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Escursionismo e Alpinismo nell'Appennino Ligure e nelle Alpi Occidentali

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 Oggetto del messaggio: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio feb 13, 2020 6:47 
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Quotazerino

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La Via Dinarica è un percorso di circa 1100 Km.
Di recente introduzione e per molti versi ancora in fase embrionale e di sviluppo.
Inizia in Slovenia e termina in Albania, attraversando i monti di Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro e Albania.
E' possibile allungare ancora qualche km (come fatto da me e dal mio socio) fino in Kosovo.
Noi però non iniziammo in Slovenia ma ce la prendemmo comoda: traghetto fino a Spalato e poi bus fino a Tomislavgrad sul confine bosniaco con la Croazia. Da lì ci ricongiungemmo alla Via percorrendone circa 700 km.

Affrontammo il percorso ad agosto 2017, con un caldo terribile.
Le montagne del Carso, quasi prive di vegetazione e di acqua, misero a dura prova le nostre doti di resistenza.
Quelle di orientamento vennero invece svilite dalla quasi totale assenza di segnavia e dalla mancanza di villaggi e quindi di punti di riferimento e ristoro, soprattutto nel tratto iniziale. Da sempre avverso al GPS, in più occasioni ebbi modo di ringraziare il mio amico per averlo portato.
Ci concedemmo alcune soste turistiche lungo il percorso: Sarajevo, Mostar, ed alla fine dieci giorni di relax tra Macedonia e Albania (riservandoci però una trentina di km a piedi per entrare in Albania dal confine vicino a Sv.Naum, fino ad una cittadina da cui prendemmo un bus per Tirana).
Sole, sudore, sassi, solitudine, starvation...le costanti soprattutto nella prima parte.
Paesaggi molto aspri e belli, antropizzazione quasi inesistente (ci capitò di non incontrare paesi per circa tre giorni).
Rifugi sempre chiusi a meno che non chiamate per prenotare o che ci sia già qualcuno (ci capitò due volte, con immenso piacere).
Burek, grigliate, piva...ferite della guerra ancora visibili, incontri interessanti (un anziano pastore in Albania che alla nostra domanda se fossimo in Montenegro o in Albania ci guardò stupito dicendo: "Montenegro ?!? Jugoslavia" lasciandoci il dubbio che fosse come il giapponese su quell'isola sperduta nel pacifico…).
Insomma, non solo un trekking ma un'esperienza di vita se non anche un viaggio nel tempo che in certi villaggi isolati sembra essersi fermato a 20-30 anni fa.
Per raccontare il percorso ci vorrebbe un libro...mi limito a pubblicare un link ad uno slideshow su YouTube che riassume per immagini la nostra avventura
https://www.youtube.com/watch?v=Y96F31eJTe4


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: ven feb 14, 2020 21:58 
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Quotazerino doc
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Iscritto il: mer gen 27, 2010 20:38
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Località: sassello
Urca che figata :o :o :o
Che viaggio emozionante :esclamativo: Grazie per averlo condiviso.
Di chi è l'ultimo pezzo della colonna sonora :?: ...mi piace molto : Ok :

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...montagna vissuta,tempo per respirare... (Reinhard Karl)

"Quando le luci si spegneranno per sempre il mio popolo sarà ancora qui.Noi abbiamo le nostre antiche usanze.Sopravviveremo."
(Nuvola Rossa,capo Sioux)


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab feb 15, 2020 6:57 
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Quotazerino

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lupo della steppa ha scritto:
Urca che figata :o :o :o
Che viaggio emozionante :esclamativo: Grazie per averlo condiviso.
Di chi è l'ultimo pezzo della colonna sonora :?: ...mi piace molto : Ok :


Ciao Lupo, grazie per gli apprezzamenti.
In effetti è un viaggio che mi porterò sempre dentro.
E forse anche un po' fuori...vedendo la mia faccia a Jablanica :risataGrassa:

Le canzoni del video sono:
Balkaneros di Bregovic + Gipsy Kings
Cupe Vampe dei CSI (canzone dedicata all'assedio di Sarajevo che purtroppo qui ho dovuto tagliare)
In viaggio sempre dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) in edizione acustica e con la partecipazione di Ginevra Di Marco.

Se tu o altri avete curiosità, chiedete pure.
Non ho ancora scritto un memoriale di questo viaggio da cui trarre informazioni.
Dovrei farlo prima che un po' di ricordi e dettagli sbiadiscano


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom feb 16, 2020 13:22 
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Quotazerino doc
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Belin che accoppiata Bregovic e i Gipsy King :idea1:

...visto il viaggio non comune a ,mio parere ,che avete fatto dovresti trovare il tempo per scriverlo un memoriale,meriterebbe proprio : Thumbup :

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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun feb 17, 2020 10:28 
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Quotazerino

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lupo della steppa ha scritto:
Belin che accoppiata Bregovic e i Gipsy King :idea1:

...visto il viaggio non comune a ,mio parere ,che avete fatto dovresti trovare il tempo per scriverlo un memoriale,meriterebbe proprio : Thumbup :


Ci proverò...ma temo che verrà lungo come un libro
non che il diario del Cammino di Assisi siano due paginette :risataGrassa:
Per fortuna ho l'abitudine di prendere appunti durante i miei trekking, ma qualche piccolo dettaglio inevitabilmente sbiadirà con il tempo


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun feb 17, 2020 14:09 
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azz.....ad agosto ? :shock:

complimenti veramente per questo giro, che necessita senz'altro pure di una buona dose di coraggio :roll:

mio padre nel Montenegro ci fu mandato, in guerra, e dopo l'8 settembre fu fatto su e imbelinato in vari campi di concentramento in Germania, da cui uscì nel 45

la guerra in Jugoslavia del 1990 purtroppo è stata un'orrore senza pari, nel mondo occidentale, e pur essendo a due passi da casa nostra, dubito sinceramente l'italiano medio ne abbia una qualche coscienza chiara, e pure il nostro governo di allora annaspò parecchio, se non ricordo male...

e qui CSI come colonna sonora obbligata, perchè s'era proprio in contemporanea.... :smt102

una prece per il movimento culturale alternativo di Lubjana, Sarajevo, Belgrado di quegli anni....

Andrea Bezimen ha scritto:
Ci proverò...ma temo che verrà lungo come un libro


evabbè, scrivilo, sto libro, no? :P

_________________
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...........non seguitemi, mi sono perso anch'io !


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun feb 17, 2020 19:01 
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Iscritto il: mer apr 02, 2008 20:47
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Non posso che complimentarmi per il viaggio.
Nel 2013 ho attraversato più o meno gli stessi posti (alcuni scatti sono quasi identici), non a piedi ovviamente, e le sensazioni che sono rimaste sono praticamente quelle da te descritte.

_________________
“L’acqua esiste per la sopravvivenza del corpo. Il deserto esiste per la sopravvivenza dell’anima”
Proverbio Tuareg


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun feb 17, 2020 19:21 
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psiconauta ha scritto:
azz.....ad agosto ? :shock:

complimenti veramente per questo giro, che necessita senz'altro pure di una buona dose di coraggio :roll:

mio padre nel Montenegro ci fu mandato, in guerra, e dopo l'8 settembre fu fatto su e imbelinato in vari campi di concentramento in Germania, da cui uscì nel 45

la guerra in Jugoslavia del 1990 purtroppo è stata un'orrore senza pari, nel mondo occidentale, e pur essendo a due passi da casa nostra, dubito sinceramente l'italiano medio ne abbia una qualche coscienza chiara, e pure il nostro governo di allora annaspò parecchio, se non ricordo male...

e qui CSI come colonna sonora obbligata, perchè s'era proprio in contemporanea.... :smt102

una prece per il movimento culturale alternativo di Lubjana, Sarajevo, Belgrado di quegli anni....

Andrea Bezimen ha scritto:
Ci proverò...ma temo che verrà lungo come un libro


evabbè, scrivilo, sto libro, no? :P


Eh no...il coraggio lo ha avuto o ha dovuto farselo tuo padre !!
Quelle si che sono state esperienze traumatiche per uscire da quali ci sono volute una tempra fisica e mentale invidiabile che noi possiamo solo sognarci.
Io mi sono limitato a fare un passo dopo l'altro, anche se nei primi giorni (si veda la mia espressione a Jablanica nel video) ho rischiato la disidratazione (poca acqua, poca ombra, 40 gradi e 16-17 kg di zaino)

Durante la sosta a Sarajevo era in corso il film festival.
Siamo finiti in un locale alternativo con concerto rock dal vivo.
La scena culturale alternativa è ancora abbastanza vivace :strizzaOcchio::

Qualcosa scriverò sicuramente, anche solo ad uso personale per aiutarmi a ricordare in futuro.
Fossi capace a disegnare, il massimo sarebbe una storia in forma di fumetto perché alcune situazioni, ma soprattutto alcune persone incontrate sono difficili da descrivere.

Devo dire con vergogna che negli anni 90 non me ne importava molto della guerra nella ex jugoslavia.
Poi ho iniziato a visitare quei luoghi, a conoscere la gente e le loro storie
Sulla colonna sonora mi fa piacere che la pensi come me, del resto se non è poesia questa:
di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura
cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l'ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d'ogni cecchino
bella la vita a Sarajevo città
questa è la favola della viltà

PS: i CSI tennero un concerto memorabile a Mostar


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun feb 17, 2020 19:33 
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giobibo ha scritto:
Non posso che complimentarmi per il viaggio.
Nel 2013 ho attraversato più o meno gli stessi posti (alcuni scatti sono quasi identici), non a piedi ovviamente, e le sensazioni che sono rimaste sono praticamente quelle da te descritte.


Grazie Gio, pure io inizialmente ho visitato questi luoghi non a piedi tra il 2012 ed il 2013, rimanendone affascinato.
Mi ero ripromesso di visitarli ancora, ma avevo pensato più alla bici sebbene io non pratichi più MTB da circa 20 anni.
Poi sono venuto a conoscenza dell'esistenza della Via Dinarica ed ho trovato un affidabile compagno di escursioni (non facile trovare una persona con cui si abbia un passo ed ideali simili).
Eravamo incerti tra Travesia Pirenaica e Via Dinarica, ma alla fine ha prevalso la mia volontà di tornare in quei posti, dove talvolta si ha la sensazione di viaggiare non solo nello spazio ma anche nel tempo…
Attualmente mi trovo in Armenia e ritengo che ci siano grosse affinità tra il Caucaso ed i Balcani.
Qui è allo studio ed in preparazione il Transcaucasian Trail...chissà se sarà la mia prossima escursione


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mer mar 18, 2020 7:45 
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Aggiungo la pagina web che usammo per reperire le scarne informazioni su cui basammo il nostro itinerario:
https://trail.viadinarica.com/en/tours/ ... 6,43.62931
Da questa mappa, selezionato longdistance trail vengono evidenziate le tappe della dinarica, in ordine inverso a quello da noi percorso, tanto per complicare le cose...cliccando sugli ometti la mappa mostra la tappa sulla mappa e compare una finestra con informazioni sulla medesima. Spesso le info si limitano a file gpx, poche foto, distanza e dislivelli, e presenza di fonti (ahimè spesso asciutte ad agosto...almeno tre volte ci salvarono cestelli d'acqua ancora sigillati trovati lungo il percorso e probabilmente lasciati lì da qualche pastore : Sorry! :

Già trovare online info su un bus per Tomislavgrad fu un'avventura...ci fidammo di una pagina solo in croato.
La preparazione fu difficile quasi quanto il percorrerla: poche informazioni, spesso solo in lingua slava.
Oggi dovrebbe essere più facile trovare info online, inoltre all'epoca era in preparazione una guida della Lonely Planet che oggi credo sia sul mercato (magari solo in inglese).


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab mag 16, 2020 8:20 
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Quotazerino

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Causa lockdown e maggior tempo libero avevo iniziato a buttare giù un po' di appunti sulla mia Via Dinarica.
Non sono arrivato neppure a metà : Sorry! : ma spero di avere tempo ed ispirazione per finire la narrazione.
Posterò qui a "puntate" o meglio a giornate una sorta di diario di viaggio, sperando la lettura possa essere gradevole e magari utile a chi volesse affrontare questo percorso.

1 agosto 2017 – la FrecciaNera

Il treno regionale da Arquata Scrivia a Piacenza sbuffa e sferraglia ma è in orario.
Le carrozze del modesto convoglio sono dotate di aria condizionata, particolarmente gradita agli accaldati viaggiatori.
Tra questi si ravvisano sparute minoranze etniche di razza caucasica.
Vicino a Voghera, forse Nairobi, salgono e scendono numerosi pendolari dalla pelle color ebano.
Una donna vestita con colori sgargianti si siede nella fila accanto alla mia.
Sebbene imbronciata ha una faccia simpatica, ed una fisicità da cantante gospel.
Le squilla il telefono e da quel momento alla mole della vocalist abbina pure un tono di voce adeguato al personaggio, ma non alle circostanze nè al luogo.
Il concitato diluvio di vocali che rimbombano nella sua lingua, a me ignota, mi accompagnano martellanti fino al capolinea del “Freccianera” su cui mi trovo.
Da Piacenza ad Ancona viaggio invece su un affollato ma confortevole Frecciabianca.
La prenotazione mi garantisce un posto a sedere ma non il funzionamento dell’aria condizionata che ovviamente è guasta. L’anziana signora bolognese al mio fianco però si sventaglia con la perizia e l’animosità di una ballerina di flamenco e quasi mi devo coprire per evitare dolori alla cervicale.
Curiosamente il treno con biglietti più cari, passeggeri più elitari ed una presumibile minore percentuale di free riders, si rivela meno efficiente di quello “africano”.
Una sorta di razzismo al contrario, come se in questo mondo il tanto agognato egualitarismo proprio non si possa o non si voglia ottenere.

Alle 18,15 arriva puntuale, da Rimini, il convoglio su cui, a Ravenna, è salito il mio amico Mirko.
Non ci vediamo da inizio febbraio quando aiutai lui ed i suoi amici nella preparazione della maialata solidale.
Si tratta di un’iniziativa eno-gastronomica a scopo benefico, i cui eccessi vennero smaltiti l’indomani con una lunga ciaspolata sui monti di Campigna.
Siamo apparentemente molto diversi ma forse per questo compatibili, anche perché uniti da alcune passioni: la buona cucina, le escursioni, il vino, la musica dei CCCP/CSI, l’antijuventinità.
Fu amore a prima vista fin dal nostro primo incontro, avvenuto in modo fortuito tre anni prima, proprio durante un’escursione sull'Alta Via dei Monti Liguri.
Per fortuna ci separano quasi quattrocento chilometri, altrimenti la gelosia delle nostre compagne potrebbe sfociare in episodi di cronaca nera.
Cosa non da escludere SE e quando torneremo dall’avventura che stiamo per iniziare: settecento chilometri a piedi lungo la Via Dinarica, un mese e mezzo nei Balcani, lontani da casa.
Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare. Adriatico nel nostro caso.
Proprio per questo ci troviamo ad Ancona, dove rischiamo di rimanere perché la biglietteria per i traghetti si rivela decisamente ostica da trovare.
Al controllo bagagli c’è una lunga coda che avanza regolare, ma lascia presagire un certo ritardo nella partenza.
Il mio coltello multiuso viene intercettato ma, verificata la lunghezza della lama, mi viene restituito.
Quello, ben più lungo, del mio compagno di avventura viene invece ignorato.
Partiamo alle 23, con circa un’ora di ritardo.
Nei bagni un avviso sgrammaticato invita i passeggeri ad un comportamento civile.
Gradualmente le energie dei passeggeri si esauriscono, come le scorte di cibo e le chiacchiere, mentre le poltroncine si trasformano in scomodi bivacchi per la notte.
La trascorro appollaiato come un pappagallo, utilizzando come cuscino un giubbetto di salvataggio.
Mirko preferisce invece vagabondare tra ponte ed aree comuni fino all’emozionante momento del sorgere del sole, che immortalerà "chiaro come un’alba...fresco come l’aria..."


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom mag 24, 2020 21:59 
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Quotazerino

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2 agosto 2017 – Cantanti e contenti

Sebbene siano le 8,30 di mattina, la vita del terminal traghetti è già frenetica mentre Spalato è ancora sonnolenta come i visi dei primi turisti, forse gruppi di crocieristi, che incontriamo nei pressi del palazzo di Diocleziano.
La città croata ad un primo sguardo si rivela sicuramente bella ma altrettanto turistica, nella accezione peggiore del termine.
Non abbiamo molto tempo a disposizione prima che il bus per Tomislavrad ci porti in Bosnia.
Buona parte lo trascorriamo nutrendoci.
Lo spirito osservando la variegata umanità che anima il prospiciente mercato, il corpo con una deliziosa plieskavica accompagnata da patatine fritte e birra in un chiosco gestito dal sosia di Paolo Conte. Costui non si prende un altro pezzo del nostro cuore ma solo poche kune mentre la voce roca di Janis Joplin echeggia dal vetusto impianto stereo.
Uno scontroso venditore si rifiuta di vendermi meno di mezzo chilo di frutta secca così decido di prendere una scatola di biscotti da sgranocchiare durante il viaggio.
Intorno alle ore 15 entriamo ufficialmente in Bosnia, con tanto di timbro sul passaporto, per non uscirne, altrettanto ufficialmente, mai più visto che attraverseremo le invisibili frontiere sui monti, prive di ogni controllo.
Mezzora dopo arriviamo a Tomislavgrad dove pernotteremo in una dignitosa stanza con efficiente connessione wifi e bagno privato, per circa tredici euro a testa.

Rumorosi cortei di auto imbandierate allietano il nostro giro esplorativo di questa cittadina.
Non si tratta delle celebrazioni per qualche vittoria sportiva o politica, ma di matrimoni.
Ne contiamo almeno quattro sebbene sia mercoledì.
E’ mercoledì ma è anche Agosto ed in questo mese gran parte dei bosniaci torna a casa per sposarsi o risposarsi in patria dopo averlo fatto all’estero.
Siamo sul confine e le tensioni e rivalità etniche sono ancora piuttosto sentite: Bosnia batte Croazia tre a uno per numero di bandiere e strombazzamenti vari.
Le auto sono quasi tutti macchinoni, le targhe tristemente sono in gran parte straniere.
Come in tutti i paesi in via di sviluppo il mezzo di trasporto è il più potente indicatore sociale.
Come in tutti i paesi in via di sviluppo i giovani emigrano all’estero per cercare fortuna.
Come in tutti i paesi in via di sviluppo i giovani tornati in patria ostentano la fortuna, anche se spesso non la hanno trovata.
Un po’ quello che succedeva, e succede ancora, anche in Italia.

La confusione ed i festeggiamenti non ci distolgono dallo scopo del nostro vagare: cercare un bancomat dove ritirare marchi convertibili, ed un ristorante dove spenderne una parte.
In giro c’è poca gente. I pochi che non sono invitati a qualche banchetto nuziale affollano un paio di locali alla moda, in stile occidentale, che ci ispirano poco.
Per contro siamo fortemente attratti da un locale all’interno della stazione degli autobus dove persone un po’ in là con gli anni e visibilmente alticce mangiano cantando canzoni popolari. Ma è più tavola calda che ristorante.
Alla fine optiamo per il ristorante dove avevamo ricevuto le indicazioni per raggiungere l’hotel.
Quando entriamo siamo gli unici clienti e temiamo di aver sbagliato la scelta, ma poco dopo incominciano ad arrivare altre persone, in contemporanea con la maxi grigliata ordinata.
Talmente maxi che pur essendo entrambi buone forchette non riusciamo a mangiare tutto.
Il conto è uno scherzo e capiamo che dal punto di vista eno-gastronomico avremo da divertirci.
Tornando verso l’hotel, il cantante Skoro ammicca e ci invita ad ascoltare il suo concerto.
Ci limitiamo ad osservare il suo viso sul manifesto per cercare di capire se possa essere la nuova carriera di un omonimo calciatore approdato a fine anni ottanta in Italia tra le fila del Torino.
Gli eccessi a tavola si fanno sentire e trascorrerò buona parte della notte in bagno.
Approfitto della circostanza per cercare di capire, con l’ausilio di mappe e navigatori online, come potremo agganciare la Via Dinarica che transita ad alcuni chilometri di distanza da Tomislavgrad.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mer giu 03, 2020 21:28 
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: Thumbup :
Skoro l'avevo rimosso,come diceva la gialappa's " un fenomeno parastatale "

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MessaggioInviato: mer giu 03, 2020 21:31 
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MessaggioInviato: sab giu 06, 2020 8:26 
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lupo della steppa ha scritto:
: Thumbup :
Skoro l'avevo rimosso,come diceva la gialappa's " un fenomeno parastatale "


Mah, ti dirò...visto il livello attuale del calcio italiano, ben lontano da quello di fine anni 80 inizio 90, forse non era poi così male.
Restando in orbita Toro (purtroppo la mia squadra) lo scambierei domani con lo Zaza visto in granata : WallBash :


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3 Agosto 2017 – Sciocolada o marmelada ?

La notte mi ha alleggerito. Fisicamente e mentalmente.
Partiamo con una certezza: per immetterci sulla Via Dinarica dobbiamo necessariamente raggiungere il villaggio di Kovacic. L’incertezza riguarda il come.
Scegliamo di evitare taxi o mezzi pubblici e ci mettiamo in cammino, confortati sulla direzione da seguire dalle mappe che Mirko ha scaricato sul suo GPS.
Io sono piuttosto arcaico e contrario alle novità tecnologiche, ma questa sua scelta si rivelerà determinante quasi ogni giorno, in quanto il sentiero è segnato in modo quanto meno approssimativo ed attraversa spesso ambienti selvaggi e privi di ogni forma di civiltà.
Talvolta per ore, talvolta per giorni.

