dopo potrebbe anche essere utile, ma noi cerchiamo una casa in mattoni, proprio come nella favola dei porcellini, con un letto vero e tiriamo avanti accelerando il passo. Spiace per i tre suini, ma il detto “mors tua, vita mea” è sempre valido...e credo che anche in assenza di qualche feroce lupo, la loro sorte sia comunque segnata, anche e soprattutto se dovessero trovare rifugio in qualche fattoria.

In ogni caso, proprio mentre iniziano a cadere enormi goccioloni di pioggia, raggiungiamo la guest-house Peraj. I proprietari sono all’esterno della casa, stanno ritirando il bucato in fretta e furia, e sono felici di poterci ospitare. Facciamo giusto in tempo a raggiungere la nostra stanza che fuori scoppia il finimondo. L’intensità della pioggia è amplificata dal rimbombo sul tetto in lamiera.
Ancora una volta di fronte ad una coincidenza fortunata, scatta automatica la domanda: c**o o classe ? In attesa di una risposta ufficiale al nostro quesito, ci concediamo alcune ore di relax.
La rigenerante doccia viene infatti seguita da una cena piuttosto ricca ed abbondante.
Onestamente più di quanto potessimo aspettarci, anche perché siamo arrivati praticamente ad orario di cena e senza preavviso. Il piatto forte è un delizioso agnello allo spiedo con patate, ma ci vengono offerti anche formaggio, insalata mista e peperoni con lo yogurt.
Anche in questo caso, come accadde a Jelasca, gran parte del cibo deve essere di produzione propria perché la casa è più un agriturismo che una guesthouse, come invece riporta l’insegna.
Non abbiamo potuto fare a meno di notare la presenza della stalla e di un orto ben curato.
Gli animali non erano tuttavia visibili. Forse, a causa del temporale in arrivo, erano già stati messi al riparo, oppure nei piatti...
La pioggia continua a tamburellare sul tetto come se fosse uno xilofono ed i tuoni sembrano colpi di grancassa che talvolta quasi fanno tremare la casa.
Accompagnati da questa drammatica colonna sonora, iniziamo a valutare la possibilità di fermarci qui anche domani, soprattutto se il tempo non dovesse migliorare.


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Commento file: Il vincitore del Morandino d'oro
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Commento file: Discesa verso la chiesetta ortodossa
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Commento file: Momento di relax al valico
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Commento file: Katun Stavna
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun apr 26, 2021 6:59 
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29 Agosto 2017 – Festa, scarpe magiche, musica ipnotica

Durante la notte, al concerto regalatoci dal temporale si aggiungono voci soliste e cori: latrati ed ululati di cani fanno da contraltare al muggito di alcuni bovini. Per gli acuti bisogna aspettare il risveglio del gallo che però è meno incisivo di quello dei Lalovic a Jelasca.
Difficile dare continuità al sonno con questo trambusto. Al mattino abbiamo facce un po’ sconvolte. Sembriamo reduci da un afterhour imperiale degli anni novanta. In aggiunta a questo la pioggia continua a cadere sebbene sia calata di intensità.
Ne consegue che decidiamo di chiedere ospitalità ai Peraj per un giorno in più. La nostra richiesta viene accettata ed accompagnata da una ricca colazione.
Yogurt artigianale, formaggetta di mucca, miele, marmellata di fichi e frittelle. Si dimenticano di portarci qualcosa da bere, speravo che la mucca ci avrebbe ripagato il disturbo notturno con del grasso latte fresco. Le mie speranze cadono nel vuoto ma il cibo era veramente ottimo.

La guesthouse è un po’ fuori dal centro abitato che andiamo a visitare poco dopo colazione.
La strada non è asfaltata fino alla piazza del paese, accanto alla quale si trova una chiesa piuttosto grande rispetto alle dimensioni di questo paesino. Ci sono due bar ed in uno di questi abbiamo modo di ordinare un te ed un caffe. Il bar è piuttosto affollato, va detto che in Albania l’italiano è piuttosto conosciuto e pertanto anche la comunicazione risulta più agevole che nei giorni scorsi. Sembra quasi di essere in Italia la mattina di una domenica o di un giorno di festa. Magari i parametri estetici sono leggermente diversi, per esempio la scarpa a punta e pitonata da noi è meno di tendenza, ma è evidente che la maggior parte della gente ha indossato l’abito buono e ci viene il sospetto di essere capitati qui in occasione di qualche celebrazione. Qulo o classe ?
In effetti è proprio così. Oggi nel Vermosh si celebra la festa di Shnjon per ricordare il martirio di San Giovanni Battista, e nel pomeriggio ce ne accorgeremo.
Per ora ci limitiamo a constatare che il cristianesimo è profondamente radicato in questo angolo di Albania e a testimoniarlo è anche un monumento che ricorda le vittime cattoliche del comunismo.
Il panorama religioso albanese è piuttosto vario: musulmani, cattolici e minoranze ortodosse, ma durante il regime di Hoxa ogni forma di culto venne vietata. Ad eccezione ovviamente del culto della personalità per il sanguinario leader. Il suo regime è ritenuto uno dei più duri del dopoguerra ed addirittura arrivò ad allontanarsi dal blocco sovietico ritenendolo troppo morbido.

Un’altra eredità lasciata ad imperitura memoria dal simpatico Enver sono i millemila bunkers disseminati ovunque sul territorio. Qui siamo vicini al confine, pertanto il numero di queste strutture in cemento armato è ancora maggiore che altrove. Si tratta di piccole postazioni circolari e seminterrate in cemento armato, con feritoie da cui poter sparare al nemico.
Sebbene abbiano un aspetto dimesso sono in verità molto robusti: né il tempo, ne vani tentativi di rimozione e di distruzione sono riusciti a scalfirli.
Oggi la gran parte di essi giace sparsa sul suolo albanese, come funghi in procinto di sbocciare dal terreno. Alcuni di essi vengono utilizzati come ricoveri per attrezzi o per animali, ma la maggioranza è inutilizzata, se non magari dai bambini per i loro giochi d’infanzia.

Nel centro del paese troviamo anche uno spaccio alimentare e compriamo qualcosa da mangiare per pranzo. Poi torniamo alla guesthouse dove ci confermano che oggi è la festa del paese e ci comunicano gli orari della messa ed il programma dei festeggiamenti.
In attesa di questa full immersion di folklore albanese approfitto del tempo libero per un riposino.
La pioggia è cessata, anzi è spuntato il sole, forse per non rovinare le celebrazioni pomeridiane.
Anche gli animali di casa sembrano essere assopiti ed il silenzio regna sovrano, rotto solo dalle urla della nonna di casa che rimprovera ad alta voce un indemoniato Alexundre che ogni dieci minuti combina qualche marachella suscitando le ire della vecchia.
A svegliarmi dalla pennichella è però anche il pensiero che ormai non manca molto alla fine della nostra avventura e siccome qui c’è il wifi ci conviene iniziare a comprare, o quantomeno a cercare i biglietti per i voli di rientro alle rispettive residenze.
Mirko ha necessità di partire qualche giorno prima di quanto avevamo preventivato. Deve anticipare per ottenere dei documenti necessari per il suo prossimo viaggio: un trekking hymalaiano in Nepal.
Senza problema alcuno riesce a prenotare nella data desiderata un volo su Bologna della fino ad allora sconosciuta Ernest Airlines. Io faccio ironia sulla compagnia con cui volerà e cito il comandante Tombale su Savoia Marchetti in tela cerata e soprattutto la scontrosa hostess che impreziosirono l’episodio della commedia “Pappa e ciccia” con Paolo Villaggio.
La mia ironia dura però poco, in quanto ho difficoltà impreviste a prenotare il volo, e devo desistere prima di iniziare ad alterarmi, cosa proibita in un giorno di festa.
Resta salda però l’intenzione di riprovare più tardi.

Siete credenti? Andate a messa?” con queste domande ci interrogano i padroni di casa mentre ci apprestiamo ad uscire. Gli stessi quesiti ci erano stati rivolti anche al bar in mattinata.
Forte dei miei trascorsi di chierichetto con tanto di pellegrinaggio a Lourdes sono pronto anche a rispondere a domande a bruciapelo del tipo “cosa è il turibolo?” ma temo che il Balzani, di formazione molto più laica della mia, possa equivocare e confonderlo con un discobolo inturbantato piuttosto che con qualche attività turistica dietro pagamento di un obolo.
E’ evidente che la religione qui sia vissuta in modo profondo, nonostante cinquant’anni di ateismo di Stato, o forse proprio per quello. Non possiamo non notare come tutti si siano messi in ghingheri, soprattutto le signore che ostentano gioielli di famiglia e capelli cotonati. Anche gli uomini non scherzano: camicie perfettamente stirate, spesso adornate con cravatte con colori e nodi vistosi, non mancano le giacche sebbene faccia piuttosto caldo ora che il sole ha soppiantato le nubi e la pioggia. Questo per quanto riguarda le persone di mezza età, diciamo dai cinquant’anni in su.
I giovani ostentano magliette aderenti su fisici mediamente caratterizzati da una certa pinguedine, segno del sopraggiungere di qualche forma di benessere economico, così come le ragazze, fasciate in abiti da sera sebbene siano solo le tre del pomeriggio.
Il meglio però sono le vecchiette i cui visi segnati da anni di fatiche e solcati da profonde rughe sono incorniciati da candidi foulard sotto ai quali spuntano, proprio sulla fronte, dei folti ciuffi di capelli che in alcuni casi sembrano essere posticci.
Purtroppo nei nostri zaini non sono presenti capi eleganti né scarpe pitonate. Rimediamo così:
Abbigliamento di Mirko: sandali da trekking con calzino di spugna, sobri pinocchietti arancioni da alpinismo, immancabile maglietta del Flamengo a strisce rossonere.
Abbigliamento di Andrea: scarpe verde ramarro-tamarro da trail running, bermuda sempre verdi con tasconi, maglia smanicata da running dai colori improbabili e con la schiena traforata. Soft-shell nero elegantemente legato in vita in caso di nuovi rovesci.
Temiamo di essere lapidati per oltraggio al buon costume e all’eleganza, ma ci risparmiano in un gesto di generosa ed ecumenica fratellanza.

Manca poco alla cerimonia ed il prato prospiciente la chiesa è ormai gremito di gente che si accalca sui bordi lasciando libero il passaggio centrale. Immagino che la superstar attesa con fremiti sia il parroco, ma in realtà appare lei: la bambina dalle scarpe magiche.
Arriva scortata dalla madre e dalla nonna ed è agghindata a dovere, secondo i canoni folk locali: boccoli castani che riteniamo posticci scendono sulla fronte e sono raccolti sotto ad un foulard a motivi floreali, la gonna è pure a motivi floreali dai colori vivaci rossi e blu, una maglietta a maniche lunghe rossa e nera è stretta in vita da un sorta di sciarpa in lana bianconera con motivi geometrici. Le calze, pure in lana, al ginocchio sono bianche con l’effigie dell’aquila, il simbolo nazionale. I piedi sono costretti in scarpette con un filo di tacco, da ballerina di flamenco, che sembrano troppo piccole per i suoi piedini. Sorretta dalle progenitrici sembra quasi camminare a fatica, ma ha nello sguardo la sicumera di una stagionata diva sul red carpet. Poi arriva il parroco e la gente si travasa in religioso silenzio all’interno della casa del Signore.

Questa oltre a dimensioni notevoli per un borgo così piccolo, ha una struttura curiosa.
Il campanile, sulla sinistra, è squadrato e la chiesa ha forma quasi semicircolare con ingresso nel centro. Io entro e seguo tutta la cerimonia caratterizzata da un interminabile sermone, mentre il Balzani rimane fuori. Esplora le vicinanze e poi finisce al bar. Qui viene abbordato dall’ubriacone del paese alla disperata ricerca di qualcuno che gli paghi da bere.
Si sente puntare un indice alla schiena e voltandosi si trova faccia a faccia con una maschera da teatro greco che piange, lamentandosi per l’arsura ed invocando un goccio. Mirko è di animo gentile e commette l’errore di cedere alle sue richieste. Da quel momento diverrà oggetto di un selvaggio stalking e sarà costretto a nascondersi in mezzo alla folla, approfittando anche dello sguardo annebbiato del suo nuovo ed involontario amico.

Terminata la funzione ci ritroviamo all’esterno della chiesa.
Da buon italiano abituato alle nostre feste patronali, mi aspettavo di trovare un abbondante rinfresco ma le mie aspettative vengono disattese. In compenso alcuni ragazzi stanno armeggiando su un impianto stereo, le cui note presto sostituiranno le campane a festa.
Nell’attesa i presenti chiacchierano, si abbracciano, si salutano e probabilmente flirtano anche, sotto lo sguardo vigile delle anziane megere, foriere di consigli su quale possa essere il ragazzo o la ragazza da impalmare: “Vedi quel ragazzo alto con i capelli impomatati? Ha fatto fortuna in Germania come elettricista, ma non è ancora sposato e sicuramente vuole una moglie del Vermosh per dare stabilità alla sua vita...fatti avanti ed invitalo a ballare” così ci immaginiamo il loro confabulare. Non abbiamo molto tempo per fantasticare che presto udiamo la prova microfono.
E’ forse il sindaco, o semplicemente il maestro di cerimonie, che con un breve discorso dichiara aperte le danze. Subito esplodono vivaci note di musica ipnotica in cui percussioni e fiati la fanno da padrone. Gli assoli di çiftelia sembrano essere particolarmente apprezzati. Si tratta di uno strumento a corda pizzicata di origine turcomanna e molto diffuso, anche come souvenir, nel nord dell’Albania. Sono evidenti le influenze della dominazione turca e levantina nelle sonorità, che a tratti ricordano quelle che caratterizzano “Creuza de ma” immortale capolavoro di Fabrizio De Andrè. Talvolta un vocalist ed un cantante neomelodico in salsa ghega si sovrappongono alla musica. A dispetto di un ritmo trascinante però pochi osano esibirsi nell’ampio spazio circolare attorno al quale si è disposta la folla. Entra allora in scena la bambina etnica.
Da quel momento danzerà incessantemente per oltre due ore, prigioniera delle scarpe magiche che la costringono a ballare e muoversi ad ogni nota musicale che vibra nell’aria.

Un Messi in erba si avvicina a lei, pavoneggiandosi nella sua maglia blaugrana. Tenta un timido approccio con tono di sfida ma lei lo dribbla con eleganza compiendo una piroetta illegale. “Sorry baby ma questo è il Shnjon non il Camp Nou e qui comando io” sembra dire mentre si allontana da lui che deluso cerca consolazione tra le braccia della mamma. Lei si muove in tondo, con volute concentriche, accompagnando il ritmo con il battito delle mani mentre le scarpette accarezzano il terreno che sembra felice di essere calpestato da tanta grazia.
Ora che la piccola ha rotto il ghiaccio, qualche coppia si lancia in pista: una donna particolarmente avvenente con il suo partner, ma soprattutto anziani, scrutati dai giovani più avvezzi alla disco dance che alle canzoni popolari.
La magia dell’atmosfera viene interrotta dall’ingresso in scena dell’avvinazzato. Il viso della ragazza di prima viene deturpato da una smorfia di fastidio, alcuni anziani abbandonano temporaneamente il ballo lasciando la scena all’amico del Balzani.
Le sue movenze sono poco fluide, un po’ meccaniche ed asincrone, ma sembra mimare la danza delle aquile. Poi volge lo sguardo in controluce verso il timpano della chiesa come in un dialogo tra lui e Dio. Muove le labbra come per dire qualcosa, si scappella per salutare, poi fa un inchino e se ne va. Si dirige verso Mirko che, atterrito, ripone la fotocamera e cerca di dileguarsi tra la gente.
Nel frattempo la bambina continua imperterrita a danzare, schiava delle scarpette magiche.
Smetterà solo al tramonto, con il cessare della musica, mentre noi al bar ci concediamo una birra di produzione locale. Non cerchiamo più di nasconderci dalla vista dell’ubriacone che immaginiamo ormai sverso in qualche fosso, intento a comunicare con amici o nemici invisibili all’occhio del sobrio.