Dopo un paio di chilometri lungo una strada piuttosto trafficata e pericolosa, abbandoniamo l’asfalto, i rifiuti a bordo strada e le erbacce della periferia di Tomislagrad per cercare di accorciare il percorso. Tagliamo in linea retta attraverso dei campi, talvolta non agevoli da percorrere tra cespugli, coltivazioni e canali.
In uno di questi, quasi completamente asciutto, troviamo delle curiose forme di vita.
Sembrano degli enormi gamberi di acqua dolce e cerchiamo di salvarne un paio spostando in acqua alcuni esemplari impantanati nelle secche. Per molti la calura estiva e la siccità sono stati letali.
Altri campi sono tempestati di ossa animali, forse di bovini, e ci chiediamo senza risposta come facciano ad essercene così tante...scherzando sull’ipotesi che ci si trovi su un campo minato.
All’imbocco della strada per Kovacic troviamo una fontanella ed uno spiazzo ombroso.
Tutto sembra mettersi per il verso giusto e ci godiamo il momento concedendoci una pausa.
Il GPS dice che siamo a poche centinaia di metri dalla Dinarica. Siamo tronfi della nostra abilità.
Dovremo utilizzarla per circa un’ora e fino all’ultima goccia per districarci nella boscaglia che ci separa dal nostro obiettivo.
Una imprecazione ogni tre cespugli scandisce la nostra ascesa fino al crinale dove, in base alle indicazioni dovrebbe trovarsi la Dinarica ed invece appare una larga strada in costruzione. Camminiamo a lungo sulla pietraia, che costituirà il fondo su cui posare l’asfalto, in un paesaggio lunare, privo di ogni forma di ombra e sotto un sole implacabile.
Non appena se ne presenta la possibilità decidiamo di abbandonare il percorso arroventato e concederci una variante a fondovalle, dove speriamo di trovare se non altro acqua e cibo.

Sciocolada o marmelada ?
Così ci accoglie la commessa dal naso aquilino nel negozio di alimentari di Mrkdol.
Alla brioche aggiungiamo una bella birra e, rinfrancati e rinfrescati, copriamo la breve distanza che ci separa dal motel Lovre, pregustando una doccia tiepida e un letto comodo ove riposare.
Si tratta dell’unica struttura che offra pernottamento nel raggio di 15-20 chilometri, la abbiamo adocchiata prima della partenza, ma senza prenotarla.
Un po’ perché muovendosi a piedi non si è mai certi di dove e quando si arriverà.
Un po’ perché siamo certi che non ci sia la fila per dormire in un villaggio sperduto del nord-ovest bosniaco.
Purtroppo non abbiamo appreso la lezione a cui abbiamo assistito a Tomislavgrad: i matrimoni.
Uno di questi verrà festeggiato in questo ristorante con abbondanti libagioni che spingeranno gli invitati a trascorrere la notte in albergo.
Quindi o ci imbuchiamo al matrimonio o ci rassegniamo a bivaccare da qualche parte.
La prima ipotesi ci attira ma il nostro look da escursionisti e la barriera linguistica potrebbero generare qualche leggero sospetto tra i commensali più avveduti.
Decidiamo quindi di proseguire il cammino fino a trovare un luogo adatto per il bivacco.
Torniamo così da “Sciocolada” per fare scorta di generi di conforto ma non compriamo abbastanza acqua e dopo alcuni chilometri di carrabili tra i campi, arrivati ad Osuje ci troviamo ad elemosinarla bussando alla porta di una coppia tanto giovane quanto gentile.
Con lo stomaco gonfio come cammelli e la schiena carica come muli ci rimettiamo in cammino.
Dopo un lungo tratto in ripido single track raggiungiamo un balcone naturale proprio mentre il sole sta per tramontare e ci si offre uno spettacolo emozionante di silenzi e giochi di luce.
Il fondo irregolare e l’imbrunire ci spingono a scegliere di bivaccare sotto le stelle, senza montare la tenda. Seguirà una notte quasi insonne tra rumori molesti, dolori articolari e colpi di freddo perché la coperta di stelle sarà anche romantica, ma poco riscaldante.


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Andrea Bezimen ha scritto:
lupo della steppa ha scritto:
: Thumbup :
Skoro l'avevo rimosso,come diceva la gialappa's " un fenomeno parastatale "


Mah, ti dirò...visto il livello attuale del calcio italiano, ben lontano da quello di fine anni 80 inizio 90, forse non era poi così male.
Restando in orbita Toro (purtroppo la mia squadra) lo scambierei domani con lo Zaza visto in granata : WallBash :


..sono d'accordissimo 😉

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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab giu 13, 2020 19:04 
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Quotazerino

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4 Agosto 2017 – Quattro Esse

Siamo già svegli e quasi pronti a partire quando ammiriamo le prime luci dell’alba.
Queste oltre ad avere un fascino ancestrale ci aiutano anche a ritrovare alcuni oggetti caduti nell’erba ed invisibili fino a qualche istante prima.
Il percorso è poco battuto e segnato peggio, ma tra continue difficoltà di orientamento raggiungiamo la vetta dell’Orlov Kuk. Da qui parte una discesa spaccagambe su fondo ripido, in parte erboso ed in parte pietroso.

Alle sette e trenta raggiungiamo un pianoro bucolico, attrezzato con tavoli e panche, così decidiamo di effettuare una vera colazione dopo lo snack improvvisato prima di partire.
Non che ci si delizi con prelibatezze, ma se non altro siamo propriamente seduti al tepore del sole mattutino e nel mentre confrontiamo la traccia sul GPS con gli appunti da me estrapolati sul web e che descrivono sommariamente il percorso.
Non sempre troveremo perfetta corrispondenza tra questi due strumenti e spesso dovremo fare affidamento su istinto, intuito, senso di orientamento e di sopravvivenza.
Una cosa è chiara fin da subito: ci aspetta una lunga salita.
Ma questo non ci spaventa, anzi fondamentalmente ci piace, altrimenti non sceglieremmo di affrontare lunghi trekking durante le nostre vacanze.

Da Osuje non abbiamo più trovato acqua, ma la sera precedente avevamo fatto un rifornimento degno di una carovana berbera. Ora però il peso delle nostre riserve si fa sentire sul ripido e pietroso single track che si snoda all’interno di una fitta area boschiva. Ci fermiamo con una certa frequenza, anche per raccogliere deliziose fragoline gentilmente offerte dal sottobosco.
Ogni tanto tra le fronde degli alberi fanno capolino le vette spoglie e rocciose verso cui siamo diretti.

Quando le raggiungiamo inizia per noi il delirio della quadrupla esse.
- Salita che continua incessante e su un fondo irregolare che rende difficile l’incedere
- Sole implacabile che ci martella in assenza di ogni forma di vegetazione che sia più alta di piccoli cespugli e che trasforma il paesaggio in una fornace dove perfino l’aria diventa phon per il riverbero del sole sulle pietre, con temperature intorno se non superiori ai quaranta gradi
- Sete, con la gola resa ancora più arsa dal disagio psicologico di sapere le nostre scorte in esaurimento, in un paesaggio montano molto diverso da quello alpino e molto più simile al deserto
- Sudore che esce copiosamente dai nostri corpi senza che quasi ce ne si accorga se non passando la lingua sulle labbra, in quanto il vento caldo lo asciuga quasi all’istante lasciando sui nostri visi una patina salina.

Vediamo in lontananza un gruppo di case. Non si tratta di un miraggio e le raggiungiamo a mezzodì.
Non c’è traccia di anima viva e la sola acqua visibile ai nostri occhi ristagna in un pozzo, punteggiata da insetti che ne sconsigliano l’utilizzo.
Però finalmente siamo all’ombra ed abbiamo ancora un po’ di scorte del cibo comprato a Mrkdol.
Viste le circostanze la lattina di birra quasi rovente che ingurgitiamo sembra un dono divino.

Un gran numero di farfalle si posa sullo zaino di Mirko e lo prendiamo come un presagio ben augurante ed in effetti di lì a poco troviamo una casa abitata da una famiglia di contadini.
La presenza umana è anticipata da rumori di vita domestica e dalla presenza di alcuni giocattoli abbandonati in cortile da un bimbo. Costui intimorito dalla nostra presenza cerca rifugio nascondendosi alle spalle della mamma, imitato da alcune galline che razzolano in cortile.
Dalla cucina proviene profumo e sfrigolio di fritto, le nostre papille gustative implorano cibo vero, ma ci limitiamo a chiedere in uno slavo molto maccheronico “sdrasvuitie, izvinite...VODA?”.
Questa parola dal suono dolce significa acqua e da escursionisti rimpiazza velocemente quella che da turisti era la parola più gettonata e familiare: Pivo (birra).
I timori iniziali, per l’apparizione di due vagabondi stranieri, e le barriere linguistiche vengono accantonate e la richiesta viene esaudita, ma purtroppo non riusciamo ad ottenere informazioni chiare su come raggiungere il lago Blidinje.

Del resto non essendo in grado di formulare una domanda corretta ne di capire una eventuale risposta, l’unica speranza era capire quanto tempo ci potrebbe volere. Ovviamente però in quella casa nessuno ha mai percorso quel tratto a piedi, e riceviamo pertanto un’indicazione generica in termini di chilometri.
Tale chilometraggio si riferisce ovviamente alla strada carrabile e non al percorso della via Dinarica che, forti del disagio mattutino, avevamo comunque già deciso di abbandonare per arrivare prima al lago Blidinje, dove rilassarci con un bel bagno e sostare nell’omonimo rifugio.

Il serpentone di asfalto rovente cede il passo ad una tanto larga quanto polverosa strada in costruzione. Le auto di passaggio imbiancano noi e il paesaggio, tuttavia nonostante il nostro aspetto spettrale un paio di auto si offrono di darci un passaggio.
Rifiutiamo un po’ per questioni ideologiche ma soprattutto perché crediamo essere molto più vicini al lago di quanto lo fossimo.
In realtà vicini lo saremmo anche, ma a causa della persistente siccità, il lago si è ristretto e proprio quando pensavamo già di poterci concedere un bagno, ci troviamo a camminare su un fondo di fango secco punteggiato da radi ciuffi di erba ingialliti.
Il lago ed un bagno rinfrescante restano dei miraggi anche quando sotto i nostri piedi inizia ad esserci prima fango, poi un pantano coperto da un velo d’acqua.
Abbandonati zaini e scarpe, camminiamo per decine di metri in una sorta di risaia con la chimera ed il sogno di immergerci, poi desistiamo e torniamo a riva. I piedi sono coperti di fango che non sappiamo dove e come lavare.
L’agognato rifugio Blidinje risulta ovviamente chiuso, come anche il rubinetto al suo esterno.
Intorno a noi il nulla. Solo un cartello stradale arrugginito ed un paesino in lontananza.

Dopo imprecazioni in serie, in preda allo sconforto decidiamo di raggiungere Masna Luka, dove la presenza di acqua sembra certa, ma che dista ancora circa tre ore di cammino, in gran parte in salita.
Vi arriviamo all’imbrunire, accolti da una piazzola per picnic, abbruttita da cumuli di immondizia, a cui diamo poca importanza perché attratti da un gelido ruscello che sgorga dalla roccia: siamo salvi!
Ormai stanchi e disidratati ci diamo una sommaria lavata, poi mangiamo poco e beviamo in abbondanza. Nei pressi della piazzola c’è una grande struttura, si direbbe un monastero, del quale riesco ad intercettare il segnale wifi, ma non troviamo modo di chiedere ospitalità, cibo o informazioni.

La struttura è recintata, non si vedono campanelli né persone in giro, sebbene ci siano alcune auto.
Se non altro riesco, grazie al debole segnale wifi, a comunicare a sorella e fidanzata che va tutto bene.
Ovviamente non me la sono sentita di raccontare la verità, sapendo che si sarebbero preoccupate.
E poi, tutto sommato, avevamo scelto la Via Dinarica anche e proprio perché ritenevamo che a differenza di altre vie e cammini, presentasse un livello di avventura e di imprevisti nettamente più stimolante. Pertanto avevamo messo in conto di incontrare difficoltà.
Ora ci aspetta una nuova notte in tenda su uno spiazzo poco livellato e ristretto, ma stanchezza e silenzio ci fanno presto piombare nel mondo dei sogni...popolati di letti confortevoli, cene luculliane e vasche con idromassaggio.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: ven lug 03, 2020 20:19 
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5 AGOSTO 2017 – Angeli ribelli

Quando ci svegliamo albeggia.
Ieri sera l’acqua sorgiva sembrava fredda, questa mattina invece realizziamo che è proprio gelida. Le abluzioni mattutine si limitano quindi a mani e faccia e già così invochiamo il nome di Armaduk, fedele compagno del compianto esploratore Ambrogio Fogar nelle sue avventure artiche.
Ci aspetta una lunga e dura giornata, per cui ci vorrebbe un bel pieno di energie a colazione.
Ma dobbiamo iniziare a centellinare le nostre provviste e la mia colazione consiste in due marmellatine monodose e una manciata di mandorle secche.

Passando accanto al Monastero di Masna Luka seguiamo un sentiero diverso da quello percorso ieri sera, ma dopo circa trenta minuti, ci ritroviamo in un punto in cui ricordiamo esattamente di essere stati la sera prima. Uno dei rari segnavia (cerchi concentrici biancorossi) è infatti a forma di cuore e lo avevamo notato e fotografato già ieri prima dell’ultima salita.
Inutile dire che siamo confusi e perplessi.
Accendiamo il GPS che ovviamente fatica a trovare il segnale, così decidiamo di iniziare a camminare in quella che ci sembra la direzione più logica. Di lì a poco la tecnologia attesta che la nostra logica funziona ancora. Un piccolo incremento di autostima presto svilito dalla salita durissima che ci attende. Siamo a metà mattina ma fa già molto caldo, ci dobbiamo fermare spesso anche per bere, ma il peggio deve ancora arrivare.

Terminata la parte più ripida della salita, inizia un lungo saliscendi in ambiente quasi desertico che affrontiamo ovviamente nelle ore più calde della giornata. Siamo stanchi e spossati, quasi disidratati, con zaini pesanti. La temperatura supera i 40 gradi, una leggera brezza calda peggiora la situazione, amplificando il senso di arsura.
Le uniche ombre sono le nostre, quasi perpendicolari al corpo.
Non mi stupirei di vedere volteggiare famelici avvoltoi sopra le nostre teste, ma niente. Sembra che nemmeno gli uccelli gradiscano questo ecosistema.

Già da un po’ io e Mirko avanziamo trascinando i piedi, senza chiacchierare, imprecando di tanto in tanto. Soprattutto lui quando in un tratto in discesa, complice la stanchezza, appoggia male un piede e cade urtando duramente con il ginocchio sulla pietraia.
Un infortunio in quel luogo, in una situazione già preoccupante, potrebbe essere letale.
Inizialmente sorrido, le cadute altrui generano sempre ilarità. Un brivido corre però lungo la mia schiena quando vedo che fatica a rialzarsi e che poi zoppica vistosamente.
Fortunatamente il ragazzo ha tempra e, poco a poco, riprende il suo passo normale, che mantiene fino a quando notiamo una spaccatura tra le rocce. Ci avviciniamo e la osserviamo bene.

Davanti a noi si para una piccola grotta. Il soffitto non consente di restare in posizione eretta, ma decidiamo di entrarvi e sdraiarci al suo interno. Lo shock termico è forte, sembra quasi di entrare in un frigo.
Concedo ai piedi un po’ di agognata libertà da scarponi e calze pesanti, ma ben presto devo indossare un paio di calze pulite perché mi viene freddo alle dita. Perfino l’acqua dentro alle bottiglie fa condensa per lo sbalzo di temperatura.
Probabilmente anche sul nostro corpo potrebbero esserci conseguenze sgradevoli, ma in questo momento la priorità è goderci un po’ di riposo al fresco. Se verranno mal di schiena o mal di gola ci penseremo.
Trascorriamo almeno un’ora all’interno di questa spelonca incuranti della presenza di eventuali coinquilini quali aracnidi e chirotteri. Le ridotte dimensioni se non altro non la rendono abitabile per plantigradi, che pure in questi monti dovrebbero esserci. Eventuali serpenti dovrebbero preferire le calde rocce all’esterno.

Non possiamo però rimanere qui in eterno, così riprendiamo la marcia in direzione del Monte Vilinac, dove ci aspettano un rifugio ed una sorgente che viene data per certa.
Al momento io ho ancora circa un litro e mezzo d’acqua, Mirko un litro scarso.
Si prosegue per un po’ senza cambiamento di paesaggio: saliscendi assolati e roventi.
Poi, dopo un cambio di direzione, arriviamo in una zona con un po’ più di bassa vegetazione.
Sfortunatamente in buona parte si tratta di ortiche che infestano il passaggio e noi ovviamente siamo in bermuda. La presenza di vegetazione ci fa sperare di trovare un rivolo, ma le nostre speranze sono vane e le nostre borracce sempre più vuote.
Ci sono dei fiori simili a piante grasse, dal gambo grosso e cavo, penso di provare ad inciderli per vedere se contengono acqua, ma non ho visto abbastanza puntate di Bear Grylls...non sono cactus e per fortuna non rilasciano liquidi, visto che avrebbero anche potuto essere velenosi.

Alle tre e mezza del pomeriggio, stravolti, arriviamo ai piedi della salita che porta al rifugio del Monte Velinac.
Il cuore batte forte nella speranza di trovarlo aperto e di rifornirci d’acqua.
In un punto, accanto al sentiero, notiamo un verde più intenso nella vegetazione e come rabdomanti ci fiondiamo in quella direzione. Ad un tratto i nostri piedi calpestano terreno umido che poi diventa addirittura zuppo. Siamo salvi, o forse no. L’acqua forma una sorta di stagno, ma ovviamente non possiamo bere quell’acqua. Accanto allo stagno un grosso parallelepipedo di cemento sul quale ci arrampichiamo con le ultime energie. Al centro c’è un grosso coperchio in cemento.
Mirko, le cui scorte d’acqua ammontavano ormai a mezzo litro, vi si avventa per sollevarlo ma non ci riesce.
In quel momento eravamo alle lacrime, trattenute solo per dignità.

Provo allora io con la forza della disperazione, ed il pesante coperchio si muove.
In un istante crollano decenni di leggende e miti sulla forza sovraumana dei "camalli" visto che quella è la professione del mio compagno di sventura...
Legata alla maniglia del coperchio vi è una grossa corda, alla cui altra estremità è appeso un secchio nero da muratore.
Dentro il blocco cavo in cemento: acqua, tanta acqua fresca.
Seguono scene viste in certi film quando finalmente il protagonista allo stremo trova un’oasi.
Incuranti della presenza del simpatico microcosmo di insetti nel secchio ci bagniamo e beviamo come se non ci fosse un domani rischiando indigestioni d’acqua e gastroenteriti.
Approfittiamo della presenza d’acqua per mangiare i nostri ultimi viveri, in modo da pasteggiare bevendo senza intaccare le scorte. Il disgustoso patè di tonno marchiato “Argeta” mi sembra fin commestibile mentre lo accompagno agli ultimi pezzi di pane raffermo.
Terminato il frugale pasto, mentre ci accingiamo a riempire le borracce prima di ripartire alla volta del rifugio, sentiamo dei passi. Istintivamente pensiamo che se c’è qualcuno, il rifugio poco più su debba essere aperto e ci si apre il cuore.
Un giovane e magrissimo escursionista appare davanti a noi. Pure lui attratto dall’acqua.
Si chiama Muris ed è di Sarajevo. Fortunatamente parla inglese ma sfortunatamente ci comunica che il rifugio è chiuso.

Lui ed un amico taciturno che probabilmente non parla inglese, sono andati sul Velinac per un’escursione breve, di un paio di giorni e dormiranno in tenda.
Sapevano che avrebbero trovato acqua così come che il rifugio sarebbe stato chiuso.
Ci dice che tali strutture in Bosnia sono generalmente aperte solo su prenotazione. Quando altri lo hanno fatto, può capitare un colpo di fortuna e di poter condividere la struttura, ma oggi non è così.
A patto che i rangers parlino inglese, ovviamente non abbiamo sim bosniaca, non abbiamo accesso internet, non abbiamo i numeri di telefono delle strutture, non sappiamo quando arriveremo nel punto x, per cui ci rassegniamo all’idea di non trovare alcun rifugio aperto in futuro.

Lo sconforto nei nostri visi deve essere evidente perché ci chiede subito dove siamo diretti.
Jablanica” rispondiamo prontamente, con la vitalità di un elettroencefalogramma piatto.
Ci spiega che ci vorrà ancora un giorno e mezzo di cammino e che lungo il percorso non troveremo villaggi e nemmeno sorgenti. Solo un rifugio, probabilmente chiuso.
Aggiunge poi che da Jablanica la Via Dinarica riprende con 2-3 tappe simili a quella appena affrontata, andando in direzione della fornace bosniaca a nome Mostar, dove le temperature hanno già superato i quaranta gradi.
Sui nostri visi lo sconforto viene sostituito da disperazione e ci chiede allora se abbiamo viveri.
L’orgoglio imporrebbe di dire di si, ma a volte l’orgoglio è meglio metterlo sotto ai piedi.
No, non abbiamo scorte di cibo, di certo non per una giornata e mezza.
Forse nemmeno per mezza giornata, considerando il consumo di energie e calorie a cui sottoponiamo quotidianamente il nostro fisico.

Muris ha il viso scavato ed il fisico asciutto, ma un cuore grande e generoso.
Condivide con noi parte del suo cibo. Come evidenziato dal suo aspetto non è un mangione, quindi non ha tante scorte con se, ma ce ne dona una parte, aggiungendovi due bustine di sali minerali.
Dalla veranda del rifugio la vista è spettacolare e ce la godiamo sbocconcellando due grappoli d’uva ricevuti in dono e che in quel luogo, in quella circostanza, sembrano nettare divino.
Sarebbe bello rimanere lì, chiacchierare con i nostri amici occasionali e sfruttare la presenza di acqua per la cena e per la notte. Tuttavia la tappa di domani diverrebbe eccessivamente lunga, ed essendo solo le quattro, abbiamo ancora parecchie ore di luce per portarci avanti nel cammino.
Salutiamo così il nostro salvatore, ringraziandolo per il cibo e le preziose informazioni mentre il suo compagno taciturno si è fermato nei pressi della sorgente poco più a valle.

La rinnovata scorta d’acqua, la sosta, i pochi inaspettati viveri piovuti dal cielo di Sarajevo ci ridanno un po’ di energie e di ottimismo e nelle successive tre ore di cammino abbiamo anche la forza di ammirare i paesaggi circostanti. Una natura dalla bellezza aspra e selvaggia, poco accogliente con la fauna, anche quella selvatica. Camminiamo in alto, spesso proprio lungo il crinale, con panorami a perdita d’occhio e nessun villaggio o segno di civiltà all’orizzonte.

Quando il sole comincia a calare ci ritroviamo in un angolo di paradiso, dal quale forse ci è stato inviato l’angelo Muris, e decidiamo di fermarci lì per la notte.
Proprio accanto al sentiero si trova uno spiazzo erboso nei pressi di un laghetto. Le sue acque non sono cristalline, quindi preferiamo evitare di berle, ma possiamo lavarci e rinfrescarci.
Nello spiazzo sono evidenti segni di falò, magari di improvvisati barbeque, e sogniamo che anche questa sera qualcuno arrivi lì a grigliare e ci offra una bistecca ed una salsiccia.
I sogni son desideri, ma raramente di trasformano in realtà. Dobbiamo pertanto accontentarci di cenare dividendoci la scatoletta di sardine ed il mezzo somun (pane tipico bosniaco) offertici da Muris.
Mirko ha ancora un pezzettino di parmigiano, ed entrambi abbiamo della frutta secca. Per questa sera ci deve bastare, visto che domani ci aspetta una lunga giornata quasi senza viveri.

Prima della cena però andiamo alla ricerca dell’Hajducka Vrata, la porta del ribelle, che dovrebbe essere a pochi minuti dal nostro accampamento.
Si tratta di un ampio arco naturale di roccia carsica. Tanto perfetto da sembrare quasi artificiale.
Già prima di partire lo avevamo messo nei “must see” del percorso e quando ce lo troviamo davanti supera le nostre aspettative, anche grazie ai giochi cromatici regalati da un ramato tramonto.
Si trova poco sotto al percorso della Dinarica e sopra ad un largo canyon che scende a strapiombo per centinaia di metri. A vederlo mi scappa un “ma dove ti ho portato eh? Cedrone” che strappa una risata a me ed al mio compagno, entrambi appassionati cultori del film “Marrakech express”.
Le numerose foto che scattiamo non rendono giustizia allo spettacolo che riempie i nostri occhi.
Torniamo alla tenda con il morale risollevato dalla parca cena e dall’emozionante paesaggio.
E’ ancora mezzo chiaro quando entriamo nelle rispettive tende.
Io dormirò malissimo a causa della stanchezza, della fame e della sete accumulate.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom lug 05, 2020 21:37 
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Mi sa che una di queste sere mi guardo "Il cammino per Santiago " con M.Sheen ,ho letto che è carino come film...

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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun lug 06, 2020 18:46 
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lupo della steppa ha scritto:
Sempre molto appassionante : Thumbup :
Mi sa che una di queste sere mi guardo "Il cammino per Santiago " con M.Sheen ,ho letto che è carino come film...


Grazie Lupo.
Anche per la segnalazione di quel film.
Pure io non lo conoscevo, ma dalla trama sembra interessante.
Solo che Santiago mi fa venire un po' l'orticaria perchè più che un pellegrinaggio è diventato un fenomeno di costume...


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mar lug 07, 2020 15:11 
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continua, ti sei già guadagnato una bevuta ! :mrgreen: : Thumbup :

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...........non seguitemi, mi sono perso anch'io !


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psiconauta ha scritto:
Bello ! =D>

continua, ti sei già guadagnato una bevuta ! :mrgreen: : Thumbup :


Anche un panetto ?? : Thumbup :


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MessaggioInviato: mar lug 07, 2020 20:55 
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Andrea Bezimen ha scritto:
psiconauta ha scritto:
Bello ! =D>

continua, ti sei già guadagnato una bevuta ! :mrgreen: : Thumbup :


Anche un panetto ?? : Thumbup :


...con le sardine, belin ! :uahuah: :lol: : Thumbup :

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psiconauta ha scritto:
Andrea Bezimen ha scritto:
psiconauta ha scritto:
Bello ! =D>

continua, ti sei già guadagnato una bevuta ! :mrgreen: : Thumbup :


Anche un panetto ?? : Thumbup :


...con le sardine, belin ! :uahuah: :lol: : Thumbup :


Oh belin, sei il fratello di Muris ?!? Allora un quarto di panino e mezza scatoletta a testa...
Ed io che speravo in una birra con il panetto "misto" dei fratelli Gallese...


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: gio lug 09, 2020 7:36 
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6 Agosto 2017 – Civiltà

La notte non ci ha rigenerato granchè ma non possiamo fare altro che partire, dopo l’abluzione nel laghetto ed una misera colazione a base di mandorle e nocciole secche.
Se tutto va bene dovremmo arrivare a Jablanica nel tardo pomeriggio e gli unici viveri rimastimi sono quattro barrette energetiche: due gusto mela, due gusto “sciocolada”. Posso anche scegliere !!
Alle sette e mezza, con le luci del mattino l’Hajducka Vrata è ancora più bello che alla sera.
Ne approfittiamo per ammirarlo e cercare vanamente di intrappolarne la bellezza in formato jpg.
Subito si presentano difficoltà di interpretazione del percorso. Quella che sembra la strada più battuta scende a destra verso il canyon ed è pure marcata con i cerchi concentrici bianco-rossi.
Tuttavia noi sappiamo di dover salire verso la vetta del monte Trinjaca che stando al GPS è poco lontano, alla nostra sinistra. Scopriremo poi che i cerchi biancorossi segnalano tutti i percorsi tracciati, mentre noi pensavamo fosse il segnavia ufficiale della Via Dinarica…
Seguiamo la direzione indicata dal sistema satellitare ma non la traccia perché proprio non la troviamo e così saliamo ai 2000 metri per direttissima, scartavetrandoci i polpacci con i pini mughi che infestano il passaggio. Mentre ci avviciniamo alla vetta, uno dei pini mughi si anima.
Escludendo lo faccia di vita propria, temiamo possa esserci un orso visto che molti ci hanno messo in guardia su quel pericolo che, comprensibilmente ci preoccupa un poco.
Invece si tratta di un ungulato, non saprei dire se daino o capriolo, che ad agili balzi scappa verso un dirupo inavvicinabile ai comuni mortali.
Dalla sommità, complice il diradarsi della vegetazione, riusciamo a ritrovare la traccia del nostro percorso e lo seguiamo: una discesa piuttosto tecnica su sassi e rocce smosse, mentre il sole riprende ad arrostirci.

Scendendo di quota raggiungiamo una zona con pascoli, attraversati da diversi sentieri, e qualche sparuto alberello. Sotto uno di questi troviamo dei fusti d’acqua ancora sigillati, lasciati lì probabilmente da qualche pastore. In altre circostanze non ne avremmo approfittato, ma per una volta decidiamo di seguire il detto “mors tua vita mea” e riempiamo pance, bottiglie e borracce.
Controlliamo il GPS e ci accorgiamo di essere fuori strada. Senza questo errore che ci ha fatto seguire il sentiero che sembrava più battuto, non avremmo mai trovato quella salvifica scorta di acqua. Per la seconda volta in due giorni, la buona sorte ci è venuta incontro.
Noi invece ora andiamo incontro alla direzione corretta, ritornando per qualche centinaio di metri sui nostri passi. Fortunatamente in questo tratto il caldo opprimente è mitigato dal passaggio in un bosco dove per magia troviamo anche molte fragoline sulle quali ci avventiamo con la perizia tipica della prima generazione cresciuta a video games. Andrea e Mirko con le strawberries saltellano come Mario e Luigi con i funghi...a noi però non vengono i superpoteri e quando arriviamo al rifugio Plasa non riusciamo ad aprire con la forza del pensiero la porta, che troviamo chiusa come da pronostico di Muris. Decidiamo comunque di fare una sosta per riposarci all’ombra dell’edificio.
Inoltre sul retro scorgiamo dei recipienti in plastica con acqua di raccolta delle grondaie che utilizziamo per rinfrescarci. Verbo improprio visto che l’acqua ha una temperatura più adatta alla preparazione del te, piuttosto che a rinfrescanti abluzioni corporali.
Abbiamo ancora un po’ dell’acqua del pastore, ma ci aspettano ancora diverse ore di cammino con temperature che crescono a mano a mano che scendiamo di quota.

Nei pressi del rifugio ci sono diversi sentieri e fatichiamo un po’ a trovare quello giusto, che si rivela una trappola spacca ginocchia.
In dieci chilometri passiamo da 1400 a 200 metri di altitudine dapprima su un ripido sentiero a zig zag nel bosco che offre anche alcuni punti panoramici con panchine, poi su una strada carrabile con fondo duro, pietroso e sconnesso che soffriamo terribilmente.
Lungo la discesa, leggermente discostata dal sentiero, una fonte viene indicata dai nostri appunti come sicura e perenne. Un cartello con la scritta “voda” compare davanti a noi e non è un miraggio.
Seguiamo un sentiero malconcio e parzialmente invaso da erbacce infestanti fino a raggiungere un desolato rifugio in stato di abbandono. Nessuna fonte, ne tracce di scorrere d’acqua.
Sconsolati ci sediamo sui gradini di accesso alla struttura, ma prima di andarcene provo a dare un’occhiata sul retro, mentre Mirko ormai rassegnato rimane a sedere.
E magia fu: una ricca fonte di acqua fresca si trova sul retro e non vedevamo rivoli d’acqua perché questa scende verso un ruscello in direzione opposta a quella del rifugio.
Scene di giubilo, come al Velinac, seguono a questa magica scoperta e ripartiamo rinfrancati ma l’effetto magico dura poco.

Jablanica non arriva mai, in compenso passiamo davanti allo squallore nauseabondo della sua discarica. Da quel punto la strada diventa asfaltata ed il manto di bitume a quell’ora riversa contro di noi tutto il calore accumulato durante il giorno.
Di fronte al cartello che segna l’inizio nel territorio comunale, Mirko mi sorprende e mi immortala in una foto che testimonia benissimo il penoso stato psicofisico in cui versavamo in quel momento.
Da lì ci vorrà ancora un’eterna mezzoretta di cammino prima di trovare le prime case ed i primi negozi. Tra questi una buregdzinica, uno di quei forni specializzati nella produzione del burek, una torta salata a base di pasta fillo e che può essere ripiena di formaggio, carni o verdure.
Iniziamo a salivare appena intravvediamo l’insegna, ma a due passi dal traguardo l’entusiasmo si spezza. Sono le 17 passate ed il burek è finito, non resta altro che qualche forma di pane.
La nostra fame necessità di qualcosa di più sostanzioso che troviamo dopo pochi minuti.

Il locale è affollato, soprattutto da giovani ma non mancano le famiglie, ed il nostro arrivo non passa inosservato. Siamo vestiti male, sporchi, puzzolenti, per non dire dei nostri visi.
Labbra spaccate dall’arsura, occhi tra lo spento per la stanchezza e lo spiritato per l’eccitante prospettiva di sedersi a mangiare e bere davvero dopo tre giorni di sopravvivenza.
Accompagnati dal cameriere e dagli sguardi della gente, ci accomodiamo in uno dei pochi tavoli liberi con dispiacere olfattivo dei nostri vicini. Ordiniamo subito una birra media per raffreddare corpo e mente prima di procedere con le ordinazioni. Il sistema di raffreddamento però forse non funziona a dovere perché, contrariamente alle nostre abitudini che privilegiano il cibo locale, ordiniamo una pizza capricciosa. Viene servita accompagnata da un vasetto di ketchup e mayonese che io spalmerò sul bordo dopo aver mangiato una pizza deliziosa. O almeno così mi sembrò.
Potere della fame, magia dei momenti...in certe circostanze cibi appena edibili sembrano divini e rimangono scolpiti nella memoria come un momento di gioia golosa.
Ordiniamo un’altra birra e saldiamo un conto amichevole: otto marchi convertibili, vale a dire quattro euro.

Ora abbiamo due possibilità: soggiornare a Jablanica, cittadina piuttosto anonima e famosa solo per il “ponte rotto” fatto saltare da Tito e compagni durante la seconda guerra mondiale, oppure spostarci alla ben più vivace, turistica ed attraente Mostar.
I dubbi vengono presto dissipati mentre ci dirigiamo verso la stazione dei bus.
Il paesone sembra decisamente sonnolento e scarseggiano le soluzioni alberghiere.
Compriamo pertanto i biglietti ed abbiamo parecchio tempo d’attesa che sfruttiamo per fare compere al market della stazione. Mentre aspettiamo il bus facciamo amicizia con un signore che ci rivolge la parola in inglese dopo aver notato che Mirko indossa la maglia del Flamengo, maglia che ormai peraltro vive di vita propria dopo tre giorni di bivacco ed epiche sudate sotto il sole bosniaco. Il signore è appassionato di calcio brasiliano e possiede la maglia del San Paolo, così alla maglietta di Mirko scappa un’esclamazione di disappunto “carralho !” ma la maglia si rilassa sussurrando un “ta bom” quando il tipo aggiunge che tuttavia si sente “carioca dentro”. Sinceramente ricordo poco del nostro dialogo, ma non scorderò mai che di lì a poco si allontanerà per tornare con due grosse porzioni di burek, appena sfornato, che ci porge in dono. Molto probabilmente ci avrà chiesto se era la nostra prima volta in Bosnia e che cosa ci piaceva della loro cucina. Visto che per me non era la prima volta, avrò decantato il burek, piatto tipico dei Balcani, che in Bosnia raggiunge la sua massima espressione, aggiungendo che non vedevo l’ora di farlo provare al mio compagno di viaggio. Per non fare torti ha preso una fetta per entrambi. Sorpresa graditissima.

Il bus per Mostar è quasi pieno ed anche in questa circostanza mi sento a disagio per il fetore che emaniamo, ma allo stesso tempo sono esaltato.
Abbiamo superato tre giornate difficilissime durante le quali era probabile uscire di senno, invece la nostra amicizia sembra pure rinforzata dall’avere superato insieme le avversità.
Mentre il bus corre lungo la Neretva, offrendoci spettacoli mozzafiato all’imbrunire, sfrutto il wifi gratuito a bordo e ne approfitto per prenotare una stanza in un ostello in cui ero stato anni prima ed in cui mi ero trovato benissimo.
A Mostar, scesi dal bus veniamo assediati vanamente da venditori di posti letto.
Un po’ seguendo i miei ricordi, un po’ seguendo le indicazioni ottenute via email, raggiungiamo l’ostello che già è buio.
Majda si ricorda di me e ci accoglie con calore offrendoci non solo un delizioso te freddo alla menta, ma anche pane con marmellata ed Ajvar, una gustosa preparazione spalmabile a base di peperoni ed altre verdure, molto diffusa in tutti i Balcani.
Nell’ostello ci si muove scalzi o in ciabatte, camminando su parquet in legno o soffici tappeti, e sono presenti ciabatte per chi non le avesse e volesse indossarle.
Mentre i nostri scarponi vengono additati e schifati dalle altre calzature presenti nell’angolo in cui li riponiamo, noi ci concediamo una corroborante e rilassante doccia dopo tre giorni vissuti quasi allo stato ferino. E’ possibile, a pagamento, usare anche la lavatrice, ma per il momento ci limitiamo a lavare a mano quanto indossato negli ultimi giorni.

Mentre usciamo dalla doccia sta rientrando il gruppo che ha partecipato alle escursioni che giornalmente vengono organizzate dall’ostello, e veniamo invitati da Majda a condividere il cibo che ha preparato per loro: una zuppa di pollo e verdure.
La accompagniamo con birre prese in un vicino market aperto anche di sera.
I titolari dell’ostello sono musulmani osservanti, ma non impediscono agli ospiti il consumo di alcol, purché moderato e non molesto.
I nostri stomaci non sono più abituati al cibo caldo, o forse alla birra fredda che ingurgitiamo.
Segue qualche gorgoglio sospetto, ma le lamentele intestinali vengono zittite dall’esultanza e dalle coreografie festose delle papille gustative, gemellate con le endorfine.
Prima di concederci un meritato riposo riabbraccio Bata, fratello di Majda e organizzatore delle pazze escursioni sul suo minivan chiamato Bella.
Forse anche per questioni anagrafiche, visto che siamo quasi coetanei, era nata una sorta di complicità quando ci eravamo conosciuti nel 2012 ed a distanza di anni, dopo migliaia di facce, si ricorda ancora di me.
L’escursione ripete quasi interamente le tappe che affrontai qualche anno fa, ma so che ne vale la pena e decido che parteciperò nuovamente a tale esperienza tra un paio di giorni.

Abbiamo deciso di riposarci a Mostar per almeno tre notti e decidiamo di aspettare che si aggiunga a noi Gianluca, amico e concittadino di Mirko, il cui arrivo è previsto per domani pomeriggio.
Fervente appassionato di storia e profondo conoscitore delle dinamiche sociologiche e politiche internazionali, sappiamo che non ci perdonerebbe mai di essere andati in escursione senza di lui.
Gli aspetti paesaggistici del tour infatti si intrecciano con la storia drammatica vissuta da queste terre e queste genti negli anni novanta, sapientemente raccontata dall’istrionico Bata.
Egli stesso fu costretto a scappare e trasferirsi in Svezia dove visse per alcuni anni.
Si guadagnò da vivere facendo il taxista e diventando estremamente fluente in lingua inglese, tanto da parlare quasi più velocemente dei madrelingua, rendendo talvolta ostico capire i suoi discorsi che talvolta diventano "pipponi".
La sua fuga fu particolarmente avventurosa: protetto e nascosto su un ambulanza da un amico d’infanzia che per questioni etniche in quel momento avrebbe dovuto essere considerato nemico, essendo di etnia croata e cristiana. Insomma, un casino...come la guerra del resto.

Finalmente è venuta l’ora di buttarci a letto e sprofondare in un sonno profondo, ma non abbastanza da resistere alla vendetta della flora intestinale.
Avvelenata dalla sconfitta di qualche ora prima, suggellata da una seconda birra gelata, è rimasta silente ma incattivita per alcune ore, studiando tecniche di guerriglia con cui vendicarsi.
Nel frattempo ha trovato un feroce alleato: l’aria condizionata che è accesa nella camera da letto per ovviare alle temperature roventi di Mostar, in questi giorni superiori ai 40 gradi.
Alle cinque del mattino sferra il suo attacco, con dolori tipo parto e fronte imperlata, rifacendosi con gli interessi.
Del resto era da Tomislavgrad che non andavo in bagno…


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MessaggioInviato: lun ott 19, 2020 20:07 
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7 Agosto 2017 – Sulemani Suleyman

Sonno e stanchezza arretrata ammortizzano e anestetizzano velocemente i problemi e le turbolenze sorte improvvisamente durante la notte, per cui al rientro a letto dormo beatamente fino alle otto.
Al risveglio segue una nuova doccia mentre attendiamo che venga preparata la colazione che viene servita intorno alle nove, in contemporanea a tutti gli ospiti.
Questo potrebbe sembrare un po’ una forzatura, se non un fastidio, ma quando ti siedi a tavola e ti viene servito tutto quel ben di Dio, capisci che vale la pena aspettare.
Più che una colazione si tratta quasi di un brunch, un pieno di energie che rende il pranzo sostituibile con un semplice snack.
Seduti ai tavolini sistemati in un angolo del giardino un’umanità eterogenea per razza, etnia, lingua, religione ed età si trova uniformata ed omogeneizzata dagli apprezzamenti per il cibo.
La lingua comune non è più l’inglese, ma un misto di silenzio e mugolii di approvazione.
Rimanendo comodamente seduti, con un trattamento degno più di un B&B che di un ostello, ci vengono servite porzioni generose di: frittelle, ajvar, kajmak (una sorta di burro cremoso), pane, marmellata, shopska salata e dulcis in fundo pure del pudding. Tè, caffè e latte placano la sete.

Alle dieci accompagno Mirko per un primo giro esplorativo del centro storico di Mostar.
Inevitabile transitare per lo Stari Most, il ponte simbolo della città e uno dei simboli della follia distruttrice della guerra.
Edificato nel XVI secolo per ordine di Solimano il Magnifico, si ritiene fosse il ponte ad arco singolo più lungo del mondo in quell’epoca e la sua costruzione è avvolta da leggende.
Le immagini del suo abbattimento ad opera delle milizie secessioniste croate, il nove novembre 1993, fecero il giro del Mondo. La ricostruzione, finanziata da aiuti internazionali provenienti soprattutto dall’Italia, terminò nei primi anni duemila ed il ponte fu riaperto a luglio 2004.

Meno inevitabile, anzi piuttosto fortunoso beccare un tuffo dal ponte.
Spesso i tuffatori professionisti stanno in bilico sul parapetto a lungo, mentre i loro soci raccolgono offerte, e non si lanciano finché non sono soddisfatti del ricavato.
Ventiquattro metri sotto di loro li attendono le impetuose e gelide acque della Neretva.
Mentre passiamo è in atto una di queste pantomime. Suggerisco al mio socio di continuare a camminare perché l’attesa potrebbe risultare lunga se non addirittura vana.
Proprio quando raggiungiamo le rive del fiume, in posizione vantaggiosissima per una foto, il tuffatore decide di lanciarsi nel vuoto. Mirko lo immortala a mezz’aria con le braccia aperte, quasi come la raffigurazione di una crocefissione invocata dal popolo dei vacanzieri.
Talvolta a lanciarsi sono anche turisti che non sempre hanno seguito il corso, ultimato il quale si è autorizzati a tuffarsi, e le cronache locali riportano spesso di esiti tragici per tuffatori improvvisati, talvolta addirittura in preda ai fumi dell’alcool.
Durante la mia prima visita a Mostar, un paio di ragazzi dell’ostello si lanciarono clandestinamente ma si trattava di tuffatori provetti, non nuovi ad esperienze simili decisamente sconsigliabili ai più.