Al rientro in guest-house provo di nuovo, invano, a prenotare il biglietto aereo per rientrare a casa.
Chiedo allora aiuto a mia sorella, ma anche i suoi tentativi sembrano cadere nel vuoto. Decido di non rovinarmi la serata e di rimandare questa incombenza a data da destinarsi.
Meglio gustarsi la cena: insalata di pomodori, cipolle e cetrioli, peperoni con lo yogurt, formaggio fatto in casa e maialetto (spero non uno dei tre incrociati ieri) al forno con patate.
Nel mentre pianifichiamo la ripresa del cammino e le ultime tappe. In particolare cerco di mettermi in contatto con il monastero di Decani, in Kosovo, dove dovrebbe concludersi il nostro cammino e dove ci piacerebbe pernottare sebbene non sia facile perché i religiosi di quest’oasi serbo/ortodossa vivono da assediati e protetti da contingenti italiani delle forze ONU.
Punto sul fatto che tempo addietro avevo trascorso una giornata in questo monastero ed avevo avuto modo di conoscere due monaci: Andrej e Petar, il primo dei quali sfoggiava un ottimo italiano e mi aveva intrattenuto erudendomi sulla storia del monastero dagli albori ai giorni nostri, soffermandosi sul periodo della seconda guerra mondiale durante il quale il monastero era sotto la protezione dei nostri militari. Mi mostrò il registro degli ospiti e dei visitatori di quel periodo, in particolare le testimonianze scritte di soldati e carabinieri di stanza al monastero.
E’ triste verificare che a distanza di settant’anni le cose non siano cambiate poi di molto.
Speriamo che questa mia precedente visita possa agevolare la nostra sosta in quella struttura.


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Commento file: Il pitone è sempre di tendenza, anche se non a punta
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mar mag 04, 2021 20:15 
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30 Agosto 2017 – Montagne maledette

La sveglia era puntata alle sette e venti, ma durante la notte gli animali della vecchia fattoria hanno replicato il concerto di ieri. La nostra vana speranza era che fossero andati in tournè all’estero.
Tra i possibili rumori molesti di campagna mancherebbe solo il gatto in amore, però la sua assenza è più che compensata da un numero imprecisato di cani mannari, mansueti di giorno ma indemoniati di notte. Pure le nostre facce e le movenze da zombies ricordano lovecraftiane creature delle tenebre quando scendiamo a fare colazione.
Il tepore del sole mattutino in veranda ma soprattutto numerose frittelle, formaggio, marmellata e miele ci riportano a sembianze umane. Questa volta c’è anche il latte, fresco di mungitura e con quel grasso post bollitura a cui ormai non siamo più abituati alle nostre “lattitudini”.
Siamo quasi pronti a partire ed è il momento di pagare il conto. Con stupore e sorpresa noto che non ci hanno addebitato la cena della prima notte e glielo faccio notare. Ci rispondono che siccome era la vigilia di un giorno di festa, ci hanno considerato come loro ospiti, quasi come se la nostra visita fosse un dono del Signore, e che pertanto nulla è dovuto per quel ricco desinare.
Inoltre ci regalano due pagnotte e del formaggio per il pranzo di oggi.
Il tutto, due notti a mezza pensione, per trentacinque euro a testa. Classe, direi...

Molto più oneroso si rivela in proporzione il servizio taxi concordato la sera prima.
In base ai dati raccolti ci aspetterebbero circa venti chilometri su asfalto e strade carrabili sterrate, con in mezzo il passaggio per la frontiera ufficiale tra Albania e Montenegro.
Avendo finora attraversato le frontiere invisibili sui monti non vorremmo che ci facessero questioni, e la presenza di una persona che abita in quei luoghi, che parla la lingua e che certamente transita spesso per la dogana ci offre una maggiore sicurezza. Le nostre aspettative vengono rispettate.
La strada di fondovalle sarebbe stata di una noia mortale e particolarmente assolata ed infine alla frontiera nessuno obietta che il nostro ultimo ingresso ufficiale nei Balcani risulti essere quello in Bosnia del tre Agosto, senza alcun timbro di uscita.
Dopo una breve attesa il nostro autista risale a bordo, probabilmente dopo un caffè con i doganieri. Si tratta infatti di un confine sicuramente poco trafficato, per lo più da gente del luogo, in quanto la strada in Albania finisce dopo nemmeno dieci chilometri, dove abbiamo pernottato.
Il suo stagionato ma potente fuoristrada riprende la marcia ed affronta con disinvoltura anche alcuni tratti piuttosto impegnativi che incontriamo dopo il paesino di Vusanje dove la strada macadamica termina e lascia lo spazio ad una sorta di canalone dal fondo irregolare e ricco di pietroni.

Lasciamo alle nostre spalle anche lo Skakavica Eye. Si tratta di un piccolo laghetto dalle acque profonde e così cristalline che lo sguardo consente di arrivare pare anche a otto metri di profondità.
Se fossimo partiti a piedi, lo avremmo considerato come valida soluzione per un campeggio libero qualora non avessimo trovato ospitalità a Vusanje. Spiace esserci persi questo lago più blu degli occhi di Paul Newman, ma riteniamo di aver fatto la scelta giusta.
Arrivati ad un punto in cui è impossibile proseguire senza rischiare di danneggiare l’auto, versiamo i quaranta euro pattuiti, che alla luce dei vantaggi ottenuti ci sembrano ora una cifra molto più ragionevole.
Va detto che in Albania si usa il “lek” che all’epoca scambiava a circa centotrentacinque, ma l’Euro è comunemente accettato, anche se magari ci si perde qualcosina nel cambio.

Ci mettiamo in cammino verso le dieci, in un bosco ceduo, e subito incrociamo due escursionisti locali i quali, dopo i saluti ci dicono che i nostri compagni sono poco più avanti. Pensano infatti che noi siamo ritardatari di un nutrito gruppo di italiani che hanno incrociato poco prima.
Va detto che quest’angolo tra Albania, Montenegro e Kosovo è diventato molto popolare tra gli appassionati di trekking, con ricadute positive anche sull’economia locale: guest-houses, ristoranti e servizi di guide che accompagnano i meno avventurosi, talvolta trasportando pure gli zaini a dorso di mulo, di tappa in tappa. Il grosso degli escursionisti proviene dal centro-nord Europa, Germania in primis con alcune organizzazioni tedesche che hanno anche contribuito allo sviluppo eco-sostenibile di queste comunità rurali.
In breve raggiungiamo la coda del gruppo: sono toscani di Firenze, simpatici ma decisamente più lenti di noi.
Abbiamo lasciato il paese delle aquile per il Montenegro nemmeno un’ora fa, ma già il fiorire di bunkers sui pendii annuncia il rientro in Albania, ancora una volta sui monti e senza controlli
Continui scatti in stile Marco Pantani ad Oropa ci portano a raggiungere rapidamente le guide che fanno da apripista. Parlano un buon italiano e ne approfittiamo per chiedere alcune informazioni sul prosieguo del cammino, ricevendo conferma sul fatto che nei prossimi chilometri avremo poche possibilità di trovare acqua.

Quando la troviamo, nei pressi di un tugurio di pastori, ci fermiamo per la pausa pranzo.
Nel frattempo arrivano anche i toscani, alcuni dei quali si fanno fare un caffè, come concordato dalle guide, per poi ripartire velocemente. In questo modo anche i pastori beneficiano di questo boom del trekking. Noi invece ce la prendiamo comoda e ci riposiamo a lungo sul prato.
Da questo punto infatti sappiamo che non passeremo più nei boschi ma cammineremo su roccia e sotto al sole e preferiamo goderci a lungo questo momento di relax, con acqua accessibile.
Li ritroveremo poco più avanti, quando saranno loro a fermarsi per la pausa pranzo in corrispondenza di un pianoro al termine del primo strappo duro della giornata.
Li salutiamo ed approfittiamo di loro per farci fare qualche foto ricordo insieme a due teneri asinelli, poi ricominciamo l’ascesa verso il passo. In questo tratto abbiamo deciso di abbandonare il percorso ufficiale della Via Dinarica per seguire quello del Peaks of Balkans. La Dinarica infatti affronta l’ascesa ai 2700 metri del Maja e Jezerces, ma il tratto viene definito pericoloso, di livello EE, segnato male e con tratti da arrampicata che richiedono incoscienza per essere affrontati con zaini pesanti quanto i nostri. Le guide approvano in pieno la nostra scelta prudente.
Raggiungiamo un altro gruppo, questa volta germanico, ma anche in questo caso le guide parlano italiano. E’ bella questa sensazione, tipica degli anglofoni, di poter parlare la propria lingua all’estero e ci conforta sapere che nei prossimi giorni albanesi potremo approfittarne.
Sono guide del Peaks of Balkans, un percorso ad anello di circa centonovanta chilometri che in alcuni tratti si sovrappone alla Dinarica. E’ un tour più breve e meno estremo del nostro, ma non per questo meno piacevole e panoramico.

Siamo nei pressi del Qafa e Pejes a circa 1700 metri, dove si scollina e si intraprende la ripida e sconnessa discesa verso Theth, nostro terminale di tappa.
Vi transito per primo, sebbene non abbia indossato la mia maglia gialla che, rimanendo in ambito ciclistico, premia il leader del Tour de France. Anzi ho scelto quella nera, di un Malabrocca qualunque.
Ci troviamo in quelli che vengono definiti i “Monti maledetti” ed indubbiamente la ripida discesa a volte scavata nella roccia, rivela un ambiente ostile. Se questa tratto è quello facile non osiamo immaginare le difficoltà che avremmo trovato a passare per il Maja e Jezerces.
La salita verso il passo è stata tosta ma graduale, la discesa è molto più ripida ma la sua asprezza rende ancora più affascinanti queste montagne calcaree che da lontano sembrano innevate.
Quando raggiungiamo la conca in cui giace Theth ci aspettano ancora alcuni chilometri pianeggianti e sicuramente meno emozionanti di quelli appena fatti. Superiamo il bivio per Valbona, luogo verso il quale, ritornando inizialmente sui nostri passi, ci dirigeremo domani.
L’avvicinarsi al villaggio è caratterizzato da numerosi cartelli ed indicazioni di guest-house.
Avevo visitato Theth nel 2012, arrivandoci con un avventuroso e sconquassante viaggio in furgon da Scutari lungo una strada non asfaltata, stretta e con numerosi precipizi.
Si parla di pochi anni fa ma l’incremento di turisti è tangibile. Indubbiamente le cose sono state fatte in grande stile ma senza stravolgere troppo l’ambientazione primordiale di queste vallate che tanto affascina i visitatori. Molti edifici hanno ampliato decisamente la cubatura in questi anni, ma generalmente con uno stile che non è andato a pregiudicare troppo l’integrazione con il paesaggio.
E’ stato potenziato l’acquedotto, ma le strade sono ancora non asfaltate, e l’elettricità è prodotta in gran parte con pannelli fotovoltaici.

Sono passate due ore e mezza dall’inizio della discesa, quando arriviamo alla guest-house Gjecai.
Stento a riconoscerla: da umile dimora con camerate in stile ostello e bagni in comune si è trasformata in un raffinato albergo a tre stelle.
La struttura sebbene integrata nel paesaggio ha però perso quella genuinità che si respirava allora.
Nella sala da pranzo non ci sono più le spirali di carta moschicida appese al soffitto ed annerite dagli insetti rimasti intrappolati. La vecchia padrona di casa è ancora operativa ma ormai questa non è più un’attività di famiglia e gran parte di chi ci lavora è un semplice dipendente.
La figlia della matriarca, madre a sua volta di un pargolo, era sempre sorridente e solita girare per casa e prato a piedi nudi fino a quando si procurò una ferita medicata da alcuni cicloturisti italiani.
Ora di lei non c’è traccia. Il figlio sarà ormai in età scolare e probabilmente si saranno trasferiti in qualche città con più servizi e scuole, venendo qui solo occasionalmente.
Durante la cena mostrerò ad un cameriere una foto scattata cinque anni fa a questa struttura, chiedendogli se sapesse dove si trova quella casa, perché la vorrei visitare. Lui cade nel trabocchetto e mi dice che potrebbe essere una casa poco lontano da qui.

Abbiamo alcune ore di tempo prima che il sole tramonti. Ne approfittiamo per fare il bucato e per andare a zonzo per le vie del paese. Sfruttando le mie reminiscenze raggiungiamo la bella chiesetta del borgo con il tetto in scandole di legno. Poco lontano si trova una kulla, vale a dire una casa-torre. Sono edifici senza porte al pian terreno, a cui si poteva accedere solo con una scala a pioli calata dall’alto. In occasione di qualche faida, i famigliari di sesso maschile vi si rinchiudevano per evitare una brutta fine. Va detto che ci troviamo in una zona particolare dell’Albania, dove predomina l’etnia ghega e dove ancora in tempi recenti vigeva un antico codice consuetudinario, il Kanun, con regole che potrebbero apparire assurde ai nostri occhi.
Se faide e omicidi d’onore sono ancora abbastanza freschi nelle nostre italiche memorie, di sicuro non è a noi famigliare il concetto di vergine giurata. Siccome le donne avevano diritti molto limitati, in questi luoghi era concesso loro di ottenere la dignità di maschio a patto di assumerne anche le sembianze, tagliando i capelli ed indossando abiti maschili, e rimanendo vergini.
Più che per scelta di genere, questa soluzione veniva attuata soprattutto in famiglie senza figli maschi. Onestamente non abbiamo avuto modo di incontrarne alcuna, o forse non ce ne siamo accorti. Ma a quanto si dice ce ne sono ancora alcune decine, soprattutto anziane.

Al rientro in albergo, ricevo comunicazione da mia sorella che finalmente è riuscita a comprarmi il biglietto. Ha sentito la banca e la mia carta di credito risultava bloccata, situazione quanto mai sgradevole quando ci si trova all’estero.
Possiamo così festeggiare a tavola l’acquisto del biglietto di rientro: Tirana-Genova.
Sulla tavola arriva una gustosa porzione di burek, ma il piatto forte è un tenerissimo capretto con patate al forno. Un onesto vino sfuso ed un paio di bottiglie di acqua di fonte placano la sete.
Sebbene non richiesto ci portano anche il dolce: una fetta di focaccia dolce, un po’ asciutta ma comunque dono gradito dopo tante ore di cammino.
Proprio in quel momento si spegne la luce. Immediatamente pensiamo ad un compleanno e ci prepariamo a cantare anche noi happy birthday, ma non è così. La struttura forse è cresciuta più dell’impianto elettrico ed i black out sono purtroppo frequenti sebbene mediamente brevi.
Questo dura più del solito e per salire in camera dobbiamo ricorrere alla funzione torcia dei nostri cellulari, ormai privi di segnale wifi e di ogni possibilità di ricarica.
Fortunatamente una volta in stanza, dopo poco la luce torna e ne approfittiamo per ricaricare i nostri apparati elettronici e per velocizzare con il phon l’asciugatura del bucato.


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Commento file: Le "montagne maledette"
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Commento file: Salita assolata, pietraie e bunkers
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Commento file: confidenze tra simili
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Commento file: Al Qafa e Pejes
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Commento file: Stratificazioni
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Commento file: Avvicinandosi a Theth
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: ven mag 07, 2021 21:00 
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Belin che pareti nella prima foto 😱
Riguardo alle vergini giurate c'è un film italiano del 2015 che ne parla , non so se lo hai visto , si intitola appunto " Vergine giurata " , molto bella la parte ambientata tra monti albanesi 😉

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...montagna vissuta,tempo per respirare... (Reinhard Karl)

"Quando le luci si spegneranno per sempre il mio popolo sarà ancora qui.Noi abbiamo le nostre antiche usanze.Sopravviveremo."
(Nuvola Rossa,capo Sioux)


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab mag 08, 2021 6:08 
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Quotazerino

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lupo della steppa ha scritto:
Belin che pareti nella prima foto 😱
Riguardo alle vergini giurate c'è un film italiano del 2015 che ne parla , non so se lo hai visto , si intitola appunto " Vergine giurata " , molto bella la parte ambientata tra monti albanesi 😉


Vero, fanno impressione quelle pareti. Il sentiero in alcuni tratti ricorda quasi quello degli Alpini sull'AVML.
Il film non lo ho visto ma so che esiste. : Thumbup : prima o poi magari lo guarderò anche (pure Psiconauta mi suggerisce sempre film interessantissimi, ma puntualmente mi scordo di guardarli o meglio rimando a data da destinarsi perchè fatico a stare fermo due ore davanti ad un film...dovrebbero legarmi tipo cura Ludovico)
Indubbiamente quelle zone oltre ad avere un paesaggio affascinante nella sua asprezza, hanno anche risvolti culturali interessanti. Situazione simile, paesaggistica ed antropologica, la riscontro nel Caucaso dove mi trovo ora


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom mag 09, 2021 7:00 
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31 Agosto 2017 – E’ qui la feeestaaaa ?!?!