Memore della mia precedente esperienza illustro a Mirko le vie ed i luoghi più interessanti per i nostri gusti: poco spazio al bazar con le sue chincaglierie e magneti attira turisti, per dedicarsi maggiormente alla scoperta di murales e dei segni ancora visibili del recente conflitto.
Quando accaldati rientriamo in ostello per berci una birra, Bata sta introducendo l’escursione agli ospiti che di lì a poco la effettueranno. Per me è venuto il momento di un riposino, mentre il mio socio, affascinato dagli scorci di Mostar, decide di uscire per un safari fotografico.
L’accordo è di rivederci in ostello tra un paio di ore e di andare poi insieme alla stazione degli autobus. Verso metà pomeriggio è infatti previsto l’arrivo in città, ampiamente pubblicizzato dai media locali e non, del nostro amico Gianluca.
Stento a prendere sonno per l’emozione...
Nel frattempo Mirko abbina scatti fotografici di qualità alla sua specialità: la ricerca dei “bar del pueblo”, quei locali che molti definirebbero sfigati in quanto in vie secondarie, con arredi antiquati e demodè, ma solitamente frequentati dalla gente vera del posto. Luoghi popolari destinati ad accogliere operai, pensionati, talvolta artisti, non elite locali esibizioniste o turisti in cerca di ambienti raffinati che li facciano sentire a casa.

Il bus in arrivo da Spalato è in ritardo e restiamo a lungo in impaziente attesa.
Solerti dipendenti della locale compagnia di trasporto provvedono a girarci di tanto in tanto per assicurare una cottura perfetta delle nostre carni in stile asado, dove il calore proviene dall’asfalto ormai quasi liquefatto di fronte a noi.
Rispettando le tradizioni islamiche non sfumano vino su di noi ma un bicchiere di cola.
La fettina di limone è già in bocca, ma l’arrivo del bus ci risparmia l’inserimento di ortaggi ed erbe aromatiche in altri orifizi.
Siamo controluce ed abbagliati dal sole, ma la nobile figura di Gianluca è inconfondibile.
Vuoi per l’andatura caracollante, vuoi per la sportina con cui trasporta il suo inseparabile i-pad.
Articolo costoso ed ambito, nonché miracolosamente rinvenuto dopo averlo appoggiato e dimenticato in un supermercato di Spalato. E’ appena arrivato e già ci delizia con questo aneddoto.
Del resto si sa che la fortuna aiuta gli audaci e lui sicuramente tale è, visto che ci ha raggiunti.
Sarebbe anche disponibile a percorrere con noi un paio di tappe, ma visto che “tiene famiglia” e viste le difficoltà incontrate nei giorni scorsi decidiamo di comune accordo di trasformare in vacanza le giornate che passerà con noi.
Ci concederemo più relax e meno avventura, più cultura e meno natura, concedendoci però piccole dosi di esplorazione e la vista di paesaggi naturali entusiasmanti.

Tra la sosta attuale a Mostar e quella futura a Sarajevo, erano previsti due giorni di cammino.
In un paio d’ore, sfruttando il pc a disposizione degli ospiti, pianifichiamo come trascorrere le due giornate in questione in modo più turistico e culturale.
In base alle informazioni raccolte decidiamo che trascorreremo due giorni a Konjic, altra città sulla Neretva. Infatti è ben collegata a Mostar e Sarajevo con i mezzi pubblici, inoltre presenta almeno un paio di attrazioni o attività che sembrano interessare tutti noi.
The last but not the least, offre svariate soluzioni economiche per il pernottamento in loco rispetto ad altre località. Optiamo per un appartamento, no aspetta credo sia una GH, o forse un ostello.
In ogni caso la prenotazione ci garantisce la presenza di un tetto sopra le nostre teste.
Prima di abbandonare l’ostello chiediamo a Majda indicazioni su qualche posto dove mangiare cibo locale genuino senza farci spennare in trappole da turisti.

Il burek è un piatto diffuso in tutti i balcani. Sfoglie di pasta fillo riempite con ingredienti che spaziano da carne a verdura e formaggi e poi cotte nel forno. Talvolta nel “sac” ossia in una teglia con coperchio, coperta di braci ardenti. E’ gustoso ovunque, ma in Bosnia raggiunge vette sublimi.
Quello che ci spazzoliamo nella buregdzinica consigliataci è solo un aperitivo. Per placare i nostri appetiti ci vuole qualcosa di più sostanzioso e la scelta cade su un altro must: i cevapi.
Sono polpettine di carne tritata a forma di salsiccette lunghe 7-8 centimetri, cotte alla griglia e servite solitamente con accompagnamento di pane, cipolle e kajmak, una crema a metà strada tra burro e formaggio spalmabile che ammorbidisce il panino ed il suo contenuto.
Solitamente vengono serviti in porzioni da multipli di cinque e noi ne prendiamo un buon assortimento che degustiamo seduti al tavolino di un vero bar del pueblo.

La ricerca pomeridiana di Mirko infatti è andata a buon fine. Siamo in una zona marginale della città, sebbene poco lontana dallo stari most. A parte noi, nessun cliente straniero.
Oserei dire forse nemmeno bosniaco di altre città visti i rapporti informali tra il titolare e gli altri avventori. Costoro sembrano degli habituè: alcuni si concedono una sosta dopo una giornata lavorativa, altri più anziani sembrano fare parte dell’arredo del locale. L’interno è tappezzato di vecchie foto del glorioso Velez di Mostar, squadra di cui l’anziano barista Suleyman è tifosissimo. In un buon inglese ci racconta che la sua squadra del cuore era famosa per il gioco spregiudicato, in stile zemaniano.
Un calcio forse non vincente, ma sicuramente divertente e spettacolare, mentre noi diamo un calcio alla fame ed alla sete con i cevapi da asporto e le birre portate al nostro tavolo da Suleyman che ci ha gentilmente concesso di mangiare nel suo bar il cibo comprato altrove.
Egli ci racconta la storia del suo idolo Vahid Halilhodzic: per dieci anni centravanti del Velez, poi emigrato con buon successo in Francia al Nantes e al PSG. Terminata la carriera calcistica diverrà allenatore giramondo, ma dopo aver incominciato la sua nuova carriera sempre nel Velez Mostar.
Nel 2017 era selezionatore della nazionale giapponese, attualmente lo è del Marocco.
Indubbiamente la scuola slava ha sfornato decine di giocatori ed allenatori dal grande talento, quasi tutti accomunati dalla capacità di trovare successo facilmente all’estero nonché da doti dialettiche che li hanno resi famosi, basti pensare alle frasi celebri di Vujadin Boskov.

Altra nostalgia canaglia di Suleyman, molto diffusa in chi abbia vissuto in quei luoghi prima degli anni 90, è quella nei confronti di Josip Broz.
La cui identità è più chiara usando il suo nome d’arte: Maresciallo Tito. Figura sicuramente controversa visto che si tratta pur sempre di un dittatore, ma affascinante e carismatica.
Capace di tenere unito un coacervo di etnie e religioni diverse e storicamente nemiche, in una sorta di pacifica convivenza garantendo ai cittadini libertà che altre popolazioni in area sovietica potevano solo sognarsi. Purtroppo tutti sappiamo come poi è andata a finire negli anni novanta.
In questa discussione emergono le competenze storico politiche di Gianluca che improvvisa un duetto romantico nostalgico con il simpatico barista in canotta a costine a giorni alterni. Nel senso che oggi indossa la stessa di ieri però girata al contrario.

Terminata la piacevole chiacchierata storico-calcistica il sole è ormai tramontato ed anche le trafficate vie del bazar si sono un po’ svuotate, rendendo la nostra passeggiata serale estremamente gradevole e regalando scorci difficilmente apprezzabili con la calca che si riversa a Mostar da metà mattinata al tardo pomeriggio. Calca che spesso parla la nostra lingua, in quanto molti dei turisti mordi e fuggi fanno tappa in città durante pellegrinaggi con destinazione Medjugorie.
Possono così allargare la collezione di rosari, includendovi anche quella sorta di rosario che i musulmani sgranano durante le loro preghiere, oppure accostando sacro e profano abbinare una immaginetta sacra della Madonna apparsa ai pastorelli con penna biro o un portachiavi ricavati dal bossolo di un mitra, visto che misticismo e guerra vendono bene.

Ancora una volta rientriamo quasi in contemporanea con gli ospiti di ritorno dall’escursione.
Oggi però i nostri stomaci sono già al completo e rinunciamo ad aggregarci per la cena post tour.
Ne approfittiamo per chiacchierare tra noi e cercare informazioni su quelli che diventeranno argomenti di conversazione piuttosto dibattuti nei prossimi giorni: Tito e la guerra degli anni 90.
Ancora una volta Gianluca, non sazio di quanto già conosce, passa quasi tutta la notte a documentarsi online mentre io e Mirko ci arrendiamo di fronte al suo stoicismo.
Sulemani, in gesto di resa, e sprofondiamo nel sonno verso l’una.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: lun nov 02, 2020 8:46 
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8 Agosto 2017 – Bella on the road

A colazione Gianluca viene guardato storto da un’americana bionda sovrappeso, forse infastidita dal chiarore dell’ Ipad di Luca intento tutta la notte a documentarsi sulla guerra nei Balcani.
Luca a sua volta guarda storto un ragazzino asiatico presumibilmente per lo stesso motivo.
Il flickering genera mostri, o forse semplicemente insonnia...
Tutti però guardiamo dritto e fisso nel piatto quando ci viene servita la solita abbondante e varia colazione. Oggi chiediamo anche qualche bis visto che andremo in escursione e non sappiamo dove, quando e cosa mangeremo a pranzo.
Tra la colazione e l’orario di partenza del tour c’è una finestra di due ore che utilizziamo per esplorare vie secondarie della sponda bosniaco-musulmana di Mostar.
Come ci spiegherà dettagliatamente Bata più tardi, questa città ancora oggi è visibilmente separata per etnie. Il lato bosniaco-musulmano è quello con edifici più storici e più martoriati, quello croato e cristiano è invece più moderno e le tracce del conflitto sono meno visibili.
Diciamo che si intuisce chiaramente quale sia l’etnia “vincitrice” almeno da un punto di vista economico e commerciale-finanziario.
Incuriositi dal lavoro di due panettieri intenti alla preparazione di centinaia di somun ci fermiamo ad osservarli e fotografarli, una volta ottenuto il loro consenso.
Ci chiedono di dove siamo e nel rispondergli accenniamo alla nostra destinazione finale: Kosovo.
Uno dei fornai si illumina, è di origine kosovara e felice ci regala del pane appena sfornato.

A mezzogiorno inizia l’introduzione all’escursione.
Molti dei partecipanti sono nati a conflitto finito e sanno ben poco di quanto successo.
Rispetto a qualche anno fa riscontro in Bata meno giocosità e più severità nel raccontare gli episodi di guerra e la tuttora esistente divisione etnica di Mostar. Per esempio ci porta a vedere lo stadio in cui giocava il Velez, costretto ad emigrare altrove per lasciare spazio alla compagine dello Zrinjski, che pur giocando nel campionato bosniaco esplicita chiaramente la sua etnia croata nello stemma, esibendo la bandiera a scacchi biancorossa e la dicitura “hrvatski sportski klub”.
O Bata invecchiando si è incattivito oppure negli ultimi anni la questione etnica si sta pericolosamente rinfocolando. Solo cinque anni fa i suoi giudizi erano piuttosto morbidi seppur dichiaratamente di parte, mentre ora insiste molto sugli aspetti negativi del conflitto e delle sue conseguenze. Nel frattempo a bordo del suo minivan ci porta ad esplorare le vie non pedonali di Mostar, rendendo chiaro che la linea del fronte non era rappresentata dal fiume come molti pensano ma si trovava qualche decina di metri più in la, sulla sponda destra della Neretva, in quello che oggi è un lungo boulevard. Tra le cose da rivedere con calma annotiamo un enorme monumento alla guerra partigiana oggi in stato di abbandono, ed il palazzo dei cecchini.

Bella danza con agilità su strade tortuose, in direzione delle cascate e dei laghi di Kravice.
Vengono pertanto cancellate due soste effettuate anni fa: in primis una buregdzinica nella periferia della città dove ci venne mostrato il processo di preparazione del burek con relativa degustazione, in secundis Medjugorie.
Delle due rimpiango maggiormente la prima, sia perché sono goloso sia perché nella famosa meta di pellegrinaggi io, unico cattolico del tour ad aprile 2012, ravvisai ben poca spiritualità e tanto commercio, decisamente troppo. Inoltre le tempistiche del tour non consentivano di raggiungere il luogo delle apparizioni, ma ci si limitava alla Chiesa ed all’enorme ed attiguo negozio di souvenir.
Non so e non chiedo alla nostra guida come mai l’itinerario sia cambiato, ma forse la scelta è dovuta a due fattori: la calura estiva e la bassa età media dei partecipanti sicuramente più interessati a tuffi e balneazione che ad aspetti culinari e religiosi.

Le cascate sono sempre spettacolari ma essendo estate, rispetto alla mia precedente esperienza, c’è molta meno acqua e tantissima gente in più. Anni fa, pur essendo fine aprile, le temperature consentivano comunque la balneazione. Eravamo gli unici in loco, tutti i bar ed i ristoranti erano chiusi per cui potemmo concederci divertenti e proibiti tuffi dal tetto di uno dei bar.
In compenso ora possiamo concederci una golosa sosta pranzo a base di carne grigliata e cevapi.
Per contro la minor quantità d’acqua rende più godibili ed avvicinabili le cascate e le pozze d’acqua ai suoi piedi, dentro le quali trascorreremo in ammollo buona parte della sosta.
Da qui in avanti il tour ripercorre le tappe del 2012, raggiungiamo quindi Pocitelj.
Il borgo fu completamente abbandonato durante la guerra degli anni novanta, ma pur essendo di piccole dimensioni ha storicamente rivestito un ruolo importante di cittadella fortificata per il controllo della strada di fondovalle. Gran parte degli edifici è stata ristrutturata ed è attiva una comune di artisti che espone le sue opere in una galleria, ma dopo un giro del borgo ed una visita alla fortezza, la meta del nostro viaggio è visitare la casa di un’anziana signora che pare sia stata la prima persona a tornare a vivere in questo villaggio.
Bata dopo aver nuovamente e lungamente martellato i presenti sulla questione etnica, introduce la visita alla signora in questione. Ci racconta della sua misera pensione e dice che da quando la ha conosciuta porta i turisti da lei, che offre sciroppi e dolcetti in cambio di un’offerta libera e volontaria. Torna ad essere brillante quando ci insegna alcune espressioni gergali per commentare le degustazioni che comprendono anche una gara senza premi nè vincitori per indovinare gli ingredienti alla base degli sciroppi servitici per placare la sete estiva.
Avvantaggiato dalla vecchia esperienza io non vengo incluso nella gara, ma onestamente devo dire che alcuni gusti li avevo proprio scordati.
In chiusura viene servito il caffè bosniaco con tanto di tutorial sulle modalità di degustazione.
Siccome ha un fondo denso, come il caffè turco, è sconsigliabile immergere la zolletta ma conviene intingerla nel caffè, mordicchiarla e poi bere sciurbando. Se a fine sorsata si emette un sonoro verso di approvazione, allora vuol dire che il barista ha fatto un ottimo lavoro.

La partenza da Pocitelj avviene all’imbrunire.
Bata strapazza Bella facendola sobbalzare a colpi di accelerate e frenate per ostacolare la risalita a bordo della ciurma. Non la nostra perché avevo avvisato i miei soci di questa probabile sorpresa e un gesto di intesa da parte della nostra guida aveva confermato i miei sospetti.
Seguono alcuni chilometri su strade di campagna deserte, lungo le quali la povera Bella viene torturata trasformandola in una discoteca ambulante: turbofolk a palla e luci strobo.
Poi dalla disco-inferno si passa a quell’oasi di pace e tranquillità che è Blagaj.
In questo borgo arriviamo che purtroppo è già notte fonda e ritengo sia davvero un peccato mortale non arrivarvi prima. Infatti il villaggio si trova in una posizione affascinante, ai piedi di una altissima e quasi verticale parete di roccia viva dalla quale sgorga impetuoso il fiume carsico Buna.
Proprio accanto alla sorgente si trova un’antica tekke dervisha del sedicesimo secolo, oggetto del pellegrinaggio di fedeli, in verità attratti anche dal vicino ristorante specializzato in trote.
In posizione dominante, sopra alla roccia si trovano le rovine di una fortezza, raggiungibile e visitabile con una camminata di circa trenta minuti. Inoltre nel mercato del paese è possibile assaggiare e comprare il sapido formaggio nel sacco, così detto perché conservato dentro lo stomaco degli animali, che da anni è presidio slow-food.
Purtroppo con il buio si può solo ammirare la sorgente del fiume e intravvedere la tekke, ma questo posto dotato di aura magica ritengo andrebbe inserito nel tour al mattino.

Bella, il suo driver e soprattutto i passeggeri iniziano ad accusare sintomi di stanchezza.
E’ il momento di rientrare in ostello, dove arriviamo dopo mezzanotte.
Ad aspettarci una zuppa cremosa ed un ricco piatto di riso accompagnato da carne e verdure.
Non è proprio un menu leggerissimo prima di andare a letto, ma la giornata è stata lunga e faticosa per cui non ci tiriamo indietro e rendiamo onore alla cuoca divorandone porzioni abbondanti.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mar nov 03, 2020 14:47 
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Bello ! =D>

Mi ero perso le ultime due puntate, ero rimasto al 6 di Agosto, quando ci avevi lasciato nella m***a.... :risata:

Che posto l’Hajducka Vrata ! :shock: Sound of Silence ne andrebbe matto 8)

...e che posto anche Blagaj ! Peccato non aver avuto la possibilità di approfondire.....i dervisci mi hanno sempre affascinato, grazie soprattutto alle letture di Gurdjeff..........mi sovviene anche di avere da vedere un film slavo del 1974, Derviš i smrt) (Il derviscio e la morte) di Zdravko Velimirović, tratto dal romanzo dallo stesso nome di Meša Selimović; magari potrebbe essere di tuo interesse............tra l'altro di questo film scopro ora essere stato fatto pure un remake ( :o ) nel 2001 dall'italiano Alberto Rondalli (che non conosco), di cui trovi notizia qui : https://www.cinemaitaliano.info/dervisilderviscio

_________________
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...........non seguitemi, mi sono perso anch'io !


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mer nov 04, 2020 11:06 
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Quotazerino

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psiconauta ha scritto:
Bello ! =D>

Mi ero perso le ultime due puntate, ero rimasto al 6 di Agosto, quando ci avevi lasciato nella m***a.... :risata:

Che posto l’Hajducka Vrata ! :shock: Sound of Silence ne andrebbe matto 8)

...e che posto anche Blagaj ! Peccato non aver avuto la possibilità di approfondire.....i dervisci mi hanno sempre affascinato, grazie soprattutto alle letture di Gurdjeff..........mi sovviene anche di avere da vedere un film slavo del 1974, Derviš i smrt) (Il derviscio e la morte) di Zdravko Velimirović, tratto dal romanzo dallo stesso nome di Meša Selimović; magari potrebbe essere di tuo interesse............tra l'altro di questo film scopro ora essere stato fatto pure un remake ( :o ) nel 2001 dall'italiano Alberto Rondalli (che non conosco), di cui trovi notizia qui : https://www.cinemaitaliano.info/dervisilderviscio


Non sapevo se mettere anche queste giornate non strettamente di cammino, ma poi ho pensato di farlo anche perchè i Balcani non sono molto conosciuti dalle nostre parti. Anzi già che ci sono ti lascio link al diario di viaggio della mia prima esperienza in Bosnia, da turista e non da escursionista, ma sempre in zaino: https://turistipercaso.it/balcani/70287 ... anico.html

Blagaj e Hajducka Vrata sono luoghi magici.
Sound però per arrivare all'Hajducka aprirebbe una nuova via, in verticale, dal fondo del canyon.
Grazie per le segnalazioni letterarie e cinematografiche che ignoravo : Sorry! : fondamentalmente la mia conoscenza di letteratura balcanica si ferma ad Ivo Andric.
Attualmente sono piuttosto impegnato a documentarmi sulla cultura armena e sul conflitto in Artsakh (o Nagorno Karabagh) ma spero in futuro di avere tempo per dare un'occhiata alle tue segnalazioni, anche se dubito fortemente di poter trovare qui il libro da te citato, quantomeno in italiano (e ama*on, che peraltro mi sta sulle palle e uso se proprio non posso farne a meno, non effettua spedizioni in Armenia, come temo altri venditori online più piccoli).


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
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Quotazerino

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9 Agosto 2017 – partigiani jugoslavi e cecchini croati

Dopo giornate piuttosto intense è venuto il momento di rilassarsi un po'.
Terminata la consueta lauta colazione ci viene richiesto di cambiare stanza.
Si interrompe così il torpore in cui eravamo caduti parlando dei giorni passati ed immaginando quelli futuri.
Approfitto dei ritmi meno serrati per sfruttare il pc dell'ostello e salvare su chiavetta le foto scattate finora da Mirko.
La mia macchina fotografica infatti fin dal primo giorno è rimasta nell’albergo di Tomislavgrad, non per una dimenticanza ma perché aveva iniziato a funzionare male, e decisi pertanto di abbandonarla.
Scelta saggia perché si trattava di una supercompatta, non molto più performante di un cellulare, inoltre il mio socio di avventura è un bravo fotografo su cui fare affidamento.
Facciamo il bucato in lavatrice, servizio offerto a pagamento dall’ostello, e saldiamo il conto poiché domattina partiremo abbastanza presto. I ritmi blandi ed i tempi dilatati non significano però inattività totale.
In particolare abbiamo due obiettivi adocchiati durante la parte cittadina del tour organizzato dall’ostello: il palazzo dei cecchini e l’enorme monumento ai partigiani.

Durante il conflitto degli anni novanta, l’edificio della Staklena Bank si trovava proprio a due passi dalla linea del fronte. La sua curiosa forma triangolare gli regalava l’aspetto della prua di una nave pronta all’assalto e rivolta verso il boulevard che rappresentava il confine tra la zona croata e quella bosniaca. Inevitabilmente fu trasformata in postazione militare.
Le dita smisero di tamburellare su calcolatrici e tastiere, passando ai grilletti dei cecchini.
Parimenti cambiò anche la sonorità associata a queste due ben diverse attività. Da colpetti frenetici e trilli musicali, simili a campane a festa, ai rintocchi cupi e secchi da funerale.
Protetti da una solida struttura in cemento armato, forti di una visione ampia e panoramica, degna di un rapace, i dispensatori di terrore e morte potevano colpire facilmente le loro vittime.
Questo è uno dei pochi edifici non restaurati sul lato croato di Mostar, mentre invece nella zona musulmana e bosniaca i segni di guerra sono frequenti, tanto che non si fa quasi caso ai segni di bossoli sulle case e ci si sofferma solo sugli edifici sventrati ed abbandonati.

La avevo visitata già nel 2012 ed ero certo che anche i miei amici avrebbero voluto farlo.
Quando arriviamo alla base della “snipers’ tower” ci aspetta però una sorpresa.
Negli ultimi anni il piano terra è stato murato, ma ovviamente non ci scoraggiamo ed in breve troviamo se non una breccia, almeno un modo per arrampicarci ed entrare.
Avanziamo: sotto ai nostri piedi cumuli di immondizia, di fronte ai nostri occhi graffiti.
Non mancano alcuni capolavori di street-art ma molti sono semplici scritte giovanili o nomi di persone, altri sono scritte che fanno pensare al significato della vita.

Pensare ed incupirsi è inevitabile, procedendo in questo scenario spettrale dove si respira ancora oggi una malsana aria funerea sebbene ormai non si trovino più bossoli arrugginiti tra le macerie, come accadeva invece qualche anno fa.
Ora la fa da padrona la sporcizia e le innumerevoli lattine di birra che vengono scolate da chi si rifugia qui di notte, spesso per affogare nell’alcool i ricordi di famiglie dilaniate, amici scomparsi, infanzia rubata.
Saliamo tutti i piani dell’edificio su una scala priva di barriere protettive, ma fortunatamente ancora solida, fino ad arrivare sul tetto da cui giriamo un video panoramico. Niente da dire, è veramente la postazione perfetta per colpire il nemico.
Qualcun altro entra nell’edificio che del resto di giorno è destinazione popolare sia tra i turisti più giovani, attirati dal proibito, sia tra quelli abbastanza anziani da aver visto in TV la guerra nella ex Jugoslavia, ma ancora abbastanza giovani per arrampicarsi e saltarvi dentro, attratti dai ricordi.
Un salto dal muro, un salto nel tempo...e siamo di nuovo nel 2017 in tempo di pace.

Bastano alcune centinaia di metri, condite da alcune difficoltà di orientamento, che si torna nuovamente indietro nel tempo ed a ricordi bellici, sebbene più sbiaditi e lontani nel tempo.
Raggiungiamo infatti un enorme cimitero monumentale alla guerra partigiana di liberazione.
Si trova nel lato croato ed è seminascosto da erbacce e vegetazione, credo volutamente.
Del resto notoriamente i croati e gli ustascia in particolare erano filo-nazisti.
Gianluca entra immediatamente nella parte ed assunte le sembianze di Tito sforna dati, nomi di generali e di battaglie mentre io e Mirko siamo più interessati all’architettura con terrazzamenti e decorazioni, talvolta abbruttite da scritte in vernice spray o danneggiate da atti vandalici.

Rientriamo in ostello ma, anche nel bel giardino ombreggiato, fa decisamente caldo.
Decidiamo quindi di andare a spiaggiarci sulle rive della Neretva e di bagnarci nelle sue acque per evitare di scioglierci sotto il sole. Con qualche difficoltà troviamo un sentiero che porta al fiume e ci appostiamo in un angolino tranquillo ma purtroppo caratterizzato dalla presenza di immondizia.
Così trascorriamo in relax le ore più calde della giornata.
Sopravvissuti alle correnti ed ai mulinelli della Neretva, rischiamo di annegare poco più tardi quando ci buttiamo nel fiume in piena della zona turistica di Mostar.
Nel vortice di persone, rumori, profumi, negozi i nostri sensi vengono rapiti ed anestetizzati.
Tutti tranne uno: quello del gusto. Infatti avendo saltato il pranzo ci è venuta fame: burek e gelato non sono che uno spuntino.
Per una birra torniamo da Suleyman, che ha aggiunto una nuova medaglia di unto alla sua canotta.
Se non farà il bucato entro due giorni rischierà l’eresia di avere quasi più medaglie al petto di Tito.
Prima di accomiatarci dall’amico barista, scopriamo che in realtà ci troviamo in un circolo.
Non è chiaro se per pensionati o legato a qualche sindacato. Forse la prima, altrimenti Gianluca si sarebbe informato e ne avrebbe probabilmente chiesto la tessera.

In Bosnia si mangia bene, le porzioni sono generose ed il conto in genere è più che onesto.
Tutto questo però a scapito della varietà, in quanto il menu tende ad essere ripetitivo.
Per il momento però i cevapi non ci escono ancora dalle orecchie e ne prendiamo una quindicina a testa accompagnandoli con un paio di birre.
Poi purtroppo si scatena il talk show. Argomento: i matrimoni misti. Moderatore: io.
Mancano solo la claque per le due parti in causa, le telecamere e gli stacchetti pubblicitari.
Entrambi preparati i due contendenti hanno stili molto diversi: uno più calmo e riflessivo, l’altro più energico e verboso. Forse sentendosi parte in causa (come me del resto) Gianluca si infervora ed attacca una filippica interminabile, sebbene al minuto cinque Mirko abbia già riconosciuto che ha ragione. L’accorato monologo viene interrotto solo da alcuni miei interventi per cercare di rianimare l’avversario e la discussione. Ovviamente trattasi di interventi volutamente provocatori.

Non sazio della schiacciante vittoria per KO Gianluca continuerà a tornare sull’argomento anche durante il piacevole safari fotografico serale in una Mostar finalmente più accogliente, con temperature più fresche e soprattutto senza l’invasione di turisti mordi e fuggi intenti a piazzare la bandierina del loro stato. Stato non in senso nazionalistico, ma nel senso “social” del termine, interpretabile con la rivisitazione di una famosa frase latina modernizzata in “taggomi ergo sum”.
Ad impreziosire le foto è comparsa pure una romantica luna piena: una costante dei miei viaggi in questa località.

Girare per le viuzze della città vecchia con questa calma è una goduria.
Con meno stimoli visivi e sonori ci si può concentrare ed osservare meglio quello in cui ci imbattiamo, ed è così che anche questa sera troviamo il nostro bar del pueblo.
Incuriositi da due persone chine su un tavolo ci avviciniamo ad un barettino con veranda.
Stanno preparando decine di sigarette e facciamo quattro chiacchiere per poi finire dentro a consumare. Ancora una volta si tratta di un bar fermo agli anni settanta negli arredi, nelle ingiallite foto di Tito e di una Mostar in epoca jugoslava, forse anche negli avventori. Infatti sono tutti anziani, rimasti fedeli ad un locale privo di ricambio generazionale.
E’ il circolo dei giocatori di domino, ma il tabagismo questa sera sembra prevalere sul gioco.
Gianluca, unico fumatore tra noi, chiede ed ottiene di provare a prepararsi un paio di sigarette che gli vengono regalate da questi nuovi e temporanei amici.
Poi chiediamo da bere all’anziana donna dietro al bancone. Purtroppo non ha la perizia di Suleyman che nel servirci le birre aveva estratto bicchieri gelati dal frigo, ma la birra è comunque fresca e la ottima rakija, potente ma morbida durante la deglutizione, ci convince ad un bis.
Mi vergogno quasi a dire il prezzo pagato: 5 marchi, ossia due euro e mezzo.

Domani mattina dovremo lasciare l’ostello abbastanza presto per prendere il bus diretto a Konjic, quindi non facciamo tardi e ne approfitto per contrattare con Majda una colazione clandestina. Normalmente la colazione è servita per tutti alle nove, ma io provo a convincerla a lasciarci la possibilità di usufruire della cucina per prepararci qualche bevanda e mangiare un po' di pane con ajvar e/o marmellata. Non si pronuncia ma la sua espressione mi sembra contrariata...


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: ven nov 27, 2020 7:53 
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10 Agosto 2017 – Un segreto ben custodito

Avendo preparato gli zaini la sera precedente, la nostra sveglia è estremamente silenziosa e rispettosa del sonno altrui. A passi furtivi ci avviamo verso l’uscita ma prima controlliamo la zona cucina-sala da pranzo. Decisione saggia perché Majda non ha resistito alla mia arte oratoria da diplomatico bizantino ed ha lasciato a nostra disposizione il necessario per fare colazione.
Mancano i suoi deliziosi piatti caldi, frittelle ed omelettes, ma latte, te, pane, marmellata, burro e miele sono più che sufficienti per affrontare un breve viaggio sui mezzi pubblici.

Ritirati un po’ di marchi da un bancomat ci rechiamo alla stazione dei bus.
Questa volta a bordo non c’è il wifi ma il tempo passa veloce, tra sonnolenza mattutina, pigre chiacchiere, osservazione del paesaggio e programmazione del soggiorno a Konjic.
Arriviamo verso le 10,30 ed in breve troviamo l’ostello, ma non l’ostelliere. Siamo chiusi fuori e con il solito problema di non poter telefonare se non a caro prezzo in roaming.
Per fortuna abbiamo la faccia tosta e fermiamo un passante chiedendogli di telefonare per segnalare la nostra presenza. In breve, a bordo di un rumoroso scooter, arriva lo strabordante Denis.
Con la voce del Galeazzi bosniaco, tra un risucchio ed un ruggito ci spiega come funziona la sua guest-house e ci consiglia attività e luoghi di interesse.
Le procedure del check-in nei Balcani sono sempre molto informali e veloci: nessuna richiesta di documenti, paga quando vuoi basta che paghi, e “fate come se foste a casa vostra”.
Così facciamo e, buttati gli zaini sui letti scelti per la notte, usciamo diretti alla Visit Konjic, una sorta di ufficio turistico che organizza escursioni, visite guidate ed attività in loco.
Tra i loro servizi scegliamo la visita al bunker di Tito e la giornata di rafting sulla Neretva.
Ottimizzando al massimo il tempo a disposizione partiamo immediatamente per il bunker a bordo di un taxi insolitamente costoso per gli standard locali. Spendiamo infatti 7 marchi a testa per un breve viaggio andata e ritorno, ma del resto non ci sono alternative per pedoni come noi.

La visita guidata al bunker di Josip Broz Tito costa altri 20 marchi ma li vale tutti sebbene le guide corrano un po’ troppo. Ritengo che la visita dovrebbe durare più di un’ora anche perché all’interno della struttura si trova anche un’interessante galleria d’arte contemporanea.
L’enorme bunker sotterraneo, costruito negli anni della guerra fredda, doveva garantire la sopravvivenza per almeno sei mesi in caso di catastrofe nucleare al Maresciallo ed ai suoi più stretti collaboratori. Il segreto sull’esistenza di questo luogo sopravvisse anche allo stesso Tito e fu svelato solo dopo il conflitto degli anni novanta.
La costruzione ebbe costi esorbitanti, anche in termini di vite umane.
Gli operai peraltro venivano bendati prima di essere portati sul posto, per garantire la segretezza della posizione che pare fosse nota solo ad una quindicina di persone.
La figura del leader era celebrata sobriamente con alcuni ritratti, nessuno spazio allo sfarzo, ma una solida struttura militare con sale riunioni, telescriventi, postazioni telefoniche e tanto spazio per gli impianti necessari a garantire la sopravvivenza dei suoi ospiti.

Al momento di uscire Gianluca è ormai trasfigurato: sembra pure indossare il pesante pastrano che avvolge un pensieroso Tito in numerose statue, e dire che è Agosto e fuori ci sono trentacinque gradi. Grazie alla sua competenza, nettamente superiore a quella delle guide il cui sapere si limita alle notizie riguardanti il bunker e poco altro, ci ha regalato una marea di informazioni sulla posizione della Jugoslavia negli anni settanta e sulla costituzione del blocco dei paesi non allineati.
La Jugoslavia fu paese leader nella creazione di questa struttura volta a proteggere gli Stati che non volevano schierarsi con le due superpotenze. Per ulteriori informazioni rivolgetevi al Professor Morandi, anche perché a me durante la sua conferenza iniziò a calare la palpebra, complice anche una crisi di fame stemperata, all’arrivo a Konjic, con una abbondante porzione di burek agli spinaci. Ad agevolarne la deglutizione abbondanti sorsate di bosanski pivo.

Rientrati in appartamento troviamo una presenza inaspettata. Una ragazza sta facendo le pulizie e quando finisce procede a registrare i nostri nomi. Rimaniamo soli ed io ne approfitto per due ore di relax, sprofondando in un sonno ristoratore, mentre Mirko e Gianluca escono in esplorazione.
Come da accordi ci rivediamo per le 17,30 sul bel ponte di fronte all’agenzia turistica Visit Konjic.
Lungo il fiume ci sono parecchi bagnanti ai quali ci uniamo per qualche istante. Poi percorriamo alcune vie del centro storico che si rivela poco interessante e vitale.
Anche la consueta ricerca del bar del pueblo non ha avuto buon esito, a dispetto del fiuto di Mirko.
L’assenza di luoghi interessanti ci fa concentrare sulla spesa, così troviamo tutto il necessario per una spaghettata monumentale apprezzata anche dall'altrettanto monumentale Denis al quale saldiamo il conto.
Egli alterna grugniti di approvazione per la pasta ad altri di disapprovazione per il fatto che non abbiamo prenotato il rafting con la sua agenzia. Ignoravamo peraltro che offrisse tale servizio visto che si era scordato di proporcelo. Insiste molto sul fatto che al termine del rafting avrebbe cucinato una ricca grigliata. Secondo me è più dispiaciuto per essersi perso quella piuttosto che l'incasso per il servizio prestato.

Nel dopocena spendiamo le residue energie per un giretto nelle vie dello struscio.
Tanti giovani, molti emigrati che ostentano la fortuna trovata, davvero o per finta, all’estero.
Tanta birra e tanta rakija, in un paese dove le rigide regole di alcuni stati islamici sono ancora per fortuna poco applicate. L’atmosfera sonnolenta di Konjic durante il giorno, diventa vibrante al calar della sera.
Gli abitanti non sono sicuramente vampiri ed al sangue preferiscono abbondanti libagioni.
Ci mettiamo poco ad adeguarci alle usanze locali…


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom dic 06, 2020 17:04 
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11 Agosto 2017 – Sprutz e spritz

Sveglia e corroborante colazione chiusa con un bosanska kava anticipano l’approdo all’agenzia Visit Konjic.
Un minivan risale una tortuosa strada di montagna che costeggia la Neretva, poi ad un certo punto ci fermiamo.
E’ il momento della vestizione con caschetto e tuta in neoprene.
L’equipaggio oltre che da noi tre è composto da due coppie bosniache e dai due istruttori che ci guideranno lungo la discesa del fiume.
L’avventura in rafting è sicuramente rinfrescante e gradevole anche se la stagione siccitosa rende l’esperienza più rilassante ma sicuramente meno elettrizzante del previsto.
In molti tratti la velocità del gommone è impartita dalle nostre remate in una corrente piuttosto placida, ma la quiete della discesa in lunghi tratti ci consente di ammirare meglio il magnifico canyon in cui si snoda.
Poi di tanto in tanto le rapide: alcune comportano solo qualche schizzo, altre risultano impegnative e talvolta membri dell’equipaggio finiscono nelle gelide acque.
Alcuni punti strategici vengono scelti per offrirci la possibilità di sfruttare le rocce circostanti per tuffi plastici che vengono immortalati dalle guide in scatti che ci verranno inviati per email.

In un tratto il corso si sdoppia in due canali stretti e vorticosi il gommone non può passare e veniamo invitati ad affrontarlo in stile canyoning, ossia gettandosi tra le rocce, nella schiumosa e vorticosa corrente, lasciandosi trascinare a valle fino a dove la furia delle acque si placa. Nel frattempo gli istruttori porteranno a spalle il gommone. Sono il prescelto ad affrontare per primo questa esperienza. Ovviamente fraintendo le indicazioni dell’istruttore e mi infilo nel canale più pericoloso dei due. Per alcuni secondi non vedo più nulla, sento solo colpi piuttosto violenti contro le rocce, poi dopo istanti infiniti in apnea, come un pugile suonato riemergo dalle acque. Fortunatamente senza danni gravi con sollievo mio ma anche delle guide...mentre i miei amici ridono sguaiatamente per la mia involontaria scelta suicida.
Scottato da questa tragica esperienza coniglierò il tuffo dal ponte, poco più a valle.
Un semplice salto nel vuoto per sei o sette metri prima di entrare a bomba in acqua. Gesto atletico che Mirko e Gianluca affrontano invece con estrema naturalezza.
In questo tratto il fiume inizia ad allargarsi e la corrente a perdere di intensità.
Spuntano famigliole di bagnanti e cumuli di spazzatura lasciati da loro e da chi li ha preceduti: stiamo chiaramente avvicinandoci al ritorno alla civiltà…

Tra le sirenette non manca qualche burkini. L’islamismo in Bosnia è piuttosto moderato, ma vi sono molti turisti provenienti da paesi arabi che applicano in maniera più estremista i precetti del Corano, o alcune sue interpretazioni forse non corrette.
Mediamente le donne bosniache non sono favorevoli a questa rigidità di costumi, anzi a Sarajevo ho raccolto tra loro parecchi giudizi ostili e timori che questa tendenza possa prendere piede anche lì, soprattutto negli strati più umili della popolazione e nei villaggi di campagna.
Da fine anni novanta la Turchia ha infatti iniziato in Bosnia, Kosovo ed Albania un intenso programma di aiuti economici ed infrastrutturali nelle aree e tra le persone più povere, abbinati però ad un insegnamento religioso piuttosto radicale. Soprattutto negli ultimi anni in cui il governo di Erdogan, autonominatosi sultano, sta permeando e radicalizzando la società turca in modo assai poco democratico con una politica estera aggressiva e una politica interna volta ad eliminare, con mezzi più o meno leciti, ogni forma di opposizione.

Quattro ore sono piacevolmente trascorse regalandoci anche un po’ di refrigerio dopo giornate bollenti al sole dei Balcani. Quando rientriamo nelle nostre stanze sono ormai le tre di pomeriggio, troppo tardi per pranzare per cui ci limitiamo ad uno snack e ad un rigenerante riposino che si rivelerà prezioso.
Non avendo pranzato, anticipiamo la cena cucinando una monumentale pasta con le sardine.
Le sardine mettono sete, così usciamo per berci una birra nella zona dove si concentrano bar e ristoranti, ed allo Zanzibar incontriamo il tipo dell’ostello, Denis, con due suoi amici.
Homer, che si da un certo tono, sembra che guadagni bene in Inghilterra costruendo case in legno.
Elvis è più simpatico ed alla mano, somiglia vagamente a Cristiano Godano, cantante dei piemontesi Marlene Kuntz. La sua passione? Esibirsi in selfies assurdi che si prodiga a mostrarci sullo schermo del suo cellulare.
Fondamentalmente sono tre guitti se non addirittura tre cazzari, ma sono simpatici nella loro esuberanza.
Veniamo invitati a sederci in loro compagnia ed accettiamo con piacere.

Per circa sei ore andiamo avanti a tracannare birre, talvolta accompagnate da cibo, con il conto puntualmente pagato dai bosniaci sebbene in una circostanza il buon Gianluca riuscirà con le sue doti dialettiche ad imporsi e pagare un giro di birre per tutti.
Probabilmente noi tre siamo i più anziani nei due locali in cui ci rechiamo e l’indomani abbiamo una sveglia prima dell’alba per trasferirci a Sarajevo. La notte è piccola e lasciamo che a continuare a giocare con lei siano gli altri avventori, più giovani e spensierati di noi.
Tuttavia si è fatto tardi ed al rientro in camera mancano circa tre ore al suono della sveglia…


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom dic 13, 2020 19:17 
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12 Agosto 2017 – in moto perpetuo

Al risveglio la bocca è impastata, lo stomaco è una betoniera ed una falciatrice meccanica tritura i pochi neuroni del mio cervello. La sentenza è implacabile: sono ormai vecchio per certe serate.
Mi conforta che pure i miei compagni di viaggio sono piuttosto destabilizzati, e per riprenderci non basterà una ricca porzione di dolcetti con bosanska kava per colazione.
Affrontiamo l’ora di viaggio fino ad Ilidza con lo sguardo spento, la testa ciondolante e la bocca semispalancata in un’espressione tanto ebete quanto naturale e spontanea.
Di tanto in tanto sprofondo in sonni di breve durata e ricchi di incubi.
Siamo alla periferia di Sarajevo e la città è già un brulicare di gente: alcuni sono arrivati dalla campagna ed esibiscono la loro mercanzia di ortaggi e frutta fresca, altri si dirigono con una certa premura verso il luogo di lavoro in centro, noi cerchiamo spaesati il bus per Sinanovici.
Una volta individuati orario e punto di partenza ci concediamo una sosta in una ciaikana a sorseggiare te per ammazzare il tempo, circa tre quarti d’ora, che ci separa dalla partenza.