“Mirko corri a prendere la scala a pioli” con questa concitata richiesta mi rivolgo al mio compagno di avventura. Non siamo in Grecia, ma potrebbe succedere una tragedia degna di Eschilo ed è chiaro il riferimento al fatto che potrei avere la necessità di nascondermi in quella kulla, o casa-torre, vista ieri. Avevo già in mano il coltello ed ero pronto ad affondarlo, ma un pestifero e paffutello bambino mi porta via da sotto agli occhi quell’ultimo pezzo di formaggio che ero in procinto di tagliare e condividere con il Balzani.
Da sempre nei buffet i pargoli fanno scorte formato famiglia, salvo poi mangiare solo due biscottini e sputacchiare sdegnati quasi tutto quello che hanno nel piatto.
Vista la mole, questo intruso se non altro potrebbe mangiare la sua e la nostra colazione, potrei sorridere e abbozzare una battuta. Così infatti fa Mirko, ma lui non ha la carogna ligure nel DNA.
Inoltre alla mattina, appena alzato, la mia intolleranza e la mia voglia di “ratellare” (per i non liguri significa litigare) raggiungono livelli epici, tuttavia rinuncio al dare il via ad una faida ligure-illirica e ripongo il coltello ed i miei istinti omicidi nei confronti di quella innocente, si fa per dire, creatura. E dire che ligure lo sono solo a metà...e che la mattina era iniziata bene.
Infatti i miei abiti erano perfettamente asciugati durante la notte, a differenza di quelli del mio socio che hanno avuto bisogno di una ulteriore passata con il phon.
Mi limito ad augurare una lunga giornata in toilette al piccolo e rinunciando al formaggio ripiego su una porzione di yogurt.

Saldato il conto (65 euro in due in mezza pensione) ci mettiamo in cammino dopo le nove.
Oramai le temperature non sono più roventi e non è più necessario partire la mattina presto, inoltre la tappa di oggi non dovrebbe essere particolarmente lunga e faticosa.
Non appena raggiungiamo l’incrocio superato ieri, prendiamo la via per Valbona e subito il sentiero sembra voler smentire le nostre aspettative salendo in modo deciso e su fondo particolarmente sdrucciolevole. Poi i sassi smossi lasciano il posto ad un sentiero sterrato e battuto, decisamente più agevole sebbene si continui a procedere in salita all’ombra del bosco.
Il percorso, a differenza di ieri, non è molto panoramico, proprio per il fatto di essere immerso nella foresta. Sarà l’avvicinarsi del traguardo o la stanchezza accumulata ma i nostri passi oggi sono più lenti e pesanti del solito ed abbiamo necessità di fermarci un paio di volte per bere e rifiatare.
Una sorta di bar dentro una enorme capanna mimetizzata tra gli alberi è una visione celestiale, ma quando ci avviciniamo vediamo che è già stato preso d’assalto da un nutrito gruppo di escursionisti tedeschi. Temendo di perdere troppo tempo, decidiamo di proseguire e di fermarci più avanti per pranzo. I nostri appunti riportano infatti l’esistenza di alcuni cafes, il più celebre e celebrato dei quali pare essere il Cafè Simoni che decidiamo di onorare con la nostra presenza.

All’avvicinarsi del passo, la vegetazione inizia ad aprirsi concedendoci di ammirare alcuni scorci sull’aspra vallata di Theth. Una volta al valico il paesaggio cambia di colpo e completamente: ci si para davanti una discesa ripida, a tornanti, sui fianchi di una montagna quasi priva di vegetazione.
Anche il sentiero di restringe diventando un single track in paesaggio lunare per la quasi totalità della discesa. In alcuni punti il sentiero è quasi scavato nella roccia, tanto che viene più naturale guardare in alto per accorgersi di eventuale caduta di detriti che guardare in basso per evitare storte. Queste diventano più probabili verso metà discesa, quando inizia ad esserci vegetazione e alcune radici affioranti possono rivelarsi antipatici trabocchetti.

Come un’oasi nel deserto, proprio al termine del tratto più duro della discesa, appare il Cafè Simoni. E’ ricavato sfruttando perfettamente uno spiazzo tra alcuni grossi alberi ad alto fusto ed utilizzando soprattutto materiale offerto dalla natura: frasche, rocce, tronchi. Più cool di un chiringuito.
Nei dintorni c’è anche un mini camping, utile soprattutto a chi sale in direzione opposta alla nostra.
Una sorgente sgorga nei pressi, dando vita ad un piccolo ruscello ed assicurando gelido ristoro ai piedi surriscaldati ed alle gole secche degli escursionisti.
A placare la sete provvede inoltre l’istrionico Simoni con il suo fornito frigo bar.
Ci aspettavamo di trovare un ruvido montanaro con barba lunga e camicia da boscaiolo, invece davanti a noi si para un giovane in maglietta attillata, rasato di fresco, più conforme ad una località di mare alla moda che ad un chiosco di montagna. Anche lui sembra decisamente cool.
Ci viene spontaneo immaginarlo a fare baldoria in qualche isola greca o spagnola al grido di “E’ quiii la feeestaaa ?!?!” mentre sorseggia un cocktail quasi più fluo della sua sgargiante camicia, maliziosamente aperta per mostrare il petto villoso.
Ha modi e movenze un po’ effeminati, ma mostra tutta la sua virilità nel caricare il basto di un mulo e soprattutto quando, con un movimento improvviso e fulmineo delle mani, schiaccia un’insetto che stava infastidendo un paio di clienti, attirato dallo zucchero di una bevanda gassata.
Anche noi ci concediamo un drink ed ordiniamo due birre che ci vengono servite belle fresche da un Simoni che ammicca e ci augura “enjoooy your luuuunch” proprio mentre affettiamo un maleodorante salume sottovuoto che era rimasto, chissà come, nei nostri zaini fin da Sarajevo!!
Probabilmente, visto che prepara anche panini ed insalate, ironizzava sottilmente sulla qualità del nostro cibo ma di certo con la sua verve non stonerebbe nelle vesti di vocalist al Paaapeeeeteee.

Accanto a noi siede una coppia teutonica. Essendo intenzionati a salire al passo, ci chiedono informazioni su come sia il percorso, poi ci salutano e se ne vanno poco prima di noi.
Rinfrancati nel corpo e nello spirito da questa sosta e dalla visione energizzante di Simoni, affrontiamo la discesa ripetendo come un mantra “E’ quiii la feeestaaa ?!?!” ed abbattendo con le mani invisibili insetti.
Sebbene questo tratto sia piuttosto frequentato e ci siano altri cafè affollati lungo il tracciato, credo che nessuno abbia notato le nostre movenze ed il tono del nostro vociare, infatti arrivati a fondovalle non appare la neuro per prelevarci in camicia di forza.
Al contrario, in un lungo tratto che segue il corso di un torrente in secca, ritroviamo invece i due tedeschi che hanno rinunciato a salire al passo, forse anche perché scoraggiati dalla nostra descrizione del percorso. Ovviamente ci si riconosce subito e, dopo le presentazioni di rito, cominciamo a chiacchierare, raccontandogli del nostro trekking.
Arrivati nei pressi della loro auto ci offrono un passaggio, evitandoci così gli ultimi noiosi otto chilometri su asfalto, vale a dire circa due ore di cammino.
Andiamo infatti nella medesima direzione: il loro campeggio è a poca distanza dalla struttura in cui abbiamo deciso di pernottare. Inevitabile ribadire la canonica domanda: chiulo o classe ?
Essendo loro qui da alcuni giorni, durante il tragitto in auto abbiamo modo di chiedergli anche alcune informazioni sul prosieguo del percorso. La Via Dinarica ufficialmente nel 2017 terminava qui, successivamente forse sono state introdotte estensioni che arrivano fino in Macedonia, ma noi vogliamo comunque continuare a scarpinare per un paio di giorni e raggiungere il monastero di Decani in Kosovo.
La conversazione è estremamente gradevole ed interessante, pertanto quando scendiamo dall’auto restiamo d’accordo per cenare insieme nel ristorante attiguo al loro campeggio.
Non sono stati in grado di rispondere a tutti i nostri quesiti, ma ci dicono che si informeranno.

L’ostello Quku i Valbones è carino ma ci sono pochi ospiti e la camerata, scelta per la mia proverbiale taccagneria, è tutta a nostra disposizione. Oggi è l’ultimo giorno del calciomercato estivo e seguiamo gli ultimi colpi sfruttando il wifi a disposizione nelle spaziose aree comuni.
Prendo male la cessione last second di Zappacosta, scelta che si rivelerà invece poi azzeccata, avendo monetizzato al massimo la miglior stagione in carriera del giocatore. Ormai è un calcio più legato alle plusvalenze, spesso fittizie, che alla creazione di uno zoccolo duro e faccio sempre più fatica ad appassionarmi a quello che una volta era sport ed oggi un business.
Mi viene più facile vivere di ricordi, di quando ogni squadra aveva almeno un giocatore “bandiera”, delle voci di “Tutto il calcio” famigliari come quelle di uno zio, dell’attesa spasmodica di “Novantesimo minuto” con i suoi folkloristici inviati, delle partite di campionato tutte la domenica pomeriggio e delle coppe europee giocate al mercoledì. Ricordi sfumati, in bianco e nero o a pallidi colori, altro che lo sgargiante 4k.
Ecco, ripensando a quel calcio romantico, dove anche un Cagliari o un Verona potevano vincere lo scudetto, apprendiamo con piacere che Karsten e Jenny sono di Amburgo. La squadra locale di cui sono tifosi ha avuto un’annata tribolata, rischiando la retrocessione, ma la sua storia è prestigiosa. Il club più vecchio di Germania, quello con la più lunga ed ininterrotta permanenza nella Bundesliga, vincitore di numerosi trofei nazionali ed europei.
Ovviamente io e Mirko lo ricordiamo con simpatia per la vittoria nella Coppa Campioni del 1983, quando sovvertendo ogni pronostico sconfissero la fortissima Juventus di Trapattoni.
Era chiaro fin dall’inizio che dovesse esserci un filo magico invisibile che ci legava a quella coppia, con cui si è creato da subito un feeling speciale.

La loro fede calcistica emerge a cena. Ordineremmo volentieri un succulento hamburger ma temiamo di urtare la loro suscettibilità, però curiosamente ceniamo con pollo arrosto e patatine.
Data la popolarità del galletto amburghese si potrebbe dire che per loro si è trattato quasi di un atto di cannibalismo.
Durante il desinare ci riferiscono che, dalle informazioni raccolte, è possibile raggiungere a piedi il Kosovo, ma che da Valbona a Cerem ci sarebbe un tratto di strada carrabile piuttosto lungo, quasi totalmente non asfaltato, noioso e polveroso. Karsten si offre anche di darci un passaggio, ma sentendo che la strada è piuttosto sconnessa preferiamo declinare la sua gentile proposta.
Limitandosi ad escursioni giornaliere hanno battuto parecchio i sentieri della zona ed ancora una volta emerge la presenza dei temibili Panda dei Balcani...sostengono di non averli incontrati ma di averne visto più volte gli escrementi, anche nei pressi del campeggio.
Ignorandone noi l’aspetto ci spiegano anche come si presenti la fatta dei plantigradi. Probabilmente ne avremo anche calpestate alcune, il che spiegherebbe la fortuna che da tempo ci assiste. Sempre che non si tratti veramente di autentici colpi di classe...
Vorremmo offrirgli la cena, ma si oppongono con fermezza e riusciamo solo a pagare loro le bevande giunte al tavolo. Il conto è amichevole, sia perché abbiamo trovato rari esemplari di tedeschi piuttosto sobri, sia perché la birra qui in Albania ha prezzi veramente economici.

Rientriamo in ostello camminando in un sentierino lungo il torrente, ma ancora una volta non incontriamo alcun orso, forse perché la luce della mia frontale li infastidisce.
Una volta giunti a destinazione chiediamo in reception se sia possibile ottenere un servizio di trasporto fino a Cerem. Ci rispondono che non dovrebbero esserci problemi, tuttavia non sanno quale possa essere un prezzo indicativo. Trattandosi di una dozzina di chilometri immaginiamo che non sia una spesa proibitiva e che valga comunque la pena affrontarla.
Prima di andare a letto controllo la posta elettronica e ricevo la risposta dal Monastero di Decani. Purtroppo Padre Andrej è stato trasferito in un’altra struttura, ma Petar è ancora lì e garantisce che potremo essere loro ospiti. Questa lieta novella chiude euforicamente una giornata molto positiva.


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Commento file: Verso Valbona
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Commento file: Simoni on the rocks
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Commento file: Scendendo verso il Simoni Cafe
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio mag 13, 2021 19:37 
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Quotazerino

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1 Settembre 2017 – Rumori molesti notturni

L’ingresso nella sala ristorante è accompagnato da profumo di caffe e dalla conferma che hanno organizzato il nostro trasferimento. Come di consueto spazzoliamo ogni cosa edibile a disposizione per affrontare, carichi di energie, la prima tappa post-Dinarica.
Da oggi non potremo più avvalerci delle mappe scaricate sul GPS di Mirko. Abbiamo comunque a disposizione segnavia, appunti, il senso di orientamento, il nostro proverbiale chiulo/classe e la possibilità di testare nuovamente la applicazione sul cellulare scaricata su consiglio del pesarese.
Quando arriviamo a Cerem sono le otto e quarantacinque.
Il costo del trasporto lì per lì ci sconvolge: trentotto euro per dodici chilometri di strada.
Poi però consideriamo che sono stati soldi ben spesi: la strada è in gran parte sterrata, anche se con fondo abbastanza compatto, infatti impieghiamo circa mezzora per coprire la distanza.
Inoltre ci siamo evitati un tratto noioso, poco panoramico e polveroso che, salvo improbabili passaggi da parte di automobilisti impietositi, avrebbe richiesto circa tre ore di cammino.

Il sentiero sale deciso nella foresta e le nostre gambe impigrite da troppi giorni di relativo riposo sembrano non gradire. Il tratto è però paesaggisticamente piacevole e ad un certo punto ci si immette su una sterrata carrabile lungo la quale troviamo alcune fattorie dove è possibile approvvigionarsi di acqua o comprare una bibita. Lungo il cammino è bello trovare queste strutture facenti anche funzione di rifugio. I proprietari conoscono i sentieri e sanno dare indicazioni sul percorso da seguire, ci si può rifocillare ordinando qualcosa da bere o da mangiare e non escludo che siano anche attrezzati per offrire ospitalità notturna ai viandanti di passaggio.
In uno di questi casolari ci fermiamo e compriamo due bibite. I prezzi sono leggermente maggiorati rispetto allo standard nazionale, ma sono pur sempre più competitivi, fatte le dovute proporzioni, di quelle dei rifugi che si trovano sulle nostre amate Alpi.
Dopo un paio di ore raggiungiamo un pianoro. Da qui in avanti il bosco di latifoglie lascia spazio a pascoli e pinete, mentre la pendenza diminuisce sensibilmente trasformandosi in falsopiano per lunghi tratti. Stranamente vediamo meno bunkers del solito, ma non mancano le antiche steli di confine. Su un lato queste riportano in cirillico le iniziali di Socijalisticka Federativna Republika Jugoslavija, dall’altro in caratteri latini le iniziali di Republiken Popullore Socialiste Shqiperise.
Compagni socialisti divisi da un confine invalicabile e ben demarcato fino ai primi anni novanta.
Nemici etnici (il Kosovo è a due passi) divisi da confini permeabili e non segnalati oggi.
Inevitabile riflettere su questa strana evoluzione od involuzione geopolitica. Difficile, se non impossibile, trovare una risposta sensata a tale quesito.

Alle dodici e quarantacinque, quando già iniziamo a pensare a dove fare la pausa pranzo, raggiungiamo una famigliola che cammina nella nostra stessa direzione. Sono montanari e conoscono la strada ma il loro passo è rallentato dalla presenza di un bambino in tenera età.
Non parlano né italiano né inglese, ma a dispetto di insormontabili barriere linguistiche ci fanno capire che vorrebbero invitarci a casa loro per bere qualcosa insieme.
Ovviamente accettiamo ed in breve raggiungiamo la loro umile dimora nel villaggio di Balqina.
Si tratta di un pugno di case abbarbicate sul fianco della montagna. Gli edifici hanno tutti la stessa architettura, vale a dire la forma squadrata tipica dei disegni dei bambini.
Sono in legno, salvo i tetti in lamiera e la base in pietra, ed hanno una latrina poco lontano.
La maggioranza degli edifici versa in stato di abbandono e le condizioni igienico sanitarie sono quantomeno precarie, eppure la casa dei nostri improvvisati amici è modesta ma dignitosa.
Si direbbe anche pulita ed a questo sicuramente provvederà la matriarca che appare da dietro l’uscio. Il suo viso, incorniciato da un fazzoletto, è segnato dalle difficoltà della vita ma il suo sguardo emana serenità ed è felice che ci siano ospiti. Forse la felicità è dovuta al fatto che lei sia consapevole che lasceremo un’offerta per l’ospitalità ricevuta, ma mi piace pensare che fosse invece gioia genuina per la visita di alcuni sconosciuti.