Il minibus arranca pigramente lungo i pendii delle montagne che circondano Sarajevo.
Lungo il percorso sale e scende una umanità varia e composita, intorno a noi boschi, punti panoramici, verdeggianti piste da sci. In alcuni piccoli villaggi l’autista del bus consegna o riceve alcuni pacchi di mercanzie, svolgendo così anche il lavoro di corriere. Avendo viaggiato parecchio nell’est europeo per me non è una novità questa doppia mansione.
Un po’ meno abituale è vedere alcuni ruderi, retaggio del conflitto etnico degli anni novanta, che stridono con alcune insegne che ancora ricordano i giochi olimpici, simbolo di fratellanza, del 1984.
Per fortuna Gianluca parla fluentemente il russo, che somiglia fortemente alle lingue parlate nella ex Jugoslavia.
Infatti non dobbiamo raggiungere il capolinea, ma la nostra fermata è un’anonima pensilina lungo la strada, nei pressi di un ruscello. L’autista, avvisato della nostra destinazione, al momento opportuno ci fa segno di scendere e ci indica la direzione da seguire a piedi.
Ci sarebbe pure un auto in sosta, probabilmente un taxista più o meno abusivo, ma per raggiungere Umoljiani preferiamo affrontare il cammino di circa quattro chilometri in salita.
In questo modo abbiamo modo di sgranchire le gambe e la mente intorpiditi dai residui di alcool, dall’assenza di sonno e dalla seduta scomoda e rannicchiata sul minibus.

La strada è piuttosto ripida ma asfaltata, tuttavia di auto ne passano davvero poche.
Il paesaggio è gradevole, impreziosito sul lato opposto della vallata da una serie di piccoli mulini ad acqua. Inoltre lungo la salita abbiamo modo di ammirare da vicino numerosi stecci.
Si tratta di monumenti funerari medievali attribuibili alla chiesa bosniaca. Nata sul confine tra il mondo ortodosso e quello cristiano cattolico, secondo alcuni la chiesa bosniaca non aveva caratteri dualistici e pertanto non era considerata eretica né dai cattolici né dagli ortodossi. Secondo altri era invece assimilabile all’eresia bogomila e catara. La dominazione musulmana porterà poi alla sparizione di questo culto, già in partenza fragile e di cui rimangono ben poche testimonianze.

Arriviamo in albergo giusto in tempo per approfittare del bagno.
Già nell’ultimo chilometro infatti avevo dolori da partoriente a causa dei quali non sono riuscito a gustarmi in pieno una gustosa scenetta. Arrivati nei pressi delle prime casupole, un’anziana signora ci propone la sua mercanzia che spazia dai prodotti di orto e frutteto a piccoli manufatti in legno ed in lana. Io ho fretta e voglio proseguire, mentre Gianluca sembra interessato a comprare qualcosa, ma la signora spara alto.
Inizia così una contrattazione degna di un bazar uzbeko che si concluderà in un nulla di fatto.
Mirko proverà invano a convincere Gianluca della bontà di quella tracollina in lana e che sembrava fatta su misura per l’Ipad del nostro amico, ma il prezzo richiesto era veramente da rapina a mano armata.

Ci sono pochi ospiti e fortunatamente ci viene assegnata una camera più ampia di quella che avevamo prenotato. La camera è già libera sebbene noi si sia in largo anticipo sull’orario di check-in e questo, espletate le insopprimibili funzioni fisiologiche, ci consente di abbandonare gli zaini e di partire subito per l’escursione in direzione di Lukomir, località fuori dal tempo, toccata dalla via Dinarica e citata anche sulle principali guide turistiche come un luogo da non perdere.
Prima però acquistiamo in albergo un po’ di formaggi, salumi e pane visto che ci aspettano parecchie ore di cammino, con la costante incognita sulla possibilità di perdersi.
Oggi però si cammina agili. I settantacinque ed i sessantacinque litri dei nostri zaini giacciono infatti sul letto rimasto libero nella stanza quadrupla assegnataci.
Ho estrapolato su internet degli appunti su come raggiungere la nostra destinazione e muoviamo i primi passi con sicurezza, confortati anche dalla presenza di alcuni segnavia biancorossi.
Raggiungiamo un gruppo di case con l’immancabile offerta di mercanzia da parte di una signora meno attempata ed aggressiva di quella incontrata in precedenza.
Io suggerisco di fare acquisti al ritorno, ma prevale la volontà dei miei amici.
Compriamo così delle erbe per tisane ed in omaggio ci vengono regalate delle piccole e croccanti melette che sbonconcelliamo durante il cammino.
Cammino che per un po’ procede senza problemi o dubbi di orientamento finché ci accorgiamo di una mancata corrispondenza tra l’ambiente circostante e quanto indicato sugli appunti.

Oramai ci siamo abituati a perderci e quindi non scende il panico tra di noi. Continuiamo ad avanzare seguendo istinto ed orientamento. Di tanto in tanto compaiono confortanti segnavia.
Non indicano la destinazione, ma da qualche parte dovranno pur portarci…
Nel frattempo apprezziamo l’ambientazione: tra pascoli e boschi costeggiamo una tanto ampia quanto ripida gola, concedendoci anche una pausa pranzo per immettere benzina nelle gambe.
Pane e formaggio sono ottimi, il salume purtroppo non paragonabile a quelli a cui siamo abituati.

Dopo circa tre ore raggiungiamo Lukomir.
Il villaggio si trova in posizione panoramica, adagiato su una conca.
Aspre montagne sui lati est ed ovest, a sud lo strapiombo sul canyon che abbiamo costeggiato per arrivarvi ed in direzione nord una stretta valle priva di vegetazione e segnata solo dall’unica strada, sterrata, che raggiunge il paese e da cumuli di pietre che visti dall’alto sembrano segnare il confine di orti o recinti per animali in disuso da decine di anni ed in stato di abbandono.
Il villaggio in se non è poi così diverso da Umoljani e credo che la fama sia dovuta soprattutto all’isolamento di questo luogo. Litighiamo animatamente con alcune pecore per accaparrarci l’accesso alla fontana del paese.
Dalle case in pietra con i tetti in lamiera di tanto in tanto fa capolino qualche anziana signora con pesanti calze di lana e fazzoletti in testa. Ovviamente anche qui non manca chi cerca di venderti qualcosa. La fama di questo sperduto borgo ha portato alla creazione di un ristorante per turisti dove una vasta comitiva di provenienza mediorientale consuma un lauto pasto in una rigida separazione tra maschi e femmine. I pargoli a prescindere dal loro sesso sono assegnati alla tavolata al femminile.

Un po’ delusi decidiamo di tornare indietro, ma tanto per complicarci la vita scegliamo una via alternativa rispetto a quella dell’andata. Più panoramica e decisamente più faticosa.
I segnavia, già di per se poco utili, sono inoltre quasi assenti e non è presente alcuna traccia battuta e visibile. In compenso il meteo sta cambiando un vento gelido ci tormenta mentre saliamo, fondamentalmente a caso, lungo un crinale. Nubi minacciose e scure stanno avvolgendo i monti su cui ci troviamo. A completare il tutto alcuni banchi di nebbia che limitano ulteriormente la visibilità facendoci perdere preziosi punti di riferimento con i quali orientarci. Scende anche qualche gocciolina di pioggia portata dal vento.
Avanziamo nell’ignoto con sicumera aggirando un burrone vertiginoso per poi lanciarci in una discesa su prati e rocce che ci porta ad un pianoro dal quale si intravvede un villaggio che in breve raggiungiamo.
Si tratta della frazione di Umoljani dove avevamo fatto acquisti. La venditrice di prima ci riconosce e dopo averci salutato ci offre delle altre mele che azzanniamo avidamente nella breve discesa che porta all’albergo.

Sono passate tre ore e mezza dalla partenza da Lukomir. Proprio mentre entriamo in camera cadono alcuni forti scrosci di pioggia. I tetti in lamiera svolgono il ruolo di amplificatore e per un attimo sembra stia succedendo il finimondo, ma uno sguardo fuori dalla finestra ci tranquillizza.
Trattasi di pioggia intensa ma non di diluvio biblico. Ironia della sorte mentre fuori piove in camera non c’è di acqua. Dobbiamo rinunciare alla doccia e per pigrizia non ci cambiamo neppure.
Anche perché si è fatta ora di cena e come un branco di lupi, per appetito ed odore ferino, ci dirigiamo verso la zona ristorante.
Per fortuna la sala non è affollata e nessuno viene soffocato dai nostri miasmi.
La cena è golosa e corroborante: la zuppa di verdure riscalda il cuore, l’arrosto di vitello con patate apporta le necessarie proteine, birra e rakja stordiscono i sensi e lasciano briglia sciolta alla conversazione. Nelle aree comuni dell’albergo ci sarebbe il wifi ma non ce ne curiamo molto, noi preferiamo il “wine fine” e le chiacchiere faccia a faccia. Meglio ancora se attorno a un tavolo.
Verso le dieci di sera rientriamo in camera, stanchi e sfatti, ma grazie al cielo ora dai nostri rubinetti l’acqua ha ripreso a scorrere e ne approfittiamo per levarci di dosso scorie di stanchezza e di alcool.
In assenza quasi totale di illuminazione artificiale, il cielo potrebbe offrire una splendida stellata, ma sebbene non piova più è ancora nuvoloso. Meglio coricarsi e recuperare le ore di sonno arretrato, cullati dal silenzio tombale di questa valle sperduta.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mer dic 16, 2020 16:24 
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Quotazerino

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Provo ad inserire una foto per giorno, non necessariamente la più bella o la più panoramica.
In linea di massima le foto migliori le ho messe nello slideshow su youtube


Allegati:
Commento file: Prima di sfracellarmi contro le rocce in un maldestro canyoning - Konjic day 10
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: mar dic 22, 2020 12:39 
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13 agosto 2017 - JugoSLOWia

Dopo alcune giornate piuttosto intense, caratterizzate da eccessi alcolici, carenza di sonno, trasferimenti ed un’agenda piuttosto fitta di impegni, è venuto il momento di una giornata slow.
A tal fine quale posto è più adatto di uno sperduto villaggio sui monti dinarici della ex Jugoslavia?
Il primo ad aprire gli occhi sono io. Sono solo le otto e mezza ma ovviamente faccio in modo di svegliare tutti perché ho fame e non ho voglia di scendere a fare colazione da solo.
Così mi invento che l’orario di colazione finisce alle nove e mezza e che dobbiamo sbrigarci.
Una ricca colazione, fatta con calma, è il modo migliore per iniziare una giornata.
Sulla tavola sono presenti salumi e formaggi accompagnati da una sorta di gnocco fritto.
Seguono burro, miele e marmellate, accompagnate da te o caffe.

Le chiacchiere lente, quasi sottovoce, sono il sottofondo musicale fino all’esaurimento di cibo e bevande. Di solito esercito un potere dittatoriale nel pianificare le giornate, ma questa volta democraticamente decidiamo di concederci un po’ di relax ed una breve escursione.
Camminiamo quindi stancamente per le viuzze di Umoljiani quando...eccolaaa…
la vecchia venditrice ormai nemica giurata del Morandi ci vede, ma soprattutto LO vede.
Gracchia qualcosa nella nostra direzione abbinando alla voce stridula un indice accusatorio.
Ovviamente io e Mirko ne approfittiamo per accusare Gianluca di averla sedotta ed abbandonata.
Questa volta però il nostro amico capisce al volo che vogliamo provocarlo e non ci casca.

Le case del villaggio sono solitamente piuttosto modeste, alcune direi anche proprio male in arnese, ma gli orti ed i frutteti sono piuttosto curati. Del resto probabilmente sono, con gli animali da cortile, la maggior fonte di sostentamento per la maggioranza degli abitanti.
Alle dieci in punto il cielo sereno viene squarciato da un colpo di fulmine.
Mirko non termina la frase, la bocca rimane afona e la mascella quasi gli casca.
L’espressione degli occhi tradisce emozione ed infatuazione incontrollabile.
Lei resta immobile e sorniona, con gli occhioni spalancati e quell’espressione imbronciata.
Come un’altera Madonna di scuola toscana, ha un aspetto un po’ retrò nel suo abito celeste leggermente sbiadito e punteggiato di macchie color ruggine che sembrano lentiggini.
Nemmeno una sfrontata carezza la smuove dalla sua rigidità.
In quest’aura di mistero l’unica certezza che abbiamo è il suo nome: Mercedes.
Non ne vedevamo una come questa dalla fine degli anni settanta, dalla nostra infanzia, e Mirko, sicuramente il più sentimentale tra di noi, si dice disposto a follie pur di averla.
Ma la gelosia del possessivo proprietario, tronca in partenza ogni sogno di conquista.
Sicuramente sarà stato un parente, magari il figlio, di quella scontrosa venditrice...

Non ci resta che proseguire nella esplorazione del luogo, e siccome il borgo è minuscolo decidiamo infine di visitare quei mulini ad acqua intravisti il giorno del nostro arrivo.
Il sentiero, facile e con poco dislivello passa in costa tra boschi e pascoli ed in breve raggiungiamo il primo di una serie di mulini, restaurati con fondi internazionali.
La stagionale carenza di acqua impedisce il loro funzionamento e le strutture, sebbene quasi interamente in legno e ben recuperate, si rivelano un po’ deludenti in assenza di attività molitoria.

La passeggiata stimola il nostro appetito, che al rientro in albergo, viene saziato con del burek.
E’ delizioso ed il fatto che ci venga servito direttamente nelle due teglie in cui era stato cotto, lo rende ancora più gradevole in un mix di percezioni sensoriali che premiano tutti i cinque sensi.
Il naso è avvolto dal profumo del ripieno non appena incidiamo lo strato esterno con un coltello.
Le papille gustative assaporano la croccantezza della pasta fillo e la morbidezza del ripieno.
Gli occhi contemplano le sfumature di colore della cottura nel forno a legna, le mani percepiscono il calore della teglia mentre si avventano sulle fette appena tagliate, e mano a mano che procediamo a ricavarne di nuove, le orecchie colgono come musica celestiale il suono prodotto dal coltello che incide il burek con un rumore sordo che si tramuta poi in un suono metallico, come un colpo di gong, nel finale quando il coltello cade sulla teglia ormai vuota.
La sete viene placata da generosi boccali di birra e da piccoli sorsi di rakija.
Alle cinque di pomeriggio scendiamo a valle a piedi. In circa quaranta minuti, inclusa una nuova breve sosta per vedere gli stecci, arriviamo alla pensilina con un buon anticipo sull’orario previsto.
Il bus arriva puntuale e oltre a noi salgono altre persone arrivate nel frattempo da Umoljani ed altri paesi su vetuste autovetture guidate da parenti o semplici compaesani.
Questa volta il viaggio è caratterizzato da sonnolenza diffusa, vuoi per la stanchezza vuoi perché Sarajevo è il capolinea e non c’è rischio di sbagliare.

Arriviamo alla stazione dei bus di Ilidza che sono circa le otto di sera.
Il sole è già sceso dietro le montagne che circondano Sarajevo, ma c’è ancora un certo chiarore.
Da informazioni estrapolate su internet sappiamo di dover prendere il tram per andare in centro e per nostra fortuna ce ne è uno in partenza poco dopo il nostro arrivo.
Al capolinea del bus segue il capolinea del tram, infatti la nostra fermata è Vijecnica, proprio dove il tram inverte la rotta e sferragliando torna in periferia.

Accolti con il sorriso da una radiosa Cenerentola effettuiamo il check-in all’ostello, che avevamo preventivamente informato del nostro tardivo arrivo.
E’ ancora presto così ne approfittiamo per una passeggiata nella zona della Bascarsija, il caratteristico quartiere ottomano, poco lontano dal luogo dove pernottiamo.
Sono passi rilassati sebbene si tratti della zona più interessante e ricca di stimoli.
Avremo tempo per conoscere la città, per cui non ci soffermiamo troppo su quello che vediamo. Forte dei miei ricordi faccio da guida e li conduco per uno spuntino ad un forno sempre aperto nei pressi della fontana del Sebilj.

Tornando in ostello ci soffermiamo davanti alla biblioteca di Sarajevo.
Chi non conoscesse la storia del novecento potrebbe pensare che si tratti di un edificio moderno in stile moresco e passare oltre come di fronte ad un qualsiasi centro commerciale.
In realtà la Vijecnica, questo il nome dell’edificio, è stato uno dei simboli dell’assedio patito da Sarajevo dal 1992 al 1995.
Si trattò del più lungo assedio dell’era moderna, durante il quale la città e la gente hanno subito ferite forse rimarginate ma incancellabili.
Tutti e tre siamo fans dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti), gruppo che negli anni novanta ha riscosso un successo imprevedibile per un gruppo slegato dalle dinamiche commerciali delle case discografiche.
Proprio alla distruzione della biblioteca, avvenuta tra il 25 ed il 26 agosto del 1992 hanno dedicato la canzone “cupe vampe” che ci ritroviamo a canticchiare mentre la osserviamo commossi, dal prospiciente ponte sulla Miljacka.
Mi sento in dovere di citarne il testo, poetico nella sua crudezza:

Di colpo si fa notte, si incunea crudo il freddo
La città trema, livida trema
Brucia la biblioteca, i libri scritti e ricopiati a mano
Che gli ebrei sefarditi portarono a Sarajevo in fuga dalla Spagna
S’alzano i roghi al cielo, si alzano i fuochi in cupe vampe
Brucia la biblioteca degli Slavi del Sud, europei dei Balcani
Bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri
S’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe
Di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo
La città trema, come creatura
Cupe vampe, livide stanze, occhio cecchino, etnico assassino
Alto il sole, sete e sudore, piena la luna, nessuna fortuna
Ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là
Ci fottono i preti, i pope ed i mullah, L’ONU, la NATO, la civiltà
Bella la vita dentro a un catino, bersaglio mobile di ogni cecchino
Bella la vita a Sarajevo città, questa è la favola della viltà

A proposito di favole, al rientro in ostello la nostra Cenerentola non c’è più.
Non è neppure mezzanotte e sulla scala non troviamo alcuna scarpetta...chissà che quel gattaccio randagio visto poco prima in strada non si sia trasformato nel suo cocchiere…
La scarpetta la fa invece, nel suo piatto, una silenziosa ospite asiatica, la cui presenza è anticipata da miasmi di aglio, cipolla ed altri imprecisati ingredienti che appestano il locale cucina e che ci raggiungono non appena apriamo la porta.
Salutiamo, ricambiati con poca convinzione, tratteniamo a stento i conati ed andiamo a nanna.


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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: dom dic 27, 2020 18:08 
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Mi scuso con i puristi se includo nella narrazione anche le giornate prive di cammino escursionistico.
Tuttavia i Balcani sono una regione ancora relativamente poco conosciuta e spero che anche queste pagine di "turismo alternativo" siano gradite

14 Agosto 2017 – Droga nel cassetto

Il risveglio ha il profumo inebriante di caffè e brioches appena sfornate quando, ancora in trance e con gli occhi cisposi, cammini come un sonnambulo verso la cucina.
Tutto questo se ti svegli in Italia e/o con compagni d’ostello italiani.
Se sei in terra straniera con ospiti provenienti da ogni angolo del Mondo, il dolce risveglio potrebbe trasformarsi nel prolungamento di un incubo.
Per un attimo torno con la memoria a quando lavoravo sulle navi da crociera ed a colazione in sala mensa incrociavo il personale, per lo più asiatico, che smontava dalla notte.
I piatti serviti dovevano pertanto soddisfare le loro e le nostre esigenze, non solo diverse per cultura ed abitudini gastronomiche ma anche per differenti orari e necessità caloriche.
Aglio, cipolle, fritture che si attaccano alle narici per ore, anestetizzando il senso dell’olfatto e del gusto mentre sorseggi il tuo caffelatte con una fetta di crostata o dei pancakes con sciroppo d’acero.
Guardi fuori dall’oblò, vedi il mare liscio o agitato, e capisci che non c’è via di fuga.
Per fortuna qui la realtà è diversa, siamo sulla terraferma ed abbiamo la possibilità di uscire.
Visto che l’ospite asiatica di ieri sera sembra imprigionata in cucina ed ostaggio di un maleficio che la obbliga continuamente ad arditi esperimenti culinari, preferiamo levare l’ancora e salpare.

Con il vento in poppa raggiungiamo il solito forno di Edin, vicino al Sebilj.
La nostra polena a prua ha le sembianze del naso di Mirko. Già da fuori al locale percepisce odori a noi più famigliari ed ammicca per rassicurarci. Non resta che scegliere tra dolce o salato.
When in Rome do like romans recita un vecchio adagio.
Siccome siamo a Sarajevo, optiamo per una porzione di burek al formaggio con una bottiglietta di ayran, uno yogurt molto liquido che rappresenta l’abbinamento classico.
Un po’ come la pizza con la birra, o la focaccia con il cappuccino (se si è liguri).

Attraversiamo tutta la Bascarsija in senso contrario a quanto fatto con il tram.
La città si sta risvegliando e prendendo forma mentre noi andiamo a passo spedito verso la stazione degli autobus. Gianluca infatti partirà tra due giorni e dobbiamo verificare gli orari dei bus per Spalato, dove si imbarcherà su un traghetto diretto ad Ancona.
Meglio verificare di persona che affidarsi alle informazioni rintracciabili online, probabilmente non aggiornate, e scritte in lingue a noi poco comprensibili. Così facendo inoltre il nostro amico può anche già comprare il biglietto visto che all’ora di partenza del suo bus la biglietteria sarà forse ancora chiusa, ed il biglietto fatto a bordo di solito prevede un sovrapprezzo.
Lungo il tragitto passiamo accanto alla smisurata ambasciata americana: un inno alla invadente presenza a stelle e strisce, non sempre gradita, in tutte le aree calde del pianeta.

Alla stazione dei bus un flashback mi riporta con la memoria a quando presi il bus per Srebrenica. Una delle esperienze più forti nella mia vita di viaggiatore. Purtroppo questa volta non avremo tempo di andarci perché l’escursione richiede praticamente una giornata intera e non abbiamo molto tempo a nostra disposizione, soprattutto Gianluca.
La visita al memoriale di Potocari, lo tsunami di candide steli funerarie, il vagabondare clandestinamente dentro la ex base delle Nazioni Unite. Ricordi incancellabili dalla mia memoria di una delle pagine più cruente della storia recente. In pochi giorni qui vennero uccisi più di ottomila bosniaci, rifugiatisi in quel luogo convinti di trovare la protezione dei Caschi Blu.
Gli stessi che durante la carneficina sono stati immortalati in video che li ritraggono mentre festeggiano bevendo birra, per aver salvato la pelle. La loro…

Accanto alla stazione dei bus si trova quella ferroviaria.
Il treno, in Bosnia e nei Balcani in generale, rappresenta il mezzo di trasporto più lento, scomodo ed a buon mercato. Le corse sono rare, spesso in ritardo, gli orari approssimativi.
I vagoni generalmente sono stati donati o acquistati da altri stati europei, nei quali furono dismessi molto tempo fa dopo un lungo ed onorato servizio.
In passato mi capitò di effettuare il tragitto da Sarajevo a Mostar e fu un’esperienza molto piacevole. Mi trovai a viaggiare in una vecchia carrozza delle ferrovie svedesi, rivestita di legno e con i sedili di un soffice velluto blu, ormai consunto ma ancora nobile nel suo aspetto.
Il convoglio arrivò con mia grande sorpresa in orario, regalandomi pure numerosi e pittoreschi scorci lungo il corso della Neretva.
Anche oggi come allora l’atrio è semivuoto e la stazione sembra uscita da un film di George Romero. Lo spazio è ampio, vuoto e smisuratamente alto. Al suo centro una colonna squadrata il cui capitello è un orologio altrettanto squadrato le cui lancette sono una delle poche cose in movimento qui dentro. I bar sono quasi tutti ancora chiusi, molti probabilmente per sempre vista la carenza di potenziali clienti. Ma tra i pochi aperti è bello vedere che si trovano poltroncine in legno e vimini, abituati come siamo alla plastica in Europa occidentale: dal mobilio, alle posate e spesso anche al cibo. L’enorme pubblicità in stile cartoon di una notissima bevanda zuccherata rappresenta, con il suo sfondo rosso, una delle poche note di colore e di vivacità in un ambiente grigio, sonnolento, anestetizzato.

Sistemate le formalità logistiche ci dirigiamo verso il Museo della Storia di Sarajevo.
Ancora una volta ci troviamo a costeggiare la imponente e supersorvegliata recinzione americana che, a prescindere dalle simpatie ed orientamenti politici, ha creato in noi un senso di disagio.
Poi attraversiamo il viale Zmaja od Bosne, celebre come “viale dei cecchini”.
Questa strada, molto larga, era la principale via di uscita o di entrata a Sarajevo durante l’assedio.
Dalle colline poco lontane i cecchini si divertivano e si esercitavano a colpire i bersagli mobili.
Talvolta solo per spaventare, altre volte per uccidere.
Oggi per fortuna l’unico pericolo sono gli spericolati guidatori bosniaci.

Forgiati dalle strade italiche, scampiamo il pericolo dell’attraversamento pedonale, ed entriamo nel museo che custodisce reperti e testimonianze storiche dagli albori di Bosnia ai giorni nostri.
Largo spazio è concesso all’assedio degli anni novanta, con foto spesso estremamente crude, oggetti che spaziano dalle armi rudimentali degli assediati ai barattoli di fetida carne in scatola degli aiuti umanitari. Ci sono anche documenti cartacei e la ricostruzione di alcune stanze di appartamento che mostrano come l’ingegno umano sappia adattarsi alle difficoltà e superarle: stufe create con materiale di riciclo, addirittura antenne artigianali per captare segnale radio o TV.
Alle finestre nessuna vezzosa tendina, ma teli di plastica semirigidi griffati UNHCR che sostituirono i vetri, fragili e pericolosi in occasione delle numerose esplosioni di ordigni.
Per chi non lo sapesse, va detto che l’assedio di Sarajevo fu il più lungo e sanguinoso dell’era moderna. I morti furono circa dodicimila ed i feriti circa cinquantamila in tre anni.
Le ferite psicologiche furono forse anche più profonde di quelle fisiche, ma gli abitanti di Sarajevo mostrarono grande capacità di reazione sia durante che dopo l’assedio.
Ciò fu possibile anche grazie al livello culturale piuttosto alto della popolazione di una città che da molti era considerata la Gerusalemme d’occidente per la secolare convivenza pacifica di tutte le religioni monoteiste.

All’uscita notiamo alcuni mezzi militari dismessi ed andiamo sul retro per vederli meglio.
Camminando sul marciapiede accanto all’edificio notiamo una ben conservata “rosa di Sarajevo”.
Si tratta di chiazze di gomma rossa che vennero posizionate dove le granate portarono morte.
Molte sono ormai scolorite dal tempo, dagli agenti atmosferici, dal calpestio della gente.
Notiamo anche il bar Tito, pieno di cimeli di Josip Broz, e ne approfittiamo per una birra finendo con lo scoprire una nuova marca locale che non conoscevamo: la “Pam” che a noi ricorda più una catena di supermercati.
Effettuato il pieno di liquidi è giunto il momento di tornare verso il centro città.
Memore della mia precedente esperienza a Sarajevo, conduco i miei amici fuori dai percorsi turistici e ci dirigiamo verso la zona residenziale di Ciglane con i suoi palazzoni caratterizzati da ascensori esterni che ricordano le funicolari a cremagliera di alcune città italiane.
Siamo nel quartiere popolare di Kosevo e non possiamo perderci un giro per il modesto mercato rionale che si trova nelle immediate vicinanze di un enorme cimitero.

Rientrando verso il centro ci affidiamo ancora una volta al fiuto del naso di Mirko che rapidamente, come di consueto, trova per noi l’ennesimo bar del pueblo.
L’atmosfera è rilassata e rilassante. Le pareti, coperte di ricordi e di foto dell’epopea Titina, sembrano l’iconostasi laica di un tempio pagano, la cui vestale è un’anziana cameriera tuttofare.
Si infila dei guanti bianchi per porgerci le paste scelte da accompagnare al denso caffè bosniaco. Una delicatezza ed un’attenzione davvero di altri tempi.
Le paste sembrano fresche, non surgelate e riscaldate come accade troppo spesso da noi.
I clienti: una coppia anziana ma non troppo ed una signora poco più giovane che sembra il ritratto cristallizzato di un membro dell’intellighenzia sovietica. Sono vintage come il locale.
Noi siamo l’unico elemento che stonerebbe, per abbigliamento e comportamento, se potessimo tornare magicamente indietro nel tempo di almeno quarant’anni.

Lungo il cammino la sosta successiva è al centro culturale di Skenderija, seguono la nuova Cattedrale ortodossa, dalla preziosa iconostasi, e la vecchia Cattedrale ortodossa dove il sarcofago di un bambino morto prematuramente è venerato dalle donne gravide o che cercano la gravidanza. Gianluca, pregno di cultura russa e slava, apprezza queste due soste.
Raggiungiamo il cimitero degli eroi, dove tra una miriade di lapidi tutte uguali si nota il sepolcro di Alija Izetbegovic, il controverso presidente bosniaco durante gli anni dell’assedio.
Dal sovrastante Bastione giallo ammiriamo un bel panorama del catino in cui giace Sarajevo.
A giudicare dei fumi che salgono al cielo i forni ed i ristoranti sono in piena attività.
Torniamo così in ostello per lavarci e cambiarci prima di uscire a cena.

Fortunatamente la mefitica ospite asiatica non c’è, ma la gioia si tramuta presto in depressione.
La radiosa Cenerentola di ieri sera è stata sostituita dalla cugina: una sorta di Anastasia.
Grassa e sudaticcia, scontrosa, strabica e pure smemorata, come scopriremo poi.
Per prima cosa, senza tanti giri di parole ci chiede immediatamente il pagamento di tutto il soggiorno. Succubi della sua aggressività provvediamo subito al saldo.

Stanchi di burek e cevapi, ci rechiamo al ristorante Dzenita dove mi ero trovato bene qualche anno fa. Offre piatti bosniaci ed internazionali, tra i quali scelgo del petto di pollo con salsa di formaggio accompagnato da patatine fritte. Nulla di particolarmente esotico o lussuoso, ma le porzioni sono generose ed i prezzi onesti. Bevendo una birra media la spesa totale è stata di circa sette euro.
Possiamo ora vagare senza meta per il centro città finché notiamo un capannello di gente.
Nel cortile alle loro spalle si trova il cinema all’aperto del Sarajevo film festival.
La proiezione è terminata e le sedie sono ormai occupate solo da qualche volantino abbandonato.

Però qualcosa ancora si muove...sono note musicali che sembrano provenire da dietro al palco.
Come i topi nella favola del pifferaio magico seguiamo le note e ci ritroviamo in un pub alternativo per gente alternativa che ascolta musica alternativa.
Il frontman indubbiamente ci sa fare, ben spalleggiato da un imbolsito Bojan Krkic alla chitarra.
Ovviamente non si tratta dell’ex calciatore di Barcellona, Roma, Milan, ma la somiglianza è impressionante. In breve ci troviamo a cantare i ritornelli con parole italiane che somigliano a quelle urlate dalla band: “droga nel cassetto” fu la nostra versione del coro che più infiammò il pubblico.
Ovviamente ignoriamo il testo ed il significato di quanto cantato davanti ai microfoni.

L’interno del pub è un po’ claustrofobico, buio, fumoso e si trova al di sotto del manto stradale.
Underground anche nel vero senso della parola...
Uscite di sicurezza non pervenute, per la serie “lasciate ogni speranza voi che entrate”.
In Italia verrebbe immediatamente chiuso per motivi di sicurezza, anche se probabilmente in certi nostri bar fighetti “a norma”, girano molte più sostanze proibite e gente meglio vestita ma meno raccomandabile.
Per fortuna il concerto è all’esterno. Anche la cornice femminile è degna di attenzione.
Essendo tutti e tre coinvolti in relazioni stabili ci limitiamo a semplici giudizi estetici.
Alla fine della selezione, il mio voto e quello di Mirko premiano una ragazza dal fascino particolare, fuori dagli schemi classici della bellezza. Trasuda carisma e che ci ricorda la versione mora di Uma Thurman, ma con gli occhi da cerbiatta di Wynona Ryder da giovane.
Non ci lasciamo tuttavia andare a danze scatenate in stile Pulp Fiction e, terminato il concerto, ci avviamo verso l’ostello.
E’ stata una giornata lunga ed intensa ed il telefonino di Mirko indica che abbiamo percorso più di venti chilometri a piedi. La stanchezza inizia a farsi sentire, anche perché quando arriviamo in camera sono quasi le due di notte.


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Commento file: Bar del pueblo - Sarajevo
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Commento file: Rosa di Sarajevo
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Commento file: Welcome to Sarajevo
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab gen 02, 2021 6:01 
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15 Agosto 2017 – Separazione consensuale

“Gianluka, Gianluka, you are late” con queste parole la gracchiante voce di Anastasia ci sveglia.
Sono le cinque e cinquanta minuti. Non abbiamo dormito nemmeno quattro ore perché l’ostellessa si è confusa ed ha chiamato il taxi per Gianluca con un giorno d’anticipo.
Chiarito l’equivoco torniamo invano a letto per cercare di smaltire le scorie di ieri, in vista di un’altrettanto intensa giornata. Approfittiamo del sonno ormai guastato per un lavaggio a mano di buona parte del nostro abbigliamento.
Questa volta da Edin preferiamo acquistare dei croissant alla cioccolata ed una torta alla marmellata per iniziare la giornata in uno stile a noi più abituale. Oggi le nostre strade si separeranno a lungo.

La prima tappa è al complesso di Gazi Husref. Oltre ad una importante moschea del XVI secolo ed al prospiciente shadrvan per le abluzioni, comprende una biblioteca, una madrasa, un bagno pubblico ed un orologio lunare. Il tempio è di dimensioni piuttosto contenute e l’interno non è sfarzoso, ma si tratta di uno degli edifici più importanti per i musulmani di Bosnia.
L’orologio lunare della sahat kula rivaleggia con il minareto in quanto ad altezza, ma sebbene meno slanciato è molto più caratteristico. Le ore risultano infatti a noi di difficile interpretazione, in quanto servono più che altro a regolare gli orari di preghiera per i seguaci di Maometto.
Nel cortile si trovano la succitata fontana e due turbe, ossia mausolei funerari.
La madrasa si trova dall’altro lato della strada, come la tekija Hanikijah che attualmente ospita eventi culturali. Nel vicolo accanto al complesso si trova il Bezistan, un mercato coperto in cui purtroppo la mercanzia non è molto originale ed in gran parte di probabile provenienza cinese.
Più caratteristici sono i bagni pubblici Begove hale funzionanti dal 1529 ad oggi, fatto salvo il periodo dell’assedio.
Mentre i miei amici si godono questi luoghi, da me già visitati, io ne approfitto per un po’ di relax nel cortile della moschea, per osservare i fedeli, i turisti ed i passanti con lo stesso sguardo sornione di un gattone che si accoccola nelle mie vicinanze. Provvedo anche a cancellare o ritoccare alcune foto sul cellulare.

Quando terminano la visita, li conduco al mercato Markale.
Qui i colpi di mortaio hanno distribuito generosamente dosi di morte, ferite e spavento ai Sarajevesi, intenti a fare la misera spesa di quei giorni in cui ben pochi beni si trovavano sui banchi. In mattinata un visitatore, distratto dai colori, dai profumi e dalla grande quantità di gente potrebbe quasi non accorgersi della parete in cui pannelli di colore rosso porpora ricordano i nomi dei caduti in quel luogo, nè tanto meno notare una delle granate tuttora conficcata nel terreno e protetta da una lastra di vetro. Nelle viuzze laterali ci sono banchetti improvvisati che oltre a frutta e verdura vendono casalinghi e prodotti per la pulizia della casa, ma anche numerosi bar, caffè e ristoranti.
Di questi ultimi cerchiamo di studiarne menù, stile e potenziali avventori in modo da scegliere con cura quello in cui recarci più tardi. Per ora infatti è ancora presto e ci limitiamo ad un caffè in un bar del pueblo proprio di fronte al mercato.
Il prezzo, il servizio, la clientela sono molto popolari. Il caffè molto denso e amaro, come immagino sia purtroppo stata la vita dei clienti abitudinari, dai volti stanchi e rassegnati.

E’ giunto per gli amici il momento di visitare la Galerija 11/07/95 dedicata ai fatti di Srebrenica.
Per chi non ha tempo o modo di recarsi in quella località, è una tappa fortemente consigliata sebbene la crudezza delle fotografie e dei documentari visibili al suo interno possa lasciare profondamente turbate le nostre coscienze, che all’epoca dei fatti sebbene informate furono, mediamente, ben poco scosse da quanto accaduto.
Concedo loro un paio di ore per la visita, io nel frattempo agganciato un segnale wifi aggiorno brevemente famiglia ed amici sul nostro viaggio. Poi visito la Cattedrale Cattolica al cui esterno si trova una statua raffigurante papa Giovanni Paolo II che visitò la città nel 1997 e nel 2003.
Nella via laterale un’altra delle tante rose di Sarajevo, questa è particolarmente sbiadita.
Vago senza meta fino alla zona del festival dove rintraccio il red carpet ed apprezzo i frenetici lavori di preparazione: umili operai, giovani volontari che si sbattono sotto al sole rovente perché alla sera le stelle possano brillare, anche sotto alla luce abbagliante di flash e riflettori…

Si è fatta ora di pranzo, così torniamo nella zona del mercato Markale, dove avevamo adocchiato numerosi ristoranti del pueblo. Quello prescelto è dignitosamente vintage e domestico.
Sembra di entrare in una casa: tavoli in legno con centrini all’uncinetto, tappezzeria portante, carboncini della zia artista alle pareti, qualche pianta da interni. Gli avventori sono quasi tutti indigeni per aspetto e lingua parlata. Si potrebbe avere quasi la vaga sensazione di essere imbucati ad una festa in casa di qualche Sarajevese, se non fosse che l’illusione viene spezzata dalla comparsa dei menù sul tavolo in cui ci sediamo.
Oltre al nome delle portate sui menù compare infatti anche il relativo prezzo.
Peccato, ci toccherà pagare il conto all’uscita anziché ringraziare gli sconosciuti padroni di casa…
Non avendo grande conoscenza della cucina bosniaca, decidiamo di ordinare un mix di portate dal quale ognuno si servirà a proprio piacimento.
Tradiamo i gusti ormai famigliari di burek e cevapi ed ordiniamo: dolma, sarma, polpette, un misto di riso, verdure e carne ed un piatto di carne fritta e coperta di yogurt e verdure. Non ricordo il nome delle ultime due portate. I dolma sono involtini in foglia di vite contenenti generalmente riso, carne e o verdure. Possono essere serviti in brodo, soprattutto in inverno, oppure asciutti.
Similmente i sarma sono involtini di cavolo ripieni di maiale, che in Bosnia viene sostituito con altro tipo di carne. Il cibo soddisfa i nostri palati ed appetiti. A calmare la sete pensano schiumosi boccali di birra Sarajevsko Premium.
Non ricordo se ci fossero alternative vegetariane o addirittura vegane, ma posso affermare senza timore di smentita che nei Balcani i carnivori e gli onnivori abbiano sicuramente meno difficoltà a sfamarsi con gusto.
E’ giunto il momento di congedarci con la padrona di casa, o meglio con la titolare del ristorante.
Il conto è veramente amichevole ed in linea con quest’atmosfera famigliare. A dispetto delle porzioni e delle bevute abbondanti: circa dieci euro a testa, arrotondando per eccesso la somma.

Smaltiamo il pranzo con una nuova passeggiata per le vie del centro. Non manca l’imperdibile sosta alla scacchiera gigante. Tra gli spettatori o tra i giocatori non manca mai l’uomo con il cappello da cowboy. Parlando con altri spettatori scopriamo che è un attore locale. Chissà che alla sera non lo si vedrà in altri abiti sul red carpet...ma le nostre speranze vengono cassate dal verboso interlocutore, il quale aggiunge che “non mi ricordo il nome” è in realtà più un figurante che una star. Brutta bestia l'invidia...
Per non vincolare i miei compari alle mie passate esplorazioni, torno in ostello per una doccia ed un riposino, lasciandoli quindi liberi di muoversi a proprio piacimento.
Gianluca ne approfitterà soprattutto per comprare qualche souvenirs da portare ad amici e famigliari.
Mirko, pur accompagnandolo, concentrerà invece la sua attenzione soprattutto su graffiti, murales e curiosità varie. Oggi non è necessario cercare un bar del pueblo. Sappiamo già che torneremo al posto underground, in ogni senso, di ieri sera. E così faremo.

Prima però ceniamo da Zeljo 2, una micro-catena di negozi legata allo Zeljeznicar, la più titolata squadra di calcio bosniaco. Il bar-ristorante si potrebbe considerare una sorta di dopolavoro ferroviario, non tanto per l’aspetto e gli avventori, in realtà entrambi un po’ anonimi, ma per il fatto che lo Zeljeznicar nasce come squadra dei ferrovieri. La specialità della casa, nonché unico piatto preparato, sono i cevapi serviti con pane ed abbondante kajmak.
Le vie dello struscio sono particolarmente affollate ed è impossibile non notare l’avvenenza di molte ragazze, forse inserite nello show-business o aspiranti tali.
Il nostro pub risulta invece oggi un po’ deludente: in assenza di musica dal vivo lo spazio esterno è vuoto. Ci limitiamo ad un paio di birre nel locale interrato, prima di dirigerci verso l’ostello camminando lungo le sponde del fiume Miljacka.
Poco male, perché domani il Morandi dovrà tornare a casa. Questa volta per davvero.
Ci aspetta quindi una sveglia antelucana per salutare il nostro amico ed aiutarlo a preparare i bagagli. Sperando che Anastasia si sia ricordata di avvisare il taxista per la data corretta.


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Commento file: il pueblo del bar al Markale - Sarajevo
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Commento file: l'uomo col cappello - Sarajevo
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Commento file: ristorante del pueblo - Sarajevo
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab gen 09, 2021 10:34 
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Con oggi mi porto in pari tra quanto qui pubblicato e quanto scritto.
Seguirà probabilmente un periodo di silenzio, in attesa di trovare tempo ed ispirazione per procedere a scrivere nuove pagine.

16 Agosto 2017 – Ma va a ca gare...

Il momento dei saluti è sempre foriero di tristezza.
Quando la sveglia suona prima delle sei, lo è ancora di più.
Gianluca oltre che essere un grande amico, con la sua competenza storica e politica ha ampliato le nostre conoscenze consentendoci approfondimenti e spunti di riflessione che probabilmente avremmo ignorato od affrontato in modo superficiale.
La sua presenza inoltre ci ha consentito di rifiatare dopo le prime traumatiche giornate di cammino. Sebbene fosse disponibile ed attrezzato anche per camminare sulla Via Dinarica, abbiamo preferito approfittare della sua presenza per concederci qualche giorno da turisti, lasciando comunque spazio a lunghe camminate ed esplorazioni urbane.
I prossimi giorni saranno meno culturali ma più avventurosi, a cominciare da oggi.

Appena terminata la colazione ci dirigiamo infatti verso la pista di bob delle Olimpiadi invernali, qui celebrate nel lontano 1984.
Per raggiungerla arranchiamo lungo i vicoli di un quartiere periferico di Sarajevo abbarbicato su quei pendii, utilizzati come postazione di sparo dai militari serbi negli anni novanta.
A distanza di neppure dieci anni cambiò radicalmente l’estetica, le attività e le intenzioni di chi frequentava la zona: le sgargianti e variopinte tute di atleti di ogni parte del Mondo furono sostituite da etniche uniformi.
Le pistole, non più in mano agli starters, smisero di sparare a salve, si cessò di scendere a bomba e cominciarono a piovere bombe. Forse qualche olimpionico di biathlon divenne cecchino.
Gradualmente le palazzine lasciano il posto a casette con giardino, poi a casolari isolati ed orti, fino ad immergersi nel bosco, dove di tanto in tanto compaiono cartelli che segnalano la possibile presenza di mine antiuomo.
In realtà credo che questa zona, così vicina alla città, sia stata completamente sminata e che tali cartelli abbiano più un valore per così dire di macabra attrazione turistica.
Tuttavia la prudenza ci consiglia di camminare solo su sentieri battuti ed evitare di calpestare aree più inselvatichite e meno frequentate.