Il nostro stupore per gli arredi semplici ma funzionali deve essere evidente, del resto eravamo preparati al peggio vedendo le altre case. Erion evidentemente se ne accorge ed in un moto d’orgoglio ci fa capire di avere costruito tutto con le sue mani e non stentiamo a crederlo vedendo come abbia trasformato in balocco del semplice tondino di ferro.
Il piccolo Alban infatti non appena arrivati in cortile gioca a fare il pilota ed impugna un volante collegato a delle ruote sterzanti, opera dell’ingegno di Erion.
A vigilare su di lui il fratello maggiore di cui non ricordo il nome.
Non posso fare a meno di pensare alla mancanza di fantasia ed immaginazione che sempre più si riscontra nei nostri bambini, abituati ad avere facilmente ogni cosa e vederla realizzata in modo iper-realistico.
Come dico spesso, viaggiando in certi posti, soprattutto nei villaggi di campagna o di montagna, non ci si sposta solo nello spazio ma anche nel tempo.
Il piccolo Alban potrebbe essere mio padre, nato nel 1933, in quanto in Italia nemmeno quelli della mia generazione hanno avuto giochi così rudimentali.
Cerchiamo di capire come i bambini facciano ad andare a scuola e la mamma ci spiega che a Balqina trascorrono solo le vacanze estive. Durante il periodo scolastico abitano a Bajram Curri.

Nel frattempo Erion ha acceso la stufa per far bollire l’acqua necessaria al nostro sostentamento.
Alla postazione di comando, accanto al focolare, si mette la vecchia ed in breve ci vengono portati del te caldo fatto con erbe di montagna, del riso cotto nel latte e due bicchierini di raki.
Il Balzani è entusiasta per il riso e latte e lo divora con enorme piacere, asserendo che gli ricorda quello che gli faceva la nonna. Io, privo di tali ricordi, mi aspettavo un piatto dolce e trovandolo invece salato ne mangio solo due cucchiai. Entrambi invece beviamo con piacere il te. Con la raki facciamo un brindisi ai nostri ospiti e a Madre Teresa, nata in Macedonia da famiglia albanese, che occhieggia da un calendario appeso alle mie spalle. Dietro di me c’è anche una cartina del Peaks of Balkans che passa di qui. Ne approfittiamo per fotografarla e per chiedere informazioni.
Indichiamo la nostra meta e ci dicono che ci vorranno ancora circa due ore e mezza di cammino.
E’ venuto il momento di salutare la famiglia Lecaj, lasciamo loro un’offerta nonché del miele e dei biscotti per i piccoli di casa e riprendiamo il cammino.

Accorciando le tempistiche indicateci raggiungiamo Dober Dol intorno alle quindici e trenta.
Il villaggio si trova a 1800 metri, in una conca dove pascolano beati cavalli e mucche.
Ci saranno una ventina di baite e quasi tutte offrono servizio di guest-house per gli escursionisti.
La strada, sterrata, è arrivata qui in tempi molto recenti ed è percorribile solo con fuoristrada veri.
Sappiamo che non c’è elettricità, né acquedotto né tanto meno fogne: il posto ci piace già.
Non facciamo in tempo a scegliere una struttura di nostro gradimento perché veniamo circuiti da una ragazzina spigliata che vedendoci arrivare si fionda nella nostra direzione. Parla un discreto inglese e ci offre i servigi della sua famiglia: cena, pernottamento e colazione per venti euro.
Immaginiamo sia la tariffa standard per gli stranieri, non abbiamo voglia di verificare chiedendo in altre case, ed accettiamo anche perché la struttura ad una prima occhiata si rivela abbastanza ampia e pulita. Un piccolo pannello fotovoltaico fornisce un minimo corrente elettrica per gli ospiti ed infine una riserva d’acqua è posta sul tetto del bagno, in modo da far si che il sole la riscaldi e garantisca così una doccia a temperature più gradevoli.
Ne approfittiamo immediatamente per lavarci e per fare il bucato che stendiamo sulla staccionata a sud-ovest ben irradiata dal sole pomeridiano. La casupola per gli ospiti è separata dall’abitazione principale e consta di due stanze. Una scaletta esterna conduce ad un secondo piano che però è senza finestre e che verrà sicuramente usato come disimpegno o come ricovero attrezzi.
Scegliamo la stanza più lontana dal bagno (come detto qui non ci sono fogne) e facciamo un giro per curiosare ma anche per cercare di capire, senza successo, la direzione da prendere domattina.

Vaghiamo senza meta in questa conca priva di vegetazione, le case sono sparse qua e là, generalmente con un podere accanto. Rispetto a Balqina si nota una minore trascuratezza, del resto Dober Dol è tappa ufficiale del Peaks of Balkans ed oltre agli escursionisti su tale via, viene utilizzata anche da chi si muove in indipendenza, come stiamo facendo noi, sapendo che ci sono strutture rustiche ma mediamente attrezzate ad ospitare il camminatore.
Ci sono alcuni rivoli d’acqua e quasi tutte le case sono dotate di un pozzo. Ecco forse la scelta di fermarci nella casa più a valle non è stata la più saggia visto che non esiste un sistema fognario e le case scaricano nel terreno. Un grosso e mansueto cane pastore scruta con apparente indifferenza il nostro passaggio.
Sicuramente sarebbe pronto a dilaniarci se solo osassimo avvicinarci al gregge nelle vicinanze.

Abbozziamo un pezzo del cammino che ci aspetta domani, ma siamo piuttosto svogliati e desistiamo rapidamente tornando sui nostri passi e dirigendoci verso la nostra guesthouse.
Prima di arrivare incontriamo però i toscani con cui avevamo fatto amicizia nel tratto di salita verso l’Albania. Anche loro hanno raggiunto in auto Cerem, poco dopo di noi, ma l’evidente differenza di passo li ha portati qui solo nel tardo pomeriggio. Sono un gruppo piuttosto numeroso e destinato ad essere ospitato in quella che è la casa più grande del villaggio. Da lontano sembra quasi ormai essere una struttura alberghiera. Probabilmente grazie al crescente successo del trekking in zona, avrà avuto uno sviluppo simile alla guesthouse dove ci eravamo fermati a Theth.
Onestamente, soprattutto in un contesto così ancestrale, preferisco strutture a gestione famigliare.

Quando rientriamo le bambine di casa hanno già iniziato a preparare la tavola per la nostra cena.
La più grande avrà al massimo una dozzina di anni ma dimostra già una maturità invidiabile, la più piccola è una peste scatenata che si gode in pieno una spensierata infanzia.
Si mangia all’aperto ed è consigliabile farlo prima che venga buio visto che manca l’elettricità.
Alle diciotto e trenta abbiamo le gambe sotto al tavolo imbandito: insalata mista con formaggio, una ottima zuppa di legumi, ed un piatto di pasta che avrei volentieri sostituito con della carne alla griglia.
Oltre all’acqua di fonte ordiniamo due birre ed in chiusura ci portano anche un cocomero estremamente zuccherino.
Il sole sta calando ma c’è ancora almeno un’oretta di luce per cui le bambine insistono per sfidarci a calcio e poi a palla avvelenata. Sebbene si faccia del nostro meglio per giocare male, tanto che la più grandicella ci sfotte chiamandoci losers, alla fine vinciamo entrambe le sfide.
Esultiamo compostamente come farebbe Giovanni del famoso trio comico milanese, ma purtroppo non siamo riusciti a segnare come fece Aldo nella partita contro i marocchini: qui non c’è sabbia e nessuno di noi due è calvo. Purtroppo non abbiamo alcun trofeo da portare in camera, nemmeno una gamba di legno, e nessun oggetto della casa è degno di essere accostato ad un Garpets.
Sono da poco passate le venti, ma non resta che ritirarsi in camera e prepararsi per la notte.

Non passano neppure un paio di ore che veniamo svegliati da dei rumori.
Scartiamo l’ipotesi che vogliano rubarci la gamba di legno visto che non la abbiamo.
I nostri scarponi poi sono decimo dan di autodifesa, essendo equiparabili ad armi chimiche.
Si apre la porta, la fioca luce si accende per poi rispegnersi con la velocità di un flash.
Probabilmente l’olezzo dei nostri scarponi ha avuto successo e ha messo in fuga gli intrusi.
Ci viene il dubbio di esserci sognati questa scena, ma poco dopo iniziamo a sentire inequivocabili rumori ritmici, accompagnati da sospiri e mugolii, provenienti dalla stanza accanto.
Purtroppo queste effusioni non durano poco come il flash di prima.
Di tanto in tanto il ritmo accelera con foga e veemenza tali da generare gridolini di piacere.
Sembra quasi di essere al doppiaggio di un film porno, per fortuna non siamo sulla scena.
Proviamo anche a commentare ad alta voce, io accenno un applauso seguito da un “bravooo” ma gli improvvisati pornodivi sono troppo impegnati per prestare attenzione ai nostri richiami.
Per fortuna il maschio non ha fatto overdose di Viagra ed, al termine di un rullo di batteria heavy metal, crolla con un verso strozzato che lascia spazio al silenzio irreale di questa vallata.
Chissà chi sarà stato? Probabilmente i genitori delle due bambine, tanto ectoplasmatici di giorno quanto incisivi di notte...oppure magari una coppia di escursionisti arrivata tardi a Dober Dol.
Mi addormento con la speranza di scoprirlo l’indomani, al risveglio.


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Commento file: Antichi confini
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Commento file: paesaggio montano albanese
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Commento file: Mirko ha visto la luce...
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Commento file: Sotto lo sguardo di Madre Teresa
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Commento file: Le casupole di Balqina
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Commento file: L'arrivo nella conca di Dober Dol
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Commento file: La piccola peste
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Commento file: Il guardiano
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Commento file: Il momento della cena
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
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2 Settembre 2017 – Da Tomislavgrad a Tomislav

La notte era iniziata male ma è proseguita peggio.
I rumori molesti sono cessati, ma ho forti dolori addominali dovuti forse ad un colpo di freddo, o forse all’acqua ingurgitata qui a Dober Dol, o ancora per averli augurati a quel bambino di Theth.
Alle prime luci dell’alba divento assiduo frequentatore del cesso alla turca, cercando di battere il record di scariche fatto registrare da Mirko a Zabliak. In una di queste sporco anche i pantaloncini. Per fortuna erano quelli più vecchi e che già avevo pronosticato di gettare al termine di questa ultima tappa. Anticipo di poche ore la loro dismissione, mentre la nostra colazione viene posticipata di un’ora. Ho i brividi e mi sento debole. Faccio overdose di Imodium e mi metto sotto alle coperte. Quando usciamo a fare colazione sono già le otto e trenta. La tavola è riccamente imbandita, ma proprio non mi va di mangiare sebbene la giornata richieda energie.
La curiosità di scoprire i nostri rumorosi vicini di stanza svanisce come la rugiada sotto il sole del mattino. Mi sforzo di ingoiare un po’ di yogurt e marmellata ma subito devo correre in bagno. Torno poi a letto, ma so che non posso fermarmi: i monaci di Decani ci aspettano e non abbiamo modo di comunicare loro un eventuale ritardo perché ovviamente qui non c’è internet.

Recuperato un minimo di energie, paghiamo il conto e chiediamo informazioni sulla direzione da seguire. Non sono per niente in forma ma occorre partire, stringendo i denti e non solo. L’identità dei gaudenti notturni rimarrà ignota anche a Mirko che ha presidiato il porticato per quasi due ore, nell'attesa che mi riprendessi.
Fa già piuttosto caldo e la salita è subito dura, almeno per le mie gambe appesantite dal malessere.
Il mio socio cerca di tenere un ritmo blando, ma fatico a reggere il passo ed a metà salita devo pure fermarmi nuovamente per necessità fisiologiche.
Dopo quest’ultima crisi inizio per fortuna a riprendermi, anche perché dobbiamo focalizzarci sulla ricerca del percorso. Sappiamo di dover lambire il monte Trekufjni, cima Coppi del Peaks of Balkans e di scendere poi verso il Kosovo.
Sebbene, come sembra dedursi dal nome della vetta, siamo nei pressi di tre confini di Stato, non ci sono indicazioni. Solo generici segnavia biancorossi e pure la applicazione sul cellulare, finora affidabile, non è qui di grande aiuto. Per fortuna troviamo un escursionista del posto che ci da sommarie indicazioni sulla direzione da seguire. E’ chiaro che dovremo fare riferimento al nostro senso di orientamento ed alla nostra classe innata nel trovare la via giusta.

L’applicazione non indica un sentiero ma evidenzia la presenza di un torrente che una volta a valle lambisce il monastero di Decani. Decidiamo di raggiungere quel ruscello accanto al quale dovrebbe esserci un piccolo villaggio. Una volta lì proveremo a chiedere se la strada segnalata dalla app scenda effettivamente dove vogliamo andare. Attraversiamo un pianoro che si dirige verso la gola in cui sicuramente scorre il rio. In questo momento non stiamo seguendo alcuna traccia ne tanto meno alcun sentiero ed il fondo è talvolta insidioso, caratterizzato da pini nani e cespugli che nascondono pericolose buche nel terreno. Saggiamente ci teniamo a monte dove la gola sembra meno stretta e dove l’assenza di vegetazione ad alto fusto agevola la visione panoramica della zona.
Raggiunto il bordo del pianoro possiamo esultare e felicitarci per la nostra classe: davanti a noi una ripida discesa conduce al torrente e siamo proprio di fronte al villaggio di Zali Rupa, indicato sugli appunti e che speravamo di raggiungere.

Ad una delle case vedo un abbeveratoio. Sono fortemente disidratato dalla dissenteria così, dopo aver verificato che non ci fossero cani di guardia, apro il cancelletto e mi ci fiondo. Bevo avidamente l’acqua freschissima di questa sorgente incurante del fatto che potrebbe essere ricca di batteri potenzialmente letali per il mio stomaco già minato.
Ovviamente nel villaggio non vediamo anima viva, ma la strada carrabile che vi transita non può che scendere nella direzione da noi voluta e la seguiamo pertanto fiduciosi.
Il fondo sconnesso e ripido non risulta per nulla di nostro gradimento ma ormai il traguardo è vicino e procediamo quasi per forza di inerzia, fino a raggiungere il letto di un torrente in secca.
Qui la strada prosegue in falsopiano e, all’ombra di grandi alberi, troviamo un gruppo di persone intente a banchettare. Chiediamo loro se siamo sulla strada giusta per Decani, ma ci guardiamo bene dal nominare il monastero: potrebbero essere simpatizzanti, se non attivisti, dell’UCK (Ushtria çlirimtare e Kosoves) l’esercito di liberazione del Kosovo, e non gradire.
I tipi confermano ma non sono molto gentili: contrariamente alla prassi di queste latitudini, non ci offrono alcunchè del loro banchetto e ci chiedono solo dove abbiamo dormito, per poi asserire che ci hanno chiesto un prezzo troppo alto e che a loro avrebbero chiesto meno (sai che novità, non ce lo saremmo mai aspettati…).

Poco dopo questo tratto, la strada riprende a scendere ripida e ad un certo punto diventa molto più larga in quanto sono in corso dei lavori, ad opera di una società austriaca, per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica. Di qui in avanti il percorso non dovrebbe cambiare: questa strada polverosa in terra battuta dovrebbe portarci a fondovalle per poi diventare asfalto e transitare di fronte alla nostra agognata destinazione. Ma quando si parla di destino entra in gioco la classe.
Uno dei rarissimi automobilisti in transito si offre di darci un passaggio ed accettiamo di buon grado. E’ un giovane studente che ambisce a diventare maestro e guida con perizia la sua Golf lungo i tornanti di questa lunga discesa di cui conosce ogni buca.
Raggiunto l’asfalto, sulla strada iniziano a trovarsi ostacoli in cemento posti dai militari di sorveglianza per rallentare il transito delle auto. Siamo chiaramente nei pressi del monastero e gli chiediamo di fermarsi lì. Sembra un po’ deluso per la nostra destinazione, ma dobbiamo insistere arrivando quasi alle minacce fisiche perché accetti un compenso per il piacere offertoci.

I militari italiani di stanza qui, a protezione del monastero, verificano i nostri documenti ma non sanno darci risposta se più avanti potremmo avere problemi per la mancanza di timbro di uscita dalla Bosnia. Diciamo loro che siamo in contatto con Padre Petar e provvedono a chiamarlo per vedere se sia vero. Ottenuta conferma ci rilasciano due pass per l’accesso da visitatori alla struttura.
Quando il grande e spesso portone in legno si apre, dietro alle mura perimetrali appare un’oasi di ordine, pulizia, precisione. Il complesso, oggetto di ripetuti attacchi negli anni da parte di gruppi di indipendentisti albanesi, è un gioiello di architettura e di cura del verde.
Sono le quattordici e trenta quando Padre Petar ci accoglie. Ci mostra la stanza a noi riservata e ci dice che se abbiamo voglia, alle quindici in refettorio verrà servito il pranzo.
Certo che ne abbiamo voglia, ed abbiamo anche giusto il tempo per farci una doccia nei bagni comuni riservati a pellegrini e visitatori. Chiulo o classe ? Che ve lo dico a fare ?

Alle quindici in punto, con precisione serba, entriamo nel refettorio o forse in un’esperienza mistica. I tavoli dei pellegrini sono disposti ai lati, mentre al centro si trova la tavolata dei monaci.
Il loro aspetto ieratico incute quasi timore, sicuramente rispetto: alti, barbe infinite e le lunghe tuniche nere dal caratteristico copricapo. Uno di loro legge le sacre scritture finché il suono di una sorta di gong sancisce il termine della loro pausa pranzo.
Per fortuna a noi è concesso un ulteriore round e possiamo continuare a mangiare e terminare il pranzo: risotto ai funghi, torta salata con pomodori, zuppa di verdura e dolce con yogurt.
Sulla tavola non manca il vino prodotto in loco nelle cantine del monastero.

Diamo un’occhiata all’interessante negozio di souvenirs dove si vende di tutto, dal sacro al profano. All’uscita il religioso silenzio è rotto dal vociare di un gruppo. Ancora una volta incrociamo gli escursionisti toscani e ci uniamo a loro per la visita guidata della Chiesa. Altro colpo di classe...
Padre Petar illustra in ottimo italiano la storia dell’edificio e spiega l’iconografia ortodossa che qui raggiunge vette sublimi. Fondata da Stefano Decanski, sepolto al suo interno, nel 1327 e terminata nel 1350. Ospita al suo interno il più grande affresco bizantino arrivato a noi, oltre a circa un migliaio di affreschi e ritratti che ripercorrono tutta la storia del Nuovo Testamento. L’iconostasi lignea è quella originale del XIV secolo ed il sarcofago di Stefano è venerato dagli ortodossi. Inevitabili alcune divagazioni etnico-culturali e religiose sollecitate dalle domande dei toscani sui momenti di tensione vissuti in Kosovo negli ultimi vent’anni. I fiorentini terminata la visita abbandonano il monastero. Per loro è previsto il pernottamento in una struttura alberghiera di Peja/Pec ed un paio di loro mi confidano la loro invidia per la nostra permanenza in struttura.

Continuiamo però a conversare in italiano, non solo con Padre Petar, ma anche con Stefano, omonimo del fondatore del monastero. E’ un giovane salentino venuto nei Balcani per un progetto editoriale sull’eredità culturale della ex Jugoslavia. Finiamo per raccontarci gli episodi più caratteristici delle relative esperienze.
Nel suo viaggio è rimasto colpito dagli Spomenik, dal derby di Belgrado ma soprattutto dalla visita a Kosovska Mitrovica la città simbolo della separazione etnica in Kosovo: metà serba, metà albanese. Una sorta di moderna Berlino dove la divisione ha pur sempre origini e volontà politiche.
Qui però non c’è un muro a dividere la città, ma un fiume attraversato da ponti che per una volta non servono granchè ad unire, ma quasi evidenziano la separazione in quanto l’accesso è spesso sbarrato da improvvisate barricate, cumuli di macerie e quant’altro possa impedirne l’utilizzo.
La parte nord ospita circa dodicimila serbi, la parte sud circa sessantamila albanesi. Da una parte i cartelli stradali sono in cirillico, dall’altra in caratteri latini. Nel mezzo i pesci nuotano felici infischiandosene e passando agevolmente, senza pregiudizi, da una sponda all’altra.
Come il monastero di Decani, anche Kosovska Mitrovica è sottoposta al controllo armato delle forze KFOR, contingente della NATO di stanza in Kosovo da fine anni novanta.
Le nostre chiacchiere proseguono a lungo nel porticato, dove i monaci ci hanno invitato a sedere, offrendoci anche acqua fresca e limonata.

In breve viene l’ora di cena. Questa volta i monaci non sono presenti, in quanto la loro regola impone due soli pasti al giorno, uno la mattina e uno il pomeriggio.
A tavola conosciamo un pellegrino serbo-ortodosso lì con la sua famiglia.
Curiosamente si chiama Tomislav ed ideologicamente chiude il nostro cammino, iniziato proprio a Tomislavgrad (letteralmente la città di Tomislav).
Abbiamo percorso a piedi oltre settecento chilometri, attraversato frontiere invisibili e paesi divisi da odi etnici ma accomunati da una indistinta e squisita ospitalità nei nostri confronti.
E’ ancora troppo presto per riavvolgere il nastro dei ricordi e solo con il tempo ci renderemo conto di questa impresa, rimembrando con un sorriso nostalgico anche i rari momenti di difficoltà di questo viaggio nello spazio, nel tempo, ma soprattutto dentro noi stessi.
E poi è vero che è terminato il nostro trekking, ma sta per iniziare il nostro periodo da turisti. Abbiamo a disposizione ancora parecchi giorni per visitare Kosovo, Macedonia e rientrare in Albania prima di tornare a casa. Siamo certi che ci riserveranno altri momenti indimenticabili.
Giusto quindi guardare avanti e godersi il presente.

Questa sera gioca la Nazionale di calcio, ma gli unici interessati sembrano essere i militari italiani che sorvegliano noi e la struttura che ci ospita.
Noi preferiamo concederci un’ultima passeggiata per il Monastero con la pluri-secolare Chiesa che all’imbrunire sembra brillare come una stella nel firmamento grazie alla luce di candele e lampadine accese al suo interno.
Alle ventuno, per rispettare il riposo di monaci e pellegrini, viene disattivato il segnale wifi di cui comunque qui si sente veramente poco il bisogno. Sembra di essere proprio nel luogo ideale per staccarsi dalla realtà ed ancora una volta, per certi versi viaggiare in un tempo che qui sembra essersi cristallizzato nei gesti e nei ritmi quotidiani dei religiosi e dei laici che prestano servizio per aiutarli nella manutenzione della struttura e dei suoi possedimenti agricoli.
Ci adeguiamo facilmente al loro ritmo ora et labora e prima delle ventidue siamo già in camera.


Allegati:
Commento file: Scarponi da guardia...
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Commento file: La struttura in cui pernottammo a Dober Dol
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Commento file: Mungitura mattutina a Dober Dol
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Commento file: Salendo verso il Trekufini
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Commento file: Scendendo verso Zali Rupa, Kosovo
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Commento file: Pranzo in refettorio al monastero di Visoki Decani
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Commento file: L'ingresso entro le mura del monastero
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Commento file: affreschi magnifici
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Commento file: Visoki Decani dopo il tramonto
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun mag 24, 2021 12:21 
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3-4-5 Settembre 2017 – Scoppiati a Skopje

Un rumore ritmico e regolare ci sveglia e veniamo assaliti dal timore di esserci persi la funzione solenne della domenica mattina a cui Padre Petar ci aveva invitati ad assistere.
Nel dormiveglia mi immagino crocifisso in refettorio per punizione, forse per il suono martellante.
Trafelato mi affaccio alla finestra e mi tranquillizzo: il rumore è prodotto da un monaco che cammina percuotendo con un mazzuolo una sorta di trave in legno appoggiata sulla spalla sinistra.
Ritengo sia il segnale per richiamare alla funzione religiosa i monaci che immagino già dall’alba impegnati nelle attività ad essi assegnate, che vanno dai lavori nei campi alla falegnameria.
Sono solo le sette e venti ed abbiamo tempo di lavarci e prepararci con calma. Facciamo anche una leggera colazione in camera con dei biscotti comprati giorni fa e delle bustine di miele monouso.

Quando usciamo rimaniamo basiti. Una folla di fedeli è radunata all’interno delle mura del monastero. Sono arrivati con mezzi propri e con minibus da svariati angoli del Kosovo, partendo ad orari antelucani per essere qui alla messa delle otto. Ero convinto che fosse una celebrazione per pochi intimi, essenzialmente per gli ospiti del monastero.
La messa, solenne e cantata, vede la coinvolgente partecipazione dei fedeli che intonano litanie a me incomprensibili alternandole ad innumerevoli segni della croce. Alcuni accompagnano tale gesto con una sorta di genuflessione a toccare con la mano il pavimento della Chiesa.
L’atmosfera è quanto mai suggestiva nel rimbombare dei cori e nella penombra garantita dalla fioca luce del mattino e delle candele. Sembra quasi che i mille volti dipinti negli affreschi si muovano e stiano partecipando alla messa. L’abbondante uso di incensi avvolge il tutto di un’atmosfera misteriosa e finisce per stordire i sensi, non solo l’olfatto.
La messa dura circa novanta minuti al termine dei quali i pellegrini si mettono in fila per baciare il sarcofago di Stefano Decanski e ricevere una sorta di benedizione. Viene impartita ungendo la fronte con dell’olio santo a formare una croce. Noto che è incaricato di questa pratica il caro Padre Petar e così vinco le ultime ritrosie e mi imbuco anche io per riceverla.

Avvolto da un alone di quasi santità raggiungo Mirko che non ha resistito per tutta la durata della messa ed è uscito nel cortile. Chiacchierando con alcuni militari ha saputo il risultato della partita della nazionale. Una sconfitta per tre a zero contro una Spagna decisamente non alla nostra portata, il che rende un po’ meno pesante il passivo, per quanto sinceramente della partita e del risultato non ce ne interessasse quasi nulla. Era più che altro una curiosità ed un modo per attaccare bottone con i nostri soldati, con la speranza che raccontassero qualche aneddoto o segreto sulla vita del monastero.
Professionalmente però mantengono il riserbo sugli attacchi passati e sui pericoli futuri per loro, per il monastero ed i monaci che sono deputati a difendere.
Nemmeno l’insistenza giornalistica di Stefano si rivela una strategia vincente, per cui le uniche confessioni sono quelle rilasciate dai monaci e per quanto affidabili e credibili, sicuramente di parte.

I religiosi rifiutano la nostra offerta di denaro e ci invitano ad unirci a loro anche per il pranzo, prima di lasciare la struttura. Non possiamo fare altro che accettare, ma ovviamente facciamo in modo di depositare dei soldi dentro una cassetta delle offerte all’interno della Chiesa.
Il desinare è previsto per le undici e mezza. Abbiamo abbastanza tempo per rilassarci un po’ in camera, sfruttare il wifi per comunicare con amici e parenti e preparare gli zaini.
In refettorio si ripete la scena coinvolgente di ieri, ma il menu cambia: peperoni ripieni, zuppa con carne e verdure, trote alla griglia e formaggio prodotto nel monastero. Indubbiamente non si può negare che i monaci si trattino bene da un punto di vista alimentare. Ci riteniamo molto fortunati a poterne approfittare visto che ci aspetta una lunga giornata di trasferimenti.
Tanto per cominciare ci incamminiamo a piedi verso Decani, realizzando subito quanto strida il disordine e la sporcizia del centro abitato con la precisione e la pulizia del monastero.
Purtroppo nei Balcani il rispetto dell’ambiente è un aspetto ancora poco considerato e tra i paesi attraversati, in base alla nostra esperienza, solo il Montenegro sembra adottare una politica un più moderna di gestione dei rifiuti ed una maggiore attenzione alla natura.

A Decani paese c’è ben poco da vedere, a parte un paio di statue dedicate a combattenti dell’ UCK ritratti in uniforme mentre imbracciano un’arma con fare bellicoso. Ci fermiamo giusto il tempo di trovare un taxi per Peja (Pec in serbo) dove meriterebbe una visita il Patriarcato, per completare una full immersion nella cultura serbo-ortodossa. Più aderente alla cultura islamica e albanese sarebbe invece una visita a Prizren, interessante cittadina poco lontana da Decani, dove sostai anni fa. All’epoca dissi che questa città mi riconciliò con il Kosovo. Oltre ad un’atmosfera più rilassata e piacevole, trovai il Marash, l’antico quartiere ottomano, una splendida perla architettonica.
La vista al tramonto dalla fortezza “Kalaia”, cenare nei ristoranti all’aperto e passeggiare per le vie del centro storico invase da kosovari dediti al xhiro furono esperienze molto piacevoli.
Il “xhiro” è una tradizione della cultura albanese assimilabile alle nostre vasche: solo che qui la gente, incluse famiglie con bambini ed anziani, vive le strade e la piazza anche fino a tarda notte, mentre in Italia con il calare delle tenebre ormai le persone tendono a rintanarsi in casa.

Noi però abbiamo intenzione di raggiungere Skopje entro sera e possiamo riuscirci solo qualora si riesca a non perdere alcuna coincidenza di viaggio. Non possiamo quindi fare soste lunghe.
Da Peja, alle tredici e quarantacinque, prendiamo un bus per Pristina, la capitale del Kosovo. E’ una città cresciuta di recente ed un po’ caoticamente, non molto interessante da un punto di vista turistico se non per una vita notturna e culturale/sociale piuttosto vivace, grazie anche al fatto di avere una popolazione molto giovane.
Non è un caso che il soprannome della città sia “Newborn” come evidenziato da una statua.
Anni fa vi arrivai con un viaggio notturno tragico da Podgorica, la capitale del Montenegro.
Il bus su cui viaggiavo bucò due volte, la seconda volta in mezzo al nulla, e vi giunse con due ore di ritardo. Riuscii anche a dormicchiare accoccolato tra due ali di zingari nel sedile centrale dell’ultima fila di sedili, quella dove solitamente si mettono i casinisti nelle gite scolastiche.
Nel 2012 la definii una città cantiere, caotica e polverosa. Non abbiamo tempo e voglia di indagare se sia cambiata in meglio. In poco meno di un’ora ci aspetta l’ennesimo cambio di mezzo di trasporto. Abbiamo giusto il tempo di mangiare uno snack e di andare in bagno.
Ancora una volta viene spontaneo chiedersi se sia sempre chiulo o classe.

In ogni caso partiamo puntuali verso il confine, con il dubbio che qualcuno possa contestare l’assenza di timbri di entrata in Kosovo e di uscita dalla Bosnia. Un poliziotto sale a bordo per raccogliere i documenti. Ha la faccia truce ed incatsata di chi ha dormito male o gli hanno rigato la macchina. Che poi è la classica maschera che vediamo indossare a chi è preposto a controllarci.
Se poi sappiamo pure di avere la coda di paglia è facile che anche un volto angelico e pacioso ci sembri quello di un pazzo criminale pronto a torturarci fisicamente in stile Guantanamo.
La sosta alla frontiera si rivela più lunga del previsto, sicuramente ci sarà qualche problema e probabilmente riguarda i nostri documenti. Il Balzani poi nella foto tessera sembra un terrorista.
Ci vediamo già con la divisa arancione, che peraltro a me donerebbe tantissimo, quando ci rendono i documenti e riprendiamo tranquillamente il viaggio.

La stazione dei bus di Skopje è piuttosto triste, come si conviene ad un posto del genere, ma pur sempre ricca di vita, soprattutto al cospetto dell’adiacente stazione ferroviaria che sembra uscita da un celebre film di George Romero. Immaginando di trovarla deserta, come di consueto, ho deciso di farla visitare anche a Mirko che sentitamente ringrazia, esultando anche per il ritorno dell’amato cirillico su cartelli e insegne.
Di certo il primo impatto con la capitale macedone è stato piuttosto traumatizzante per il mio amico, ma il meglio deve ancora venire.
Prima però dobbiamo raggiungere il nostro ostello, strategicamente poco lontano dal movicentro, per effettuare il check-in e concederci una doccia e qualche istante di relax.
Ora si che possiamo partire per esplorare Skopje. Camminiamo costeggiando il fiume Vardar dove alcuni bambini fanno il bagno in acque sicuramente non balneabili, tra pantegane e plastiche varie. Ad addolcire quest’immagine di apparente degrado il fratello più grande vigila su di loro tenendo in mano dei palloncini colorati, che probabilmente erano però destinati alla vendita.
Avvicinandoci al centro sembra di essere stati catapultati in un parco divertimenti kitsch in salsa neoclassica. Già anni fa avevo notato il fiorire di statue, monumenti e palazzi a celebrare le origini di Alessandro Magno. Ora sembra veramente di essere ad Alexander-Land anche se sfortunatamente in base a quello che vediamo più che il celebre condottiero, sembra che si voglia celebrare lo spreco di denari pubblici ed il riciclaggio di denaro sporco. Se non altro non è richiesto un biglietto per entrare in questa sorta di parco tematico...almeno non ancora…

Un toro dalle palle più lucide di quello di Wall Street, una ragazza discinta al cellulare, un tipo dal fare minaccioso che sembra pronto a scagliare un pugno, un santone emaciato forse un mendicante o un sadhu indiano ed un pesce con le gambe sono solo alcuni dei personaggi che ci accompagnano lungo il cammino verso la casa natale di Madre Teresa.
Anche questa sembra uscita dalla penna di un disegnatore Disney in acido, con una sorta di colonna bombata, simile ad un birillo degna più della casa di Aladdin che di quella della Santa. In omaggio alla sua veste l’edificio, dalle ingiustificabili finestre ad oblò, è stato tinteggiato discutibilmente con colombe bianche su sfondo celeste.
Proseguendo nella medesima direzione si raggiunge la vecchia stazione ferroviaria, rimasta più o meno come la aveva ridotta il terribile terremoto del 1963. L’ala meglio conservata e meno instabile dell’edificio ospita il museo della città di Skopje che visitai in passato, trovandolo piuttosto interessante. Oltre a reperti archeologici e storici, c’è spazio anche per il secolo scorso ed io ho particolarmente apprezzato le ricostruzioni degli appartamenti tipici delle famiglie macedoni nei decenni del dopoguerra. And the winner is...the 70’s con un sorprendente appartamento in stile psichedelico che avrebbe potuto essere anche londinese se non fosse che i fumetti di Alan Ford erano in cirillico.