Come detto quest’area è famosa per essere stata postazione di milizie durante l’assedio.
Non escludo che le piste da bob fossero state abbandonate anche prima degli eventi bellici.
Succede molto spesso che in occasione di grandi competizioni internazionali, vengano costruite cattedrali nel deserto destinate ad essere poi inutilizzate, preda di erbacce e di vandali. Gli impianti di “Sarajevo 1984” non fanno eccezione ed oggi sono piuttosto frequentati da turisti che amano uscire dai soliti percorsi.
La vista su Sarajevo è meravigliosa ed abbraccia tutto l’abitato: inevitabile che questo luogo, in quel momento storico, sia stato scelto ed utilizzato per colpire l’assediato.
Non abbiamo un binocolo con noi, ma dall’altra parte della città ci pare di scorgere il trampolino olimpico. Molto più chiari appaiono, anche ad occhio nudo, i monumenti visitati nei giorni scorsi.

Avevamo sentito parlare dei murales che si trovano in questa struttura, ma forse le nostre aspettative erano esagerate e li troviamo piuttosto deludenti da un punto di vista artistico.
Alcuni graffiti risultano convincenti più per il messaggio che trasmettono che per la realizzazione.
La maggioranza delle scritte rientrano invece nella categoria “atti vandalici”.
E’ comunque un’esperienza curiosa e particolare camminare dentro ad una pista di bob.
Le curve paraboliche sono quelle in cui si concentrano i disegni più riusciti.
Ad un certo punto la pista, sopraelevata, è spezzata. Forse crollata per l’incuria, forse per qualche colpo durante la guerra. Spero solo che quel ciclista che stava scendendo in MTB e Go-pro, sia riuscito a frenare in tempo...non trovando rottami di bici nè di umani supponiamo di si.
Per tornare in città seguiamo finché ci è possibile la pista e poi una sterrata che ci porta alle prime case. Si tratta di un quartiere residenziale e c’è poco da vedere ma facciamo spesa: un po’ di frutta per un pranzo leggero consumato in un parco, prima del rientro in ostello.

Nel pomeriggio. in prossimità dello stesso parco, prendiamo il trolleybus per raggiungere il quartiere di Lukavica anche conosciuto con il nome di Istochno Sarajevo.
Domani infatti riprenderemo il cammino e per riagganciare la Dinarica, dovremo raggiungere un paese che si trova nella Repubblica Serba di Bosnia.
Forse non tutti sanno che la Bosnia non è un’entità territoriale unica ma si compone di tre regioni: la Bosnia Erzegovina, la Repubblica Serba di Bosnia, ed il piccolo distretto di Brcko.
I mezzi pubblici da e per la Repubblica Serba di Bosnia non partono ne arrivano dalla stazione principale dei bus ma da quella in cui si concentra o si concentrava la popolazione di etnia serba.
Questo ci consente di visitare nuovi quartieri, fuori dalle rotte turistiche, di verificare l’orario del bus a cui siamo interessati e di comprare il relativo biglietto.

La stazione dei bus è piuttosto in mal arnese, sembra quasi una scuola anni ottanta con il corridoio e le porte in legno pitturate a mano di grigio. Mancano solo le lavagne ed i bidelli.
Di colpo noto lo sgomento di Mirko: è disorientato e sembra proprio uno scolaro il primo giorno di scuola.
Di fronte a lui sono infatti improvvisamente ed inaspettatamente comparse scritte in cirillico che rendono ancora più incomprensibili parole comunque sconosciute.
Eh si, pure l’alfabeto cambia all’interno di una città etnicamente smembrata.
Per fortuna, avendo qualche base di russo, questo tipo di caratteri mi è famigliare ed alcune parole risultano intuibili.
Come un fratello maggiore prendo in custodia lo scolaretto Mirko e, con dei pezzi di carta in mano, mi dirigo con sicumera verso la “Kacca”. Quindi chiedo e compro i biglietti per la nostra destinazione.
Questo tranquillizza il mio compagno di avventura visto che il cirillico ci accompagnerà per un bel po’.
Di certo il Balzani rientra nella schiera di chi ignorava questa separazione etnica ed io, distratto, non lo avevo preparato a questa situazione da me già vissuta alcuni anni prima.
Più tardi mi confesserà di aver avuto la sensazione di aver attraversato una frontiera invisibile, ma molto più tangibile di quella tra Croazia e Bosnia sancita da regolare timbro sul passaporto.

La signora delle pulizie dei bagni è molto aggressiva.
Devo ancora entrare che già mi chiede con insistenza i soldi. Va bene che non siamo molto eleganti nei nostri abiti da cammino, ma la sua preoccupazione sulla mia solvibilità mi pare eccessiva, così la mando a ca gare...intanto è già nel posto giusto.
Mi dirigo quindi verso un vicino centro commerciale dove posso usufruire gratuitamente dei servizi, più o meno puliti, e comprare uno snack per fare merenda.
Il quartiere, caratterizzato dai consueti palazzoni in stile comunista-brutalista, è poco interessante così torniamo indietro non appena possibile per far sosta a Grbavica.
“Persino i loro sguardi mi sembravano in cirillico” chiosa Mirko una volta a bordo del bus.

Scendiamo poco lontano dallo stadio che ospita le gare interne dello Zeljeznicar.
Qui i palazzi recano i segni del conflitto in modo molto più visibile di quelli nel centro.
Pure lo stadio ha una storia travagliata: oltre al periodo bellico in cui fu incendiato e minato, in tempi più recenti ha visto il crollo della copertura di una tribuna, a causa di una abbondante nevicata associata a cattiva manutenzione.
La vicinanza dello stadio comporta la presenza di alcuni graffiti interessanti a tema calcistico, firmati dai Manijaci, gli ultras dello Zeljo.
I murales a cui noi siamo interessati si trovano però a qualche blocco di distanza.
In particolare nei pressi dell’ex campus universitario si trova un enorme murale intitolato “Heroes” e dedicato al Duca Bianco, David Bowie.
Un altro dipinto, ancora più grande, ricopre tutta la facciata, altrimenti tristemente grigia e senza finestre di un palazzone. La ragazza quivi riprodotta sembra quasi seguirvi con lo sguardo. Impressionanti i giochi di ombre e la tranquillità trasmessa da quest’opera.

Mentre camminiamo per tornare verso il centro, iniziamo a discutere su cosa ci conviene comprare in vista della ripresa del cammino: cibi energetici, facili da conservare e da consumare.
Sarà necessario privilegiare la praticità al gusto e sappiamo già che non sarà facile.
Stilata una sorta di lista della spesa, verifichiamo i prezzi nei vari supermercati nelle vicinanze dell’ostello, in modo da stabilire cosa e dove comprare.
Nel frattempo si è fatta ora di cena e ritorniamo alle care vecchie abitudini: la consueta porzione di cevapi della sopravvivenza, accompagnati da cipolle e kajmak.
Rientrati in camera iniziamo a preparare gli zaini in vista della partenza.

Siamo pronti per uscire ma il cielo, forse triste per la partenza di Gianluca, fa cadere una pioggerella non intensa ma fastidiosa. Rinunciamo pertanto all’ennesimo giro per le vie del centro e del Festival del Cinema, cercando una destinazione al coperto.
Cosa potrebbe essere meglio del birrificio Sarajevska, il cui pub dall’elegante arredamento con profusione di legni e ottoni ci invita alla degustazione delle specialità della casa.
In stile bipartisan alterniamo la birra bionda a quella scura, con identica soddisfazione.
Domani sarà un altro giorno...l’ultimo in questa splendida città.


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Commento file: United Nothing - Sarajevo
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Commento file: Duca bianco - Sarajevo
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Commento file: Scivolando verso sud - Pista bob Sarajevo
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 Oggetto del messaggio: Re: Via Dinarica
MessaggioInviato: sab gen 16, 2021 10:59 
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17 Agosto 2017 – Panda dei Balcani

La mattinata si apre con una delusione.
Alla scacchiera gigante non è presente l’uomo con il cappello da cowboy.
Chissà che alla fine, a dispetto dei detrattori, ieri non sia stato ospite di qualche evento al Festival del Cinema fino alle ore piccole, e che questa mattina stia riposando dopo le fatiche mondane.
Il livello di un paio di sfide a cui assistiamo è modesto, ma come al solito troviamo un interlocutore che ci racconta alcuni aneddoti. In particolare ci colpisce la storia di un bambino asiatico che ammesso a giocare finì con il bastonare tutti gli sfidanti. Per buona sorte del ragazzino, sicuramente anche in quella circostanza il cowboy sarà stato impegnato. Magari in qualche duello alla mezzogiorno di fuoco, di tipo cinematografico o più banalmente gastronomico.

E’ venuto il momento di guardare avanti, ai giorni di cammino che ci aspettano.
La spesa che effettuiamo ricorda vagamente le razioni di cibo umanitarie servite ai sarajevesi durante l’assedio: sottilette, dei salami sottovuoto, del somun (il pane locale, dalla forma schiacciata e circolare). I patè, di gusti e marche assortite, si riveleranno tutti immangiabili forse anche più delle scatolette di carne con la bandiera europea che vennero distribuite qui negli anni novanta.
Praticità, facilità di conservazione e di consumo. Sono queste le linee guida della nostra spesa.
Perfino l’economicità viene considerata più importante dell’aspetto gustativo.
Purtroppo nel nostro zaino non abbiamo spazio per golosità. Le ultime decidiamo di gustarcele per pranzo acquistando un po’ di prodotti locali con i soldi risparmiati al supermercato.

Nel primo pomeriggio rientriamo in ostello, con la vana speranza di rivedere Cenerentola prima della partenza. Riempiamo gli zaini con la spesa e ce li carichiamo sulle spalle, dopo di che salutiamo Anastasia e ci rechiamo con il filobus verso quella zona di Sarajevo dove si trova la frontiera invisibile che sancisce l’ingresso nella Repubblica Serba di Bosnia.
Come talvolta capita ci viene fatto pagare un supplemento di due marchi convertibili per poter caricare gli zaini a bordo. Alle diciassette il minibus per Kalinovik parte puntuale.
Il viaggio è breve, si sale di quota e si attraversano zone rurali che talvolta sembrano abbandonate.
In circa mezzora raggiungiamo la nostra fermata. La Via Dinarica passa proprio per la piazza di questo piccolo villaggio, i cui abitanti ci guardano con curiosità a testimonianza della ancora scarsa frequentazione del sentiero da parte di escursionisti e camminatori.
Il segnavia è presente sulla strada e, a dissipare i dubbi sulla direzione da prendere, ci pensa uno dei rari cartelli che indica la nostra destinazione, suggerendo anche un teorico tempo di percorrenza.

Lasciate alle spalle le ultime case di Kalinovik camminiamo su asfalto accanto ad una pineta, ripercorrendo a ritroso l’ultimo chilometro fatto con il bus. Ad averlo saputo avremmo potuto chiedere all’autista di fermarsi prima, ma si sa che con il senno di poi siamo tutti bravi.
La pineta a sinistra è...sinistra. Nel senso che sembra indiscutibilmente un’area militare.
Resta da vedere se dismessa o ancora attiva. Dalla ruggine sui reticolati si direbbe la prima.
La valle a destra è meno selvaggia, ricca di pascoli e di campi coltivati. Si intravede anche un sentiero che sono convinto essere il nostro. Ovviamente mi sbaglio ed ancora una volta dobbiamo accendere un cero a San Gipiesse.
Lasciato l’asfalto scendiamo su ampia strada sterrata fino ad un gruppo di costruzioni abbandonate.
Non si nota alcuna presenza umana, ma quella di numerose mucche e vitelli ci fa supporre di non essere soli. Incuriositi entriamo in qualche edificio, ma anche lì le uniche presenze sono un paio di bovini che probabilmente durante la notte vengono ricoverati al riparo di queste mura. Dei pastori non vi è traccia, probabilmente o dormono o ci osservano da qualche postazione da cui controllare mandria e eventuali intrusi.
All’uscita ci si affianca un cane. Per fortuna non si tratta di un temibile cane pastore, ma di un piccolo bastardino nero come la pece e pulcioso. Inizia a seguirci forse attratto dalle nostre carezze, normali gesti di affetto probabilmente per lui inusuali.
A mano a mano che procediamo, dapprima in salita tra gli alberi e poi in una sorta di pianoro punteggiato solo da cespugli, il sole inizia a calare ma il fido Tito, così lo abbiamo battezzato, continua a seguirci ed iniziamo a preoccuparci che possa smarrirsi.

Quando raggiungiamo il piccolo borgo di Jelasca, dopo circa un’ora di cammino, il sole è ormai quasi dietro alle montagne. Qui sappiamo esserci un B&B e pensiamo di averlo trovato.
Proprio sulla strada principale si trova una fattoria sospetta, ma in assenza di presenze umane o di cartelli di benvenuto, preferisco avanzare di qualche centinaio di metri per raggiungere un pugno di case abitate e provare a chiedere conferma. Ricevuto conforto, torno indietro e raggiungo Mirko. Con lui c’è ancora il povero Tito che se la è vista brutta ma non demorde, sebbene i giganteschi cani pastore della fattoria abbiano cercato di allontanarlo con fare minaccioso.
Per fortuna sono rinchiusi e sia noi che il nostro occasionale compagno a quattro zampe sembriamo al sicuro. Tuttavia non vedendo nessuno intorno all’edificio, decidiamo di avvicinarci alla casa, sperando che non ci siano altri cani, magari in libertà.
Inizia ad assillarci il dubbio che i padroni di casa siano usciti e che non tornino per la notte costringendoci a dormire in tenda, senza doccia e senza cibo caldo.

Le case isolate in campagna mi portano sempre alla mente ricordi di film dell’orrore in cui da dietro alla finestra o sotto al portico compare dal nulla un pazzo maniaco dalla faccia spiritata, armato e pericoloso.
Facciamo i classici rumori ambientali di chi vuole attirare attenzione, parliamo ad alta voce e poi finiamo per bussare alla porta d’ingresso. Siamo fortunati: ad aprire una graziosa ragazzina.
Non parla inglese ma riusciamo più o meno a capirci ed a farci capire.
Ci accompagna alla zona riservata agli ospiti e ci indica il prezzo in marchi del pernottamento.
Dopo una mezzoretta passata a riposarci su due comode poltrone ed a scrutare l’interno buio della struttura, la nostra attenzione viene attirata dalle urla, si direbbero festose, di un bambino.
Vedendo i nostri zaini all’esterno sarà stato felice per la presenza di visitatori. Non credo abbiano molto spesso ospiti ma, scopriremo poi, che arrivano qui da ogni angolo del mondo.
Deve essere emozionante per un bambino che vive in un luogo così isolato, entrare in contatto con gente di ogni razza e cultura che finisce inevitabilmente per dedicare attenzioni al piccolo di casa.

E’ giunto il momento di fare conoscenza con i nostri ospiti.
Memori dell’esperienza Cenerentola/Anastasia, temiamo ora di essere catapultati in qualche altra favola, magari Hansel e Gretel oppure Riccioli d’oro.
Ad un primo assaggio i muri della casa sembrano non essere di marzapane ma di abete, e del resto dalla porta di casa non era apparsa una vecchia strega ma una slanciata ragazzina.
Letti e poltrone sembrano avere tutti la stessa dimensione, per cui sull’uscio non dovrebbero fare la comparsa dei simpatici plantigradi. E poi i riccioli d’oro li ho tagliati già da qualche anno.

La stanza è buia e quando si apre la porta entra un fascio di luce sebbene fuori il sole stia già tramontando. Due figure si stagliano in controluce davanti ai nostri occhi e si direbbero antropomorfe. Evitiamo pertanto il classico trucco di fingersi morti che è sempre valido quando si incontrano orsi, anche perché credo sia normale svenire in certe occasioni.
Pronuncio un timido “dobri viechir” ricambiato da un corale “dobro vece” che evidenzia alcune piccole differenze tra la lingua russa e quella serba, entrambe appartenenti al ceppo slavo.
La voce più profonda e cavernosa appartiene a Dragoslav, un nome che incute timore, quasi quanto il suo aspetto. L’effetto penombra amplifica a dismisura la sua figura alta e magra e la mano che ci porge per presentarsi ha le dimensioni e la consistenza di una vanga.
Nel frattempo la moglie Milica accende la luce e finalmente si palesano i volti dei nostri ospiti.
Un viso duro come quercia, scolpito a colpi d’accetta con un naso affilato e guance scavate.
Sto stringendo la mano a Zdenek Cruyff...il suo viso è infatti un collage sgraziato di quei due volti certamente famigliari ai calciofili di tutto il mondo. Come il coach boemo stringe perennemente tra le dita una sigaretta ed il suo sorriso, appena accennato e sornione, sembra una fessura.
A fargli da contraltare la solare ed espansiva moglie, che apparentemente sembra anche molto più giovane di lui. Il suo viso elegante e nobilitato da un naso importante, non sembra intaccato dalle fatiche e dai sacrifici di una vita rurale in montagna. Lo sguardo e la voce trasudano di gentilezza materna che emerge immediatamente nella pronta offerta di rakjia e caffè.
Il ghiaccio è rotto ed il Balzani, decisamente più portato e socievole di me, fraternizza con il piccolo della famiglia Lalovic che, curioso, osserva la nostra attrezzatura.

Di fronte ad insormontabili barriere linguistiche emergono l’abilità mimica e le doti artistiche di Milica che talvolta disegna quello che non riesce a spiegare con le parole e con i gesti.
Stiamo chiedendo informazioni su cosa ci aspetterà nei prossimi giorni sulla Via Dinarica, soprattutto riguardo alla presenza di rifugi, acqua/voda ed eventuali pericoli sul cammino.
Dragoslav ci mostra il cammino sulla mappa, evidenziando quanto possa interessarci mentre io prendo nota sul mio libretto degli appunti e fotografo la cartina con il cellulare.
La loquace moglie lo assiste commentando con parole a noi quasi sempre incomprensibili, tranne una. Quando la pronuncia il suo viso si deforma in una smorfia che trasmette sensazione di pericolo.
Sta però utilizzando la parola “Panda” che a noi tutto evoca tranne che aggressività, a dispetto degli occhi cerchiati di nero di questo animale simbolo del WWF.
Vengono allora in soccorso i suoi dettagliati disegni e scopriamo che in realtà sta parlando di orsi, ordine a cui in effetti appartengono anche i panda. Più efficace la mimica che ci allerta sulla presenza di serpenti, così come il suggerimento di fare rumore durante il cammino.

Concordato l’importo per il servizio di mezza pensione (12,5 euro a testa) andiamo a fare la doccia mentre loro vanno a prepararci una gustosa e corroborante cena.
Sul nostro tavolo compariranno: pane, formaggio, pancetta, peperoni arrostiti ed una zuppa fumante di carne e verdure. A chiudere il pasto un bicchiere di latte caldo con biscotti.
Tutto estremamente saporito e prodotto con ingredienti a metri zero, provenienti dalla loro fattoria.
Con discrezione, tra una portata e l’altra, Milica scompare. Quando a fine cena riappare, dopo una mezzoretta, spalanca gli occhioni quasi emozionata. Non si aspettava che avremmo lavato i piatti e sottolinea che il rude Dragoslav dovrebbe imparare da noi. Il marito sembra però più interessato a mostrarci orgogliosamente le foto ed il libro degli ospiti che evidenziano il passaggio di altri escursionisti prima di noi. Tra di loro oltre agli immancabili americani, australiani e tedeschi compaiono anche cinesi e giapponesi. Molto più rari gli italiani, ma proprio oggi o forse ieri (non è chiarissimo) una coppia di connazionali è passata di qui. Chissà che non ci capiti di raggiungerli nei prossimi giorni.

E’ venuto il momento di prepararci per la notte, ma Dragoslav con gesti inequivocabili ci chiede se quel cane lì fuori sia il nostro. Tito...ci eravamo scordati di lui. Al nostro diniego segue un suo gesto di approvazione accompagnato da un sorriso enigmatico. Milica ormai in versione Marcel Marceau ci chiede più volte conferma.
Tito, accovacciato sotto al porticato, ci lancia uno sguardo tra il languido ed il preoccupato.
Salutati i padroni di casa ci dedichiamo a curiosare nelle stanze che ci ospitano.
La struttura è interamente rivestita di legno e ricca di oggetti di modernariato ed antiquariato che farebbero la felicità di un rigattiere. Ma anche la nostra. Non resistiamo infatti alla tentazione di concederci un ritratto fotografico con indosso un vecchio berretto con la stella rossa dell’esercito jugoslavo.
La vera chicca è però il quadro elettrico: misteriosi interruttori incorniciati nel legno.
Praticamente la stanza segreta dei bottoni di Tito (il Maresciallo, non il cane...), ossia pensi di accendere la luce in bagno ed in realtà scopri di aver attaccato la Kamchatka con due carri armati...

Oltre a noi ci sono altri esseri viventi: un paio di simpatici scarafaggi, ma anche mosche e ragnetti in una convivenza non proprio pacifica, e probabilmente anche qualche topolino di campagna.
Speriamo nel berretto non ci fossero pidocchi o zecche.
Ci sono numerosi posti letto e cercati quelli meno impolverati ci corichiamo.
A farci compagnia un rumore di sottofondo appena percettibile ma costante a base di tarli, con varianti sonore più incisive in una commistione di campanacci, abbai e ululati.
Insomma tutto quello che si può chiedere ad un soggiorno genuinamente campagnolo e montanaro.


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Commento file: posti letto a Jelasca
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Commento file: Quadro elettrico
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Commento file: Tito on the road
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