Va ricordato che al di là della cortina di ferro, la Jugoslavia era considerata ampiamente il paese più libertario ed occidentalizzato. A dispetto di differenze etnico culturali profonde, la federazione jugoslava fu per quarant’anni un ben riuscito esperimento utopico di convivenza, poi negli anni novanta, qualcuno ben supportato da media locali e forse da interessi stranieri ha alimentato populismo e nazionalismo portandoli alle estreme conseguenze che tutti noi purtroppo conosciamo.
A tal proposito attraversare l’antico ponte di pietra sul Vardar conduce all’altra metà dell’eredità storico culturale di Skopje, ossia a quella ottomana e musulmana che si contrappone ad Alexanderland. Qui per fortuna il florilegio di statue non è ancora arrivato e si respira più storia.

La fortezza riaperta parzialmente dopo anni di ristrutturazioni consente una visione panoramica della città. Poi si scende e ci si immerge tra vicoli e caotici bazar, alla ricerca di qualche ristorante tipico dove gustare specialità locali sebbene non sia facile trovare locali che vendono alcolici.
La cucina non si discosta molto da quella Bosniaca ed anche qui cevapi e burek vanno per la maggiore. Nei dolci è palpabile l’influenza turca con frutta secca e miele a farla da padrone.
I vecchi bagni turchi sono stati trasformati in una galleria d’arte dove uno dei pezzi più ammirati è una gamba in legno...roba da intenditori o da Garpets…il mio falegname per trenta euro la farebbe sicuramente meglio e non si scorderebbe le unghie...
Ai piedi di un imbizzarrito Bucefalo sapientemente domato da Alessandro, un’orchestra sinfonica, accompagnata da un gruppo vocale, esegue un concerto pubblico in onore di Madre Teresa.
La statua dell’uomo-albero applaudirebbe se avesse le mani al posto di un groviglio di rami.

Durante la nostra permanenza in città si disputa la partita di calcio Macedonia-Albania.
La minoranza albanese si raduna in una piazza davanti ad un maxischermo: cori, fumogeni e voglia di indipendenza. La maggioranza macedone sembra indifferente al match ed alle richieste albanesi.
Perfino Madre Teresa è oggetto di contesa: nata in Macedonia ma da famiglia albanese con questi ultimi che ne rivendicano con orgoglio la paternità. Speriamo che questi fermenti non finiscano per generare una situazione incandescente ed inestinguibile come quella vissuta in Kosovo.

A Skopje siamo scoppiati, abbiamo bisogno di un ritorno alla natura. Decidiamo di effettuare un’escursione al lago Matka: un bacino artificiale ricavato all’interno di uno splendido canyon.
Conosco il posto e come arrivarci, ma mentre anni fa il bus arrivava nei pressi del lago, ora a causa di lavori che restringono la carreggiata si ferma nell’ultimo villaggio costringendoci a camminare per circa un’ora lungo una poco trafficata strada lungo la quale ammiriamo soprattutto un curioso minareto missilistico rivestito di metallo ed una grande quantità di spazzatura abbandonata.
Un torrente artificiale creato per vibranti competizioni di canoa o di kajak si contrappone alla sacralità ed alla tranquillità del monastero di Sv.Bogorodica dallo splendido cortile, curato maniacalmente dalle monache che lo abitano.
Altri monasteri ed eremi si trovano seminascosti sulle pareti scoscese del canyon, ma non ci siamo preparati per un’avventura di questo tipo e ci limitiamo a passeggiare lungo il lago, accompagnati da un simpatico bastardino. All’ennesima discarica abusiva decidiamo che è il momento di tornare indietro. Ca va sans dire che arrivati al paesino di prima abbiamo giusto il tempo di comprare del burek che sopraggiunge il bus per Skopje. La classe non è acqua, quella che inizia a cadere mentre siamo a bordo invece sì. Un benaugurante arcobaleno accoglie il nostro rientro nella capitale macedone.


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Commento file: il richiamo alla preghiera
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Commento file: La benedizione a Decani
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Commento file: Stazione ferroviaria di Skopje, all'ora di punta
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Commento file: Alexanderland di notte
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Commento file: Casa museo di Madre Teresa
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Commento file: Pesce antropomorfo
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Commento file: Welcome to Alexanderland
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Commento file: combattente UCK a Decani
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Commento file: Memorie di quasi 80 anni fa...già allora gli italiani a protezione del monastero
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Commento file: Badge di accesso al monastero
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MessaggioInviato: dom mag 30, 2021 20:34 
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6 / 7 Settembre 2017 – Perle e pirla ad Ohrid

Il bus impiega quasi quattro ore per portarci a destinazione. Durante il tragitto fa diverse pause, una di queste a Tetovo, cuore dell’indipendentismo albanese. Non abbiamo il tempo per accorgercene, ma solo quello di comprare uno snack e di andare in bagno.
In ostello a Skopje, durante la notte, c’è stato un susseguirsi di check-in e check-out ad orari improbabili, abbiamo dormito malissimo e buona parte del viaggio lo trascorriamo ciondolando la testa ed alternando fasi di sonno a risvegli improvvisi con rivoli di bavetta agli angoli della bocca.
Ohrid però è troppo bella e la guest-house troppo fredda per concederci un riposino pomeridiano.
Villa Mostrovi già a partire dal nome non si presenta in modo incoraggiante, il titolare poi sembra Lurch Addams, non parla alcuna lingua a noi conosciuta e ci chiede immediatamente il pagamento. La camera è pulita ma fa un freddo polare. Memore della scorsa visita guido il mio compagno di avventura alla scoperta della perla di Macedonia, Ohrid appunto, famosa peraltro proprio per la vendita di gioielli in filigrana d’argento impreziositi da perle di lago che vengono realizzate utilizzando le squame di un particolare pesce che nuota nelle acque di quello che è considerato il più antico e profondo lago d’Europa. Un altro primato riguarda il numero di specie endemiche animali e vegetali che ne hanno determinato l’elezione a patrimonio UNESCO fin dal 1979.

Le vie di questo centro a forte vocazione turistica sono sensibilmente più pulite di quelle di Skopje e sono punteggiate da innumerevoli chiese, edicole e monasteri. Varcando Porta Sv. Periplepta si entra nel vivo della Ohrid da cartolina. L’anfiteatro romano ancora usato oggi per spettacoli canori, offre una splendida vista del lago dalle sfumature turchesi. Le mura difensive ampliano la vista panoramica quasi a trecentosessanta gradi. Proprio accanto ad esse, le pareti della chiesa di Sv. Bogorodica Perivlepta sono ricoperte da straordinari affreschi del XIII secolo. Un sentiero in pineta scende verso il Plaosnik, complesso monastico con lo specchio d’acqua e le montagne albanesi sullo sfondo. Poi riprendiamo a scendere e ci innestiamo su un percorso panoramico che conduce alla scenografica cappella di Sv. Jovan Kaneo su un piccolo promontorio a picco sul lago. Ai suoi piedi, a filo d’acqua, la minuscola edicola dedicata a Mala Bogorodica ed un percorso litoraneo che conduce verso il centro abitato. Un novello Nureyev slalomeggia tra la gente con la leggiadria di una farfalla tra i fiori. Danza vezzoso in punta di piedi per raggiungere la spiaggia o forse il Lago...dei cigni. Più tardi lo vedremo nelle vie dello struscio, intento ad esibire la sua eleganza ed a pavoneggiarsi a colpi di indumenti in un candido lino che fanno risaltare la sua abbronzatura. La risposta macedone a Simoni da Valbona.
Le case addossate ed i vicoli stretti ricordano atmosfere da Riviera Ligure, con tanto di profumo di frittura di pesce che proviene dai numerosi ristoranti. Gatti sornioni scrutano il nostro passaggio. Non cediamo alle tentazioni della gola, ma ci concediamo un paio di birre in un locale che si affaccia sul lago, poi riprendiamo il cammino e visitiamo il complesso di S.Sofia che al suo interno ospita splendide icone ed al suo esterno, nel cortile, una colonia di giocose tartarughe di terra.

Il litorale è un po’ rumoroso e caotico tra famiglie di bagnanti e capitani di barche che offrono i loro servigi. Uno di questi seguita a perseguitarci con una fastidiosa insistenza, ma apprezziamo il suo look degno di Paolo Frattini celeberrimo presentatore di televendite in abito da ammiraglio.
Sul molo alcuni pescatori al tramonto mi fanno pensare alla canzone di De Andrè, ma nessuno di loro verserà per noi vino, né spezzerà il pane. Forse perché non siamo assassini. Non ancora.
Il lungolago è il centro vitale di Ohrid e lo percorriamo fino a dove è possibile. La passeggiata è piacevole tanto di giorno quanto di sera. Per due volte assistiamo gratuitamente ad un festival musicale. Nella prima occasione dedicata alla musica folk ci fermiamo per pochi istanti, nella seconda serata l’abbinamento musica pop e sfilata di modelle ci convince a sederci e gustarci lo spettacolo.
Il salotto buono di Ohrid è invece la via pedonale che porta dal molo allo Stari Cinar, un enorme platano vecchio di alcune centinaia di anni che si trova nei pressi della nostra guest-house.
E’ la via dello struscio e dello shopping che spazia dai souvenir più o meno originali ai gioielli. Non mancano bar, ristoranti e negozi di abbigliamento. Dopo lo Stari Cinar inizia la parte più residenziale, all’interno della quale si trovano il bazar, i vecchi bagni turchi ed una moschea a testimonianza dell’antico periodo di dominazione ottomana in questa culla dell’ortodossia.

L’inizio della via pedonale provoca un attacco di isteria nel Barsani. Due statue celebrano i Santi Cirillo e Metodio. Al primo è associato il nome dell’alfabeto che destabilizza Mirko e devo trattenerlo dal compiere gesti inconsulti che potrebbero generare risentimento nella popolazione locale. Gli Ohridesi peraltro si rivelano piuttosto ostili e diffidenti nei confronti dei vicini Albanesi ed anche di più verso i Kosovari. Ancora una volta segnali di intolleranza emergono nelle poche chiacchiere che scambiamo con persone del luogo, a cui descriviamo il nostro cammino.
Oltre a questo, parlando con gente del posto apprendiamo che di qui passava la antica Via Egnatia.
I romani costruirono questa via di comunicazione che da Apollonia, l’odierna Fier in Albania, raggiungeva Costantinopoli. Temo che oggi non sia in gran parte più praticabile con tratti abbandonati ed altri ricoperti da strade in asfalto molto trafficate, però questa notizia un qualche tarlo ce lo mette. Chissà che in futuro non si torni da queste parti per una nuova avventura...


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Commento file: Curiosità gastronomiche...
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Commento file: Sv. Jovan Kaneo
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Commento file: Pescatore all'ombra dell'ultimo sole...
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Commento file: Santi Cirillo e Metodio
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun mag 31, 2021 17:34 
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Ops, mi ero scordato le foto del lago Matka nei pressi di Skopje


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Commento file: arrivo al lago Matka
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Commento file: troppa rumenta...
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Commento file: giornata plumbea al lago Matka
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio giu 03, 2021 12:34 
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8 Settembre 2017 – Amicizia e fiumi di parole…senza i Jalisse...

Il bus procede spedito sulla strada litoranea che concede alcuni magici scorci sul lago.
Lungo il tragitto, a Gradiste, si trova anche l’interessante ricostruzione di un villaggio del neolitico, edificato in seguito al rinvenimento di resti archeologici. Attraversiamo alcuni borghi lacustri, meno affascinanti di Ohrid ma forse più gradevoli e rilassanti per chi vuole fare vita da spiaggia.
Poi in un tratto di strada insignificante la polizia ci sbarra la strada. Inevitabilmente la psiche umana ci fa pensare a qualcosa di brutto, ma in realtà la sosta forzata in uno spiazzo serve a consentire il transito di una gara podistica. Onestamente al di là dei primi cinque o sei atleti, la grande maggioranza di loro sembrava piuttosto improvvisata ed affannata.
Ovviamente dedichiamo il tifo e gli incitamenti più rumorosi a quelli che arrancano a stento in questo tratto che per loro è in leggera salita.

Questo imprevisto riduce a poco più di un’ora il tempo a disposizione per visitare il monastero di Sveti Naum. L’avvicinamento all’area è accompagnato da grida strazianti. Forse i parenti di quell’anziano corridore ormai paonazzo che procedeva a zig-zag ? O quelli del vincitore squalificato per qualche motivo ? No, non possono essere voci umane quelle che si sentono.
Infatti sono emesse dai pavoni. A decine questi splendi uccelli dal canto sgradevole popolano l’area e ricevono forse più attenzioni e fotografie del monastero stesso. Cercando di immortalarne uno nell’atto di fare la ruota notiamo un pavone albino. Chissà che sia il Nureyev di Ohrid camuffato? Ma è solo una pia illusione. Lui vola troppo alto rispetto a questi pennuti.
Il complesso è in posizione scenografica sul lago ed al suo interno vanta splendidi dipinti nonché una preziosa iconostasi e la tomba di Sv.Naum. La leggenda vuole che appoggiando l’orecchio alla lapide, si possa sentire il battito cardiaco del Santo. Ma noi non siamo leggenda.
Ci sono diversi sentieri, un lago minore immissario dell’Ohrid, ed un paesaggio bucolico che spazia dall’ambiente lacustre a quello prealpino del parco nazionale di Galicica.
Inevitabilmente turisti e fedeli accorrono qui a frotte e non possono mancare numerosi ristoranti e bar, come anche chioschi di cibo di strada e di souvenir che fanno la felicità soprattutto dei bambini.
Noi siamo in modalità barbone, ci resta un pugno di monete macedoni e le utilizziamo per fare un po’ di spesa in un piccolo negozio di alimentari: biscotti, snack dolci e salati per il pomeriggio.

Ci aspetta infatti una lunga camminata fino a Pogradec in Albania, una dozzina di chilometri interamente su asfalto, con un nuovo passaggio attraverso una frontiera ufficiale.
Per complicarci la vita seguiamo un sentiero apparso sulla mia app. Dapprima si procede agevolmente accanto al lago minore, in ambiente molto umido e ricco di vegetazione.
Il sentiero e la relativa traccia sulla app spariscono poco lontano da una strada asfaltata.
Le macchine di passaggio ci guidano, come un segnavia sonoro, nell’attraversamento di una fitta boscaglia dove i nostri enormi zaini si incastrano che è un piacere tra rami e rovi.
Le nostre urla belluine di disappunto rivaleggiano con quelle dei pavoni ormai lontani.
L’avvistamento di bottigliette, lattine e cartacce segnala inequivocabilmente l’avvicinarsi della strada, che raggiungiamo poche centinaia di metri prima del confine.
Qui i taxisti macedoni scaricano rari turisti o gente che abita sul confine che, attraversata la frontiera a piedi, vengono raccolti dai loro colleghi albanesi.
Sorte simile toccherebbe a noi, se non fosse che decidiamo di essere duri e puri, in quanto sebbene su asfalto la strada si annuncia panoramica e poi dopo centinaia di chilometri di cammino non sono certo diecimila metri, peraltro tutti racchiusi in dieci chilometri, a spaventarci.
I poliziotti sono abituati al transito di pedoni e non badano troppo a noi ed alla cronistoria dei nostri passaporti. Anche perché in un impeto di lucidità mi sono ricordato che in Albania possiamo entrare anche mostrando la carta d’identità. Così facciamo per prevenire eventuali domande scomode che gli assonnati e svogliati frontalieri dubito ci avrebbero comunque rivolto.

In un attimo entriamo ancora una volta, la terza, nel paese delle aquile.
Ad accoglierci alcune vecchie Mercedes di taxisti più o meno abusivi e gli immancabili bunkers in cemento armato. Il tragitto è mediamente gradevole per le viste ed i panorami, ma il fondo asfaltato ci cuoce ben presto i piedi, anche perché affrontato con pesanti scarponi e durante le ore più calde.
Per dignità non ricorriamo all’autostop ma in cuor nostro speriamo che qualcuno si fermi di sua sponte per offrirci un passaggio. Poco prima di Pogradec, che da il nome albanese al lago (liqeni i Pogradecit) attraversiamo un borgo turistico che fa il paio con quelli sulle sponde macedoni.
Sicuramente qui si riversavano i membri dell’intellighenzia comunista in graziose dacie, ed i proletari negli alberghi e campeggi del popolo. Oggi invece prevalgono auto di grossa cilindrata e con targa straniera, probabilmente di Albanesi emigrati all’estero in cerca di fortuna.
Ci sono alcune strutture, alberghi e ristoranti lungo il lago che risentono del peso degli anni e mediamente trovo il lato macedone paesaggisticamente più grazioso.
In assenza di compassionevoli autisti, per poco non veniamo schiacciati da un aspirante Schumacher che ci sfonda le orecchie con un clacson illegale per aver osato intralciargli la via.
Alcuni bambini osservano con curiosità e timidezza il passaggio di questi due strani viandanti.

Arriviamo a Pogradec in circa un’ora e mezza dal transito alla frontiera, alle tredici e trenta.
Appunti ed app ci consentono di trovare con una certa facilità la stazione dei bus per Tirana.
Una motocicletta della polizia sembra essere uscita dal telefilm CHIPS, ma di Ponciarello non c’è traccia e del suo collega nessuno ormai ricorda manco più il nome, figuriamoci la faccia.
Il furgon partirà poco dopo le quattordici e tutto fila come da programma: la classe non è acqua…forse birra, come quella che beviamo nell’attesa della partenza e che forse anche Ponch era andato a scolarsi abbandonando il suo destriero d’acciaio.
Lungo il tragitto dai finestrini appaiono brutture architettoniche, paeselli tristi e polverosi intervallati da paesaggi aspri ed affascinanti. Un signore davanti a noi ci mostra una strada sterrata che si arrampica su una spoglia e dirupata montagna e ci spiega in buon italiano che è un residuo della via Egnatia...ancora una volta il tarlo si intreccia con la nostra strada.

In circa tre ore, con una spesa di quattrocentocinquanta leke, arriviamo a Tirana.
La strada per raggiungere l’ostello è piuttosto lunga, ma riusciamo a non perderci e lungo il tragitto cambiamo anche le ultime banconote di denar macedoni rimaste.
Questa volta la camerata è piuttosto affollata e decisamente eterogenea ma riusciamo a sistemarci comodamente. In attesa di cena laviamo noi ed i nostri abiti, per poi concederci un po’ di relax.
Il wifi ci aiuta nella scelta del ristorante: tek zgara tirones. Più difficile a dirsi che a trovarlo.
Sembra un po’ la classica trattoria italiana, anche nel menu dove ampio spazio viene dedicato a specialità locali. Assaggiamo il fergese, una specie di frittata con verdure, seguito da un mix di polpette, alcune speziate, altre con formaggio e pancetta. Bevendo due birre a testa spendiamo milleseicento leke (circa dodici euro al cambio di agosto 2017).
Siccome Mirko ha anticipato la partenza a domani, decidiamo di fare due passi per cercare il luogo da cui parte il Rinas Express, come si chiama la navetta che collega il centro di Tirana all’aeroporto.
Lungo il percorso attraversiamo una grande piazza dove è in corso una grande festa, con musica dal vivo e birra a fiumi. Inevitabilmente la ricerca del Rinas Express passa in secondo piano.

Con il consueto colpo di classe, siamo capitati nel bel mezzo della Festa dell’amicizia e finiamo per farla, complice l’ambiente giovane ed informale, la musica trascinante, l’atmosfera elettrizzante e la socialità spinta a colpi di libagioni di bionda bevanda.
Una piccola compagnia siede accanto a noi, ci sente parlare italiano e ci chiede con gioia di unirci a loro. Sono due ragazze ed un ragazzo, tutti parlano la nostra lingua e lavorano in call centers per ditte italiane. Per identificarsi usano l’italico nome di battaglia usato sul lavoro.
Ai fiumi di birra si associano fiumi di parole, ma per fortuna sul palco non ci sono i Jalisse.
Prendo come una sorta di risarcimento per le telefonate moleste effettuate da loro colleghi ad orari impossibili, il fatto che ci offrano ripetuti giri di ottima birra locale.
A loro si aggiunge un altro elemento, nome d’arte Renato, professione faccendiere. E’ un tipo ambiguo e quando viene a sapere che Mirko lavora in porto, prova inutilmente a proporgli alcuni loschi commerci di import-export non proprio cristallini. Farà Vallanzasca di cognome ?
Il prezzo della bionda bevanda è uno scherzo: cento leke per una media (meno di ottanta centesimi di euro) ed anche noi contribuiamo, con alcuni giri, a portare il tasso alcolico a livelli da patente stracciata. Ma non abbiamo nulla da temere. Non per gli agganci di Renato, ma semplicemente perché siamo tutti a piedi e per un po’ camminiamo, non proprio in linea retta, per tornare verso le rispettive dimore, finché le nostre strade si dividono.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio giu 10, 2021 10:27 
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9 -12 Settembre 2017 – La fine è l’inizio

E’ ancora buio. Il telefono vibra, ho un messaggio su whatsapp.
E’ Marco, il mio migliore amico, a cui ho fatto da testimone di nozze e da padrino ai figli.
Chissà che cosa avrà di bello da raccontarmi così di mattina presto, magari sta partendo per un’escursione e gli servono alcune informazioni. Invece no.
La giornata si apre nel peggiore dei modi: mi annuncia la scomparsa di suo nipote Andrea.
Per festeggiare i suoi ventuno anni aveva deciso di concedersi l’ennesima scalata del M.Bianco.
Alpinista provetto aveva già domato, anche in invernale solitaria, quella e tante altre cime alpine.
Questa volta la sua scalata è proseguita oltre la vetta, verso quel cielo che tante volte aveva solcato con il suo aliante, per il quale aveva conseguito il brevetto di pilota a soli sedici anni.
La famiglia perde un pezzo di cuore, un dolore immenso che i genitori cercheranno di combattere continuando con amore a diffondere il messaggio che Andrea voleva comunicare al Mondo.
L’Italia perde un ragazzo d’oro: diplomato con il massimo dei voti stava con altrettanto successo frequentando l’Università. Era oratore dotato di una voce stentorea che alla sua giovane età lo aveva già reso famoso come interprete della Divina Commedia. La conosceva a memoria ed aveva recitato nelle più importanti manifestazioni dantesche a livello nazionale.
Atleta di alto livello in ogni sport praticato: campione italiano di karate, vincitore di numerose gare sia a livello giovanile che assoluto di podismo e di trail running. La sua passione più profonda era però probabilmente l’alpinismo, o forse la Vita.
Vita che ha affrontato al massimo, vivendo in poco tempo molte più emozioni ed esperienze di quante un uomo normale faccia in sessant’anni e più. Sarebbe sicuramente diventato un grande, forse lo era già troppo, per questo mondo tutta apparenza e poca sostanza a cui lui era estraneo.
A scuola tendeva a fare amicizia e legare soprattutto con i più deboli, emarginati dal branco adolescenziale, aiutandoli ad accettarsi ed essere accettati. La sua migliore amica, Elisa, dedicherà a lui le medaglie vinte ai Giochi Nazionali Invernali Special Olympics.
L’ultima volta che lo vidi fu poco prima della partenza per la Dinarica. Era un sabato sera ed ero andato a trovare il mio amico Marco. Lui era impegnato a giocare con i nipotini, invece di essere in giro a fare la “bella vita” con i coetanei. Notai con orgoglio che aveva la mia stessa tenda da bivacco, sebbene le mie imprese non siano nemmeno lontanamente paragonabili alle sue.
Incredibile pensare che continuerà a vivere, sebbene indelebilmente, solo nei nostri ricordi.
Ancora oggi quando mi trovo in difficoltà penso a come avrebbe reagito lui alle avversità.

Anche il clima asseconda la tristezza del momento: piove intensamente, tuttavia siccome per Mirko è l’ultimo giorno a Tirana, decidiamo di uscire ugualmente, anche per distrarci un po’.
Pure lui è colpito dalla notizia. Gli avevo parlato spesso di quel ragazzo e delle sue gesta, anche perché per i suoi studi danteschi Andrea era spesso a Ravenna, la città del mio compagno di avventura, e speravo che avrebbero potuto incontrarsi un giorno.
Memore di una mia precedente visita a Tirana, gli propongo un tour del centro cittadino: la piramide di Hoxha è il nostro primo obiettivo e la troviamo abbastanza facilmente anche perché mastodontica. Alto come un edificio di otto piani, il mausoleo fu progettato dalla figlia del dittatore per celebrare e ricordare nel tempo la figura del padre, suo e della Patria.
Probabilmente fu l’edificio più costoso realizzato in quegli anni in Albania e visto dall’alto ricorda un’aquila bicefala, simbolo del paese. Come mausoleo ebbe vita breve: inaugurato nel 1988 portò pure sfortuna al regime, che cadde nel 1990.
Nei successivi decenni si è cercato di riciclare in più modi questa struttura: centro culturale nazionale, sede di una TV, base NATO durante la guerra in Kosovo, locale notturno.
Attualmente è un guscio vuoto, in stato di abbandono, coperto di graffiti ed usato come scivolo dai bambini che si arrampicano sulle lunghe lastre inclinate di cemento armato.

Anche la tappa successiva rientra nel “regime comunista tour” e prevede la ricerca delle statue di Lenin e di Stalin. Con qualche difficoltà le troviamo, nascoste nel cortile sul retro della galleria d’arte nazionale.
Un tempo incombevano sui cittadini, li squadravano con sicumera da alti piedistalli come a controllarli ed a schiacciarne vite e diritti. Oggi giacciono a terra, inermi, quasi timorose che qualcuno le scopra, non a caso sono state coperte con dei teli di plastica.
Rinunciamo a visitare il museo dello spionaggio: da quanto ci è stato detto in ostello è un po’ una trappola per turisti, con un prezzo piuttosto elevato per gli standard albanesi e con pochissimi pannelli informativi in inglese che rendono difficile la comprensione della vita in un regime già di per se alieno alle nostre conoscenze ed immaginazioni.
Il giro si completa con la vista, in un parco cittadino, di alcuni bunker, trasformati in attrazioni turistiche, che però, lontani dalla linea di fuoco e dal contesto naturale, perdono un po’ di interesse.
Un’onesta pizza quattro stagioni con birra media è il nostro ultimo pasto balcanico insieme.
Per il Barsani è giunto il momento di fare i bagagli e lo accompagno alla fermata del Rinas Express.
Il momento degli addii è sempre triste, oggi più del solito.
Quando parte, la pioggia e le nuvole hanno lasciato il posto ad un tiepido sole ma non ho voglia di andare a spasso e me ne torno in ostello immerso nei miei pensieri.

Gli ultimi giorni solitari di questa lunga avventura si trascinano un po’ tristemente e stancamente.
Tornerò alla Festa dell’Amicizia senza però ritrovare quella simpatica compagnia con cui ci intrattenemmo il nostro primo giorno a Tirana.
Un giorno lo dedicherò a visitare Durazzo. Partiamo intorno alle nove dalla stazione dei bus di Sheshi Shquiponja ed in circa quaranta minuti arriviamo a destinazione.
Per raggiungere la zona più interessante della città, mi dirigo verso il lungomare e lì noto il cartello Rruga Egnatia che ancora una volta sembra spingermi all’esplorazione di quella rotta.
Una fitta schiera di anonimi palazzi ha inglobato e seminascosto le antiche mura e l’anfiteatro romano. E’ in cattivo stato di conservazione. Un passaggio pedonale consente di vederlo, senza pagare l’ingresso, e di notare clamorosi abusi edilizi, con bar e ristoranti ricavati utilizzando la struttura dell’anfiteatro od appoggiandosi alla medesima. Poco oltre c’è una piazza/bazar di epoca bizantina ma anche qui i lavori di recupero e restauro non sono stati fatti a regola d’arte.
Passeggiare sul lungomare è comunque piacevole sebbene la spiaggia sia in alcuni tratti assente ed in altri ricoperta di rifiuti e da un alone melmoso, con il mare torbido fino ad una certa distanza.
Attendendo l’ora di pranzo mi riposo su un’enorme e candida scalinata che si inoltra nel mare al termine della passeggiata. Alcuni abitanti del luogo si rilassano, altri sono intenti a pescare.
A giudicare dalla sporcizia del litorale e delle acque probabilmente si tratta di pesci-ratto.
Per evitare sgradite sorprese, al ristorante evito di chiedere pesci al sale o al cartoccio ed ordino linguine allo scoglio e calamari alla piastra. Il cuoco è italiano, sposato ad un’albanese, ed entrambi i piatti sono di mio gradimento anche se le porzioni non sono molto abbondanti. Il conto, bevendo acqua, è intorno ai dieci euro e si rivela decisamente a buon mercato anche per porzioni modeste.
Nel primo pomeriggio il cielo si rannuvola, cade qualche goccia e decido di prendere il primo bus disponibile per tornare a Tirana. Lungo il tragitto a piedi noto che una parte dell’antico castello è stata trasformata in bar.
La pioggia si scatena su Tirana non appena rientro in ostello.

Anche per la complicità della solitudine che acuisce lo stordimento di questi ultimi giorni solitari visito parecchi edifici religiosi, dove mi reco per riflettere sul senso della vita.
In Albania si trovano moschee, chiese cattoliche e chiese ortodosse che in alcuni casi trovo affollate per cerimonie o ricorrenze particolari. Finisco anche per apprendere che nelle iconostasi le prime due immagini a destra dell’ingresso sono fisse (Gesù e S.Giovanni Battista) così come la prima di sinistra (la Madonna) mentre la seconda di sinistra è dedicata al Santo che da il nome alla chiesa.
Grazie ad un ospite lettone scopro invece che faccia abbiano le giuggiole di cui avevo sempre sentito parlare. Non si può dire che cada nel loro brodo quando me ne allunga alcune da assaggiare. Le ha acquistate convinto che fossero olive ed è in corso una degustazione con brain storming in camerata per scoprire di cosa di tratta. Le trovo abbastanza insignificanti o forse erano acerbe in quanto leggermente acidule, e devo rifarmi la bocca con alcuni biscotti alla marmellata.

Durante il soggiorno farò conoscenza con un chitarrista spagnolo che asserisce di essere membro della giuria di un talent show nella terra natia. Indubbiamente alla chitarra ci sa fare ma mi pare strano che dorma in ostello, anche se gli artisti sono notoriamente bohemien.
Più normale ma decisamente meno talentuoso è invece un ospite asiatico. Strimpella musiche tristi al pianoforte mentre fuori piove ed io sono nel letto. Tento di trattenerli, ma alcuni goccioloni superano lo sbarramento delle palpebre e scendono a rigarmi la guance.
Nel frattempo i pensieri si accavallano: la fine della nostra avventura, il ricordo di chi non c’è più (mamma, Andrea, Cristina, Laura e tanti altri andati troppo presto), il papà ormai anziano che mi aspetta a casa, la fidanzata con cui troncare il rapporto o convolare a nozze.
La Vita, con tutte le sue complicazioni e sorprese, mi aspetta dopo questo mese e mezzo in cui abbiamo vissuto quasi come in una bolla, sospesa ed avulsa dalla realtà.

“A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
l’amor che move il cielo e le altre stelle”

Con queste parole si chiude la Divina Commedia. Le immagino pronunciate da un ispirato Andrea a sottolineare che la vita su questa terra può essere un Inferno, molto spesso è un Purgatorio, ma può avere lampi di Paradiso di tale bellezza, gioia e serenità che giustificano e rendono in qualche modo sopportabile tutto il resto.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
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I fatti ed i luoghi descritti nella narrazione corrispondono alla realtà vissuta dai protagonisti.
Questi ultimi sono a loro volta realmente esistenti, sia gli attori principali che le comparse.
L’autore si è concesso la possibilità di romanzare qualche episodio senza stravolgerne il contenuto.
Le seguenti biografie invece sono frutto della fantasia di un algoritmo hackerato.

Andrea Parti: nasce a Novi Ligure, pertanto in Piemonte, prendendo il peggio dei due stereotipi regionali: inospitale e tirchio, falso e cortese. L’ambiguità del luogo di nascita si riflette anche nel suo carattere e nelle sue posizioni: indecifrabili. Alterna pellegrinaggi religiosi e profondi atti di devozione ad imprecazioni che farebbero impallidire Germano Mosconi. Ha posizioni politiche che vanno dalla destra di Hitler alla sinistra di Stalin, ma probabilmente vota al centro. Intrattabile ed irascibile al mattino, al pomeriggio potrebbe concedervi un sorriso sempre che non si tratti di una paresi. Contraddittori anche gli studi: dopo il liceo classico si laurea, fuoricorso, in economia bancaria ma non lavorerà mai in istituti di credito. Nella vita è perennemente in ritardo, tranne che agli appuntamenti. Nasce viaggiatore e nomade ma non se ne accorge fino alla tenera età dei trent’anni quando la compagnia storica inizia a sciogliersi tra matrimoni, convivenze e trasferimenti per lavoro. Rimane da solo ma continua a recitare il ruolo di eterno Peter Pan fino ai quarantaquattro anni, quando un maleficio lo costringe a sposarsi: game over.
Vittima di un colpo di fulmine, impiega peraltro solo dieci anni per capire di amarla e di essere amato.
Gli allibratori sono incerti se quotare di meno la beatificazione della moglie oppure il divorzio entro cinque anni. Etero per approssimazione, alcune sue fiamme alla nascita pare fossero maschietti.
Instancabile lavoratore stakanovista, non riesce a concentrarsi sulla stessa cosa per più di trenta minuti. Il che giustifica i suoi continui cambi di lavoro e l’incapacità di vedere un film senza interruzioni. La sua cultura musicale e cinematografica è enciclopedica, ma settoriale e si ferma agli anni novanta ed ai primi tempi. Estraneo all’universo social ed alle serie televisive viene guardato con sospetto quando asserisce di non conoscere tormentoni e personaggi virali. Non possiede televisione né impianto stereo, ma scrocca volentieri le partite di calcio in casa di chi è abbonato.
E’ tifoso del Torino ma la sua passione è ormai anestetizzata da decenni di campionati deludenti in un calcio in cui ormai non si riconosce più. Ha viaggiato parecchio ma non quanto avrebbe voluto ed il matrimonio non lo aiuterà a completare la sua collezione di luoghi conosciuti. Si dichiara razzista però si è sposato e vive in una regione inclusa nei tanti “stan” che sognava di visitare, essendosi ultimamente focalizzato sui posti ignorati dal turismo di massa. Dagli aerei è passato alle navi. Da queste ai treni ed ai bus, dai bus a furgon e marshrutki, dedicandosi infine agli spostamenti a piedi. Ora si limita a viaggiare con la fantasia, tra vincoli covid ed obblighi matrimoniali.

Mirko Barsani: quando nasce, un consesso di medici si raduna per studiarne le caratteristiche fisiche. Ha già la barba ed una dentatura animale da squalo. La prima viene temporaneamente eliminata con terapie ormonali e rasoi affilati. La seconda, impossibile da nascondere, condiziona l’alimentazione del neonato. Gli incisivi impediscono l’allattamento, sia esso naturale o artificiale, così il piccolo cresce a cappelletti in brodo e sorsate di sangiovese che lo rendono sempre cordiale e sorridente. Verrà citato su stimate riviste lombrosiane come la prova inconfutabile della veridicità del motto latino “risus abundat in ore stultorum”. Inizia inoltre una serie di fortunate tournees come bambino prodigio nelle trattorie romagnole, evento che ne segnerà la vita condannandolo alla dromomania. Terminata la carriera di baby fenomeno, trova modo di spostarsi comunque: diventa apprendista pagliaccio in un circo. Viene cacciato perché ride troppo, ma scopre la passione per il make-up. Ormai adolescente, viene folgorato sulla via di Lugo di Romagna e diventa discepolo venturiniano. Finalmente può lasciar crescere la barba e darsi al vagabondaggio. Gira per il mondo solitamente a piedi o con mezzi di fortuna, inclusa la sua vecchia auto a metano tenuta insieme con il nastro adesivo. Ufficialmente si dichiara camallo, ma più che navi cargo si diletta a scaricare canzoni. Sogna una carriera da visagista, e raggiunge il successo come comparsa in un videoclip del “Re” Gherardelli. Vive di espedienti e cerca di diffondere il verbo del maestro in tutti i continenti.
Ovunque si rechi assorbe ogni forma di cultura con disinvoltura, ma senza capirne il significato né il messaggio, sulla falsariga della sua guida spirituale.
Questo giustifica anche le sue posizioni politiche anarchiche viziate da un refuso. Confonde infatti il filosofo francese Proudhon con il portiere belga Preudhomme, suo idolo di gioventù. Entrambi del resto sono diventati famosi per le rispettive uscite spericolate.
Rimanendo in tema sportivo si dichiara interista non praticante dal giorno del triplete: una volta raggiunto il Nirvana non si può tornare in terra. Segue con passione anche basket e ciclismo.
Si innamora del primo convinto che il terzo tempo sia un momento conviviale post partita.
La Romagna è terra di assi del pedale ma anche in questo caso ostenta la sua voglia di distinzione ed elegge a suo idolo il veneto Marino Basso, a cui lo accomunano le ginocchia pelose.
Nei rari soggiorni ravennati, tra un viaggio e l’altro, condivide l’appartamento con un gatto, il vero padrone di casa, che lo costringe talvolta a dormire sull’amaca o sul divano, tenendosi il letto ed il frigo tutti per lui. I vicini asseriscono che talvolta Pachango, nome d’arte del felino, lo accompagni anche fuori casa a fare pipi.

Gianluka Morando: la navicella spaziale sovietica “Socmel VI” su cui si trova quando è ancora in fasce, precipita per carenza di carburante sulle campagne romagnole, nei pressi di Ravenna. L’addetto al rifornimento infatti utilizzò parte della benzina per concedersi una romantica gita fuoriporta con la fidanzata, sulla sua fiammante Lada 2101 Zhiguli.
Il piccolo viene trovato, adottato e cresciuto da una famiglia agiata, dai solidi valori e principi. L’educazione impartitagli si intreccia con il DNA ed i super poteri assegnatigli in un laboratorio sovietico durante la guerra fredda. L’obiettivo era quello di creare un essere umano superiore dal punto di vista fisico ed intellettuale, capace di infiltrarsi negli USA ed imporsi sul nemico capitalista. L’atterraggio di emergenza nella regione più rossa d’Italia ha però l’effetto di ridurre l’efficacia dei super poteri, destinati a svilupparsi pienamente soltanto in ambiente avverso. Rimangono però a sua disposizione le possenti gambe dalle lunghe leve che lo renderanno agile come un camoscio sui sentieri di montagna e le doti dialettiche grazie alle quali potrebbe rivaleggiare anche con il sindacalista più infervorato. Oltre ad una verbosità inarrestabile possiede la capacità di parlare quasi tutte le lingue, contemporaneamente. Questo pare sia un bug sfuggito ai programmatori sovietici che per punizione finirono internati in un gulag siberiano. Tale difetto si rivelerà però efficace con le turiste in Riviera, colpite dal suo eloquio forbito e così incomprensibile da farle sentire ignoranti, regalandogli un’adolescenza da vitellone romagnolo ed una nomea da filosofo post-futurista. Al successo contribuiscono anche i suoi occhi neri ed il suo sapor mediorientale che lo fanno assomigliare molto ad un guerriero peshmerga: bello e impossibile.
Il richiamo della taiga, insito nel suo DNA, lo porterà a riscoprire le sue radici. Tornerà a Mosca, fingendosi studente di storia, per scoprire la propria. I vecchi scienziati che lo programmarono sono però ormai morti o rimbambiti, sostituiti da uomini dell’attuale governo più vicino a posizioni autoritarie di destra. Questi, informati del suo arrivo cercheranno di sottoporlo ad un trattamento di riconversione, non riuscendo però nell’intento di piegare la sua fibra d’acciaio staliniano.
Tornato in Romagna decide di vivere in incognito, si finge juventino, mette su famiglia, ma continua a coltivare le sue passioni e la sua insopprimibile sete di cultura e di conoscenza. Solo le note dell’inno sovietico rischiano di tradire la sua nuova ed anonima identità: all’ascolto, colpito da un inarrestabile riflesso incondizionato, simile ad un simbolico Big Jim si mette sull’attenti ed alza il pugno chiuso.


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Commento file: No Tito no Parti
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Commento file: Barsani si reidrata
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Commento file: Morando con fez in moschea
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom lug 04, 2021 17:56 
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Sono rimasto colpevolmente indietro. Dammi un po' di tempo per recuperare e poi tento un commento

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....mi mancava giusto la fine, che ho letto solo l'altro giorno e non è lietissima :( , ricordando la vicenda di Andrea, personaggio più unico che raro, che purtroppo non conoscevo di persona (davvero troppi anni di differenza, ahimè) ma mi sarebbe piaciuto, e di cui mi spiacque davvero venire a conoscenza della morte :cry:

Ho letto comunque il libro di Marcus Risso e visto il DVD, che è davvero commovente, e che naturalmente consiglio a tutti.
https://www.itacalibri.it/catalogo/marc ... &idC=61756
Mi pare pure di aver letto da qualche parte che dovrebbe essere in uscita qualcos'altro, su di lui, ma non ricordo i particolari.

Comunque sia, a parte questo, il tuo racconto è stato molto bello e mi ha occupato piacevolmente diverse ore, molto meglio di altre cose che ho letto in giro, quindi, almeno secondo il mio modestissimo parere, potresti pure provare a proporlo a qualche editore senza patemi nè complessi, ma questo te l'ho già detto, insomma. :)

Molto simpaticissima anche la postfazione con le biografie hackerate :P , anche se qui avrei qualche domanda da farti :roll: , ma te la farò in privato quando, prima o poi, ci vedremo.

Quindi ti ringrazio ancora e spero di rileggerti, qui o da qualche parte.
Un saluto

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...........non seguitemi, mi sono perso anch'io !


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio lug 08, 2021 16:43 
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awretus ha scritto:
Sono rimasto colpevolmente indietro. Dammi un po' di tempo per recuperare e poi tento un commento


Ciao, don't worry. Dopo mesi di clausura è anche giusto godersi il graduale ritorno alla libertà, per cui massima priorità all'attività motoria che sono certo tu abbia ripreso, grazie alla lettura dei tuoi sempre preziosi contributi sul forum. Quando avrai tempo di leggere sarò felice di conoscere il tuo parere.
Spero che questo lungo diario abbia incuriosito qualche forumista e che in futuro altri percorrano la Via Dinarica.
Nel caso resto a disposizione per approfondimenti e consigli, anche per tramite dei messaggi privati


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio lug 08, 2021 16:54 
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psiconauta ha scritto:
....mi mancava giusto la fine, che ho letto solo l'altro giorno e non è lietissima :( , ricordando la vicenda di Andrea, personaggio più unico che raro, che purtroppo non conoscevo di persona (davvero troppi anni di differenza, ahimè) ma mi sarebbe piaciuto, e di cui mi spiacque davvero venire a conoscenza della morte :cry:

Ho letto comunque il libro di Marcus Risso e visto il DVD, che è davvero commovente, e che naturalmente consiglio a tutti.
https://www.itacalibri.it/catalogo/marc ... &idC=61756
Mi pare pure di aver letto da qualche parte che dovrebbe essere in uscita qualcos'altro, su di lui, ma non ricordo i particolari.

Comunque sia, a parte questo, il tuo racconto è stato molto bello e mi ha occupato piacevolmente diverse ore, molto meglio di altre cose che ho letto in giro, quindi, almeno secondo il mio modestissimo parere, potresti pure provare a proporlo a qualche editore senza patemi nè complessi, ma questo te l'ho già detto, insomma. :)

Molto simpaticissima anche la postfazione con le biografie hackerate :P , anche se qui avrei qualche domanda da farti :roll: , ma te la farò in privato quando, prima o poi, ci vedremo.

Quindi ti ringrazio ancora e spero di rileggerti, qui o da qualche parte.
Un saluto


Ciao, ero indeciso se parlare di Andrea, poi ho ritenuto fosse giusto farlo.
Temevo di cadere nella retorica, ma è quasi inevitabile farlo quando una tragedia colpisce un ragazzo come lui, con troppi pregi e pochi difetti.

Le biografie hackerate le ho volute scrivere anche per riportare il sorriso dopo la chiusura triste del racconto.
Io dovrei essere in Italia fino a settembre. Luglio ed agosto non sono il massimo per camminare, ma due passi si possono fare...e ti comunico che sono decisamente fuori forma. A fine giugno fatto due brevi escursioni con il mio socio di Ravenna (20-22 km l'una): passo lento e pesante sebbene indossassimo uno zainetto leggero, patito caldo e sete...per fortuna non mancava mai il bagnetto finale in ruscelli della zona con laghetti e pozze scenografici


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio ott 14, 2021 15:28 
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ok, sono riuscito a finire il racconto, probabilmente perdendo qualche puntata e soprattutto dimenticando tutto quanto letto tempo addietro. Ti lascio qualche commento sparpagliato

Temo di aver perso la maggior parte dei tuoi riferimenti pop, che servivano a inculturare l’esotico, però ho apprezzato molto il racconto e l’avventura. Non mi ha fatto venire voglia di ripeterla in prima persona, perché sono molto meno avventuroso ed adattabile di te.

Una delle cose che apprezzo del camminare intorno a casa è la facilità con cui si riesce ad entrare in contatto con la gente del posto, specie i pastori e i vecchi. Questo vale però soprattutto fuori dai percorsi escursionistici più battuti, dove chi va a piedi è visto come bestia strana e suscita curiosità. Già in Corsica e Alto Adige avevo trovato una certa barriera. Invece nel tuo racconto ritrovo una confidenza con loro, sarà anche tuo merito. Poi lì la popolazione rurale è ancora molto numerosa e conserva le tradizioni, per cui incontrarne e immergersi, anche se non si riesce a capire molto, dev’essere stata un’esperienza fantastica.

La mia convinzione è che gli stati nazionali dell’Europa Orientale siano un abominio creato dalla Grande Guerra, in una terra dove erano sempre esistiti imperi multinazionali in cui le varie popolazioni convivevano secondo principi comuni, tipo la religione tra gli Ottomani, la fedeltà all’imperatore in Austria, etc. Purtroppo la tua esperienza diretta sembra confermarlo.

Quanto al sentiero il sé, attraversando la Corsica (Mare a mare nord) avevo percorso bellissime mulattiere. Mi ero illuso che tutto il Mediterraneo fosse così, mentre il tuo diario, altri di altri percorsi, un cammino religioso nel Lazio e guide varie acquistate per bulimia mi hanno fatto tornare con i piedi per terra. I percorsi tradizionali, se mai ci sono stati, sembrano essersi dissolti con il progresso. Le nostre Alpi paiono essere un’isola felice, seppure minacciata. Lo stesso vale per la cura del territorio.

I paesaggi del “peak of balkans” sono molto di mio gusto e magari prima o poi un giro lo farò.

Peccato che nessun orso sia venuto a curiosare nei vostri accampamenti, sarebbe stata un’emozione indimenticabile :risata:

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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio ott 28, 2021 15:35 
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Quotazerino

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Ciao Awretus, grazie per la paziente lettura di questo mio diario infinito e per aver condiviso le tue impressioni.
Sicuramente l’aspetto umano si è rivelato di primaria importanza in questo viaggio e spesso un fotoritratto avrebbe suscitato più impressioni di molte parole, che peraltro per questioni di barriere linguistiche raramente abbiamo scambiato.
Da buon montagnino mezzo ligure non brillo per essere estroverso, ma il mio compagno di avventura si, e questo ha reso più facile in alcuni casi rompere il ghiaccio.
La cosa migliore sarebbe essere un buon disegnatore e sostituire con vignette e caricature le foto, anche quelle mai scattate (sono troppo timido per chiedere a sconosciuti di fotografarli e troppo maldestro per farlo senza farmene accorgere).
Un caro amico che ha queste doti ha partorito delle caricature di me, Mirko e Gianluka. Se riesco a trovarle poi le pubblicherò.

Se mai ti dovessi decidere ad affrontare il Peaks of Balkans fammi un fischio che magari due dritte posso dartele. Attualmente mi trovo in Armenia, dopo un’odissea automobilistica. Qui da anni lavorano al transcaucasian trail che unirà i sentieri di Georgia ed Armenia. Ecco, potrebbe essere la mia prossima avventura...into the wild...e qui è wild davvero…e magari finirò anche per incontrare un simpatico orsetto sulla mia via…


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: ven nov 05, 2021 8:48 
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Quotazerino

Iscritto il: mer feb 12, 2020 9:38
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Ed ecco finalmente le caricature.
Sono opera di un altro amico ravennate che purtroppo non ebbe modo di raggiungerci insieme a Gianluca.
Il mio sogno sarebbe stato quello di avere le sue doti artistiche in modo da raccontare la nostra avventura in forma di fumetto. Ciò avrebbe reso possibile immortalare momenti e volti ben difficili da descrivere o da immortalare con una foto...i ritratti fotografici sono cosa difficilissima: a rubarli si rischia di offendere chi viene immortalato, a richiederli si perde di naturalezza nello sguardo e nei gesti...

La mia caricatura prende spunto dalla mia espressione sconvolta quando, dopo tre giorni in mezzo al nulla, raggiungemmo la periferia di Jablanica...affamato ed assetato. Nei dettagli si possono notare la spillina di slow food e quella "antijuve". Per Mirko e Gianluka ci saranno più riferimenti in quanto si conoscono molto meglio essendo amici e colleghi da una vita...Nel mio caso si è limitato alla passione per la buona tavola (feci conoscere loro: Cheese, i bagna cauda days e le fiere del bue grasso...) e quella calcistica.
La barretta in mano è perchè mentre io ricorro molto a quel tipo di alimentazione, loro preferiscono roba più sostanziosa e naturale.
Nelle tavole comparirà sempre un volatile: forse un dodo, marchio di fabbrica dei lavori di Maunz.


